Aglianico del Vulture Le Grotte dell’Aglianico

Le Grotte dell’Aglianico

Piaceva agli antichi Greci, al poeta Orazio e a Carlo D’Angiò, suo grande consumatore nel Medioevo.
Storia di un vino che il mondo della grande enologia sta finalmente cominciando a conoscere

di Niccolò Piccoli  Rivista MERIDIANI

Sotto Vigneti nell’area del monte Vulture A lato, il poeta Grazio Fiacco (65-8 a.C.), grande estimatore di aglianico in un’incisione ottocentesca di Anton von Werner. Sopra, un grappolo di aglianico secondo la monumentale Ampélographie diViala eVermorel (1901-1910).

Se il vino potesse avere una bibbia, questa sarebbe Wine Spectator. Un quasi mensile ( 15 numeri all’anno), circa 400mila copie a numero, è stato fondato negli Stati Uniti nel 1976 e oggi è diretto da Thomas Matthews, che ha cominciato come cronista – guarda caso – fra le vigne di Bordeaux nel 1987. Wine Spectator compila classifiche di ogni tipo (nel suo database a sono le recensioni di 382mila bottiglie da ogni continente) e organizza eventi. Uno dei più importanti a livello mondiale è Opera Wine, degustazione corale che si tiene ogni anno all’apertura del Vinitaly, a Verona quest’anno dal*** 7 aprile.

Per i vignaioli essere chiamati all’appuntamento è come, per un cantante lirico, venire arruolato per una prima alla Scala: magari finirai soltanto nel coro, ma stai comunque nell’elite!
A Opera Wine 2019 sono chiamate quelle che per Wine Spectator rappresentano le 103 migliori cantine italiane: tre vengono dalla Basilicata (Elena Fucci, San Martino, Paternoster) e tutte interpretano un aglianico del Vulture.

Che per altro non è una novità, anche se spesso sbrigativamente ci si limita a indicarlo come “il barolo del Sud”. Basta pensare a Carlo I d’Angiò, che già nel 1280 dava, a ogni vendemmia, accurate disposizioni perché gli fosse messa da parte per l’estate successiva (quando si trasferiva al fresco di castel Lagopesole) una gran quantità “de vino rubeo Melfie meliori quod haberi poterìt”. In sintesi, il miglior rosso di Melfi in circolazione: circa 400 “salme”, più o meno 74 mila bottiglie da un litro, anche se al tempo lo si teneva in botte! Senza contare le regole che il sovrano aveva stabilito per
i “quaderni” dove i custodi delle cantine dovevano prendere nota di tutto, ponendo “curam diligentem etstudiumoportunum”: quantità comperata, nomi e cognomi dei venditori, prezzo… Quel vino, che scorreva a fiumi nelle corti angioine, era un rosso della valle del Vulture che ancora un nome specifico non l’aveva, ma che oggi conosciamo come aglianico.

 

A dire il vero questo termine compare per la prima volta soltanto nel 1520, quando un documento parla, a proposito della collina napoletana di Poggioreale, di “26 moggi di terra arbustata e vitata con viti latine aglianiche”. E dunque? Per molto tempo in effetti il termine è stato fatto derivare da “ellenico”, a indicare l’antica origine greca del vitigno, e il primo a sostenerlo fu nel 1592 lo studioso napoletano Giovanni Battista Della Porta, in un trattato di agricoltura dal titolo Villae.

Della Porta pretendeva di rifarsi a Plinio 11 Vecchio, che però mai aveva usato nei propri testi il termine hellenicum. Né lo avevano fatto altri autori, visto che nell’antichità quando si parlava di vino ellenico si diceva semmai “greco”.

La soluzione, per gli esperti di oggi, primo fra tutti il professor Riccardo Valla, andrebbe ricercata nella presenza aragonese in Campania: la zona dove cresceva questa importante uva rossa, che forniva un vino notevole ed esportato, era in piano, llano in spagnolo, e aglianica ne era l’uva.
Tanto che fino a metà Ottocento, per indicare quella vite, nel Napoletano si diceva semplicemente a’glianica. Vite che comunque, nell’area del Vulture, è stata coltivata da sempre, e stanno a testimoniarlo i numerosi reperti archeologici (vasi, coppe, attingitoi e utensili per la mescita) spesso decorati con scene legate a Dioniso, sia prodotti dagli artigiani locali sia importati dalla Grecia già all’inizio del III secolo avanti Cristo.

Carlo d’Angiò in una stampa del 1836. A lato, il castello di Lagopesole, dove aveva le proprie cantine.

E anche nella cosiddetta pars rustica di successive ville romane, a Lavello e dintorni, molti reperti ricordano la pratica di viticoltura e vinificazione. Insomma, il vino per il quale Grazio (nato a Venosa nel 65 a.C.) non celava venerazione è stato, per secoli, caposaldo dell’economia locale.
Ancora nel Trecento, le vigne nella zona del Vulture arrivavano a ridosso delle mura delle città. Molte cantine erano sistemate nelle grotte, e un inventario del 1589 ne contava nella sola Melfi ben 110. Ancora oggi le cantine di importanti case vinicole sono sistemate in grotta.

Il tradizionale impianto della vite “a capanno”, oggi quasi del tutto abbandonato

L’aglianico doc (vedere sotto) viene oggi prodotto nella zona del monte Vulture, 1.326 metri, nella parte settentrionale della provincia di Potenza: un vulcano spento da millenni il terreno delle cui pendici è ricchissimo di sali (in particolare potassio) e nel cui territorio si trovano numerose sorgenti di acque minerali. I vigneti si estendono da 200 a 700 metri di quota (ma c’è chi arriva a 900) e la vendemmia è tardiva: si comincia a metà ottobre e si può arrivare anche a metà novembre. Il vitigno in effetti soffre il caldo e ha bisogno di vento: è difficile da gestire ed è soggetto a tutti i rischi del meteo nell’autunno avanzato.

In compenso questa “viticoltura del freddo” nel Vulture (ma anche nella vicina Irpinia) contribuì a ritardare l’attacco della fillossera, che arrivò qui solo intorno agli anni Trenta, con mezzo secolo di ritardo rispetto alle regioni settentrionali. La resa massima d’uva per ettaro è stabilita dai disciplinari in cento quintali, e gli ettari coltivati sono più di 1.500. Risultato finale: oltre 3 milioni e 500mila bottiglie all’anno.

Il grappolo è compatto, piuttosto piccolo, conico o cilindrico. Anche le foglie sono piccole. E lo è l’acino: tondo, color blu e nero, dalla buccia pruinosa, cioè ricoperta di una sorta di cera dall’aspetto di brina. L’uva aglianica non va in tavola, ma si vinifica soltanto. E che cosa ne risulta? Un vino tannico, zuccherino, acido e strutturato, che può arrivare a 14 gradi. Il colore è rosso rubino, e invecchiando compaiono riflessi granata o aranciati.

Di fatto è proprio l’affinamento a fare la differenza. Più dura, meglio è. Per apprezzare la ricchezza aromatica di questo vino, ottenuta nel tempo grazie al cosiddetto “arrotondamento” dei tannini, bisogna aspettare almeno quattro o cinque anni. Ma se il tappo regge e la bottiglia è ben conservata, un aglianico può essere apprezzato anche a un paio di decenni dalla vinificazione.

Non è un caso che all’OperaWine del prossimo aprile saranno proprio le bottiglie del Vulture a essere protagoniste assolute, dal punto di vista del vintage. Nessun altro infatti potrà vantare una data di nascita antecedente a quelle del “Titolo” di Elena Fucci, di “Arberesko” di San Martino e di “Don Anselmo” di Paternoster (tutti qui a destra). Anno 2003!

E a tavola?

L’aglianico, sostengono gli esperti, è un “vino orgogliosamente carnivoro “. Dunque gli abbinamenti consigliati riguardano le carni rosse, soprattutto allo spiedo o al forno.
Vanno ovviamente bene anche i brasati egli arrosti, la selvaggina e la cacciagione.

Da non dimenticare i formaggi stagionati come (per restare in Basilicata) il caciocavallo lucano, il cado bucato (o catiocchiato) leggermente piccante e il canestrata di Molitemo.
La temperatura di servizio consigliata è di 18-20 gradi.

Identikit

L’aglianico del Vulture superiore ha ricevuto la doc (denominazione di origine controllata) nel 1971 e la docg (denominazione di origine controllata e garantita) nel 2010. Il decreto del 2 agosto 2010 ne fìssa in dettaglio il disciplinare. Fra l’altro:
• La zona di produzione
PUGLIA
comprende 15 Comuni: Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfì, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania (qui sotto).

• I vitigni di origine sono l’aglianico del Vulture nero e/o l’aglianico nero.
Gli impianti sono quelli tradizionali, ad alberello o a spalliera semplice, anche se in zona si possono trovare ancora le antichissime vigne “a capanno ” o “a pagliaio “, nelle quali la pianta
cresce appunto intomo a un “pagliaio ” di canne intrecciate.
È vietata ogni pratica di forzatura (quelle che anticipano la fioritura e la fruttificazione) e l’irrigazione di soccorso (quella che talvolta avviene in periodi di siccità).
• La resa massima delle uve in vino non può eccedere il 70% e l’eccedenza non ha diritto alla docg.
• L’aglianico superiore non può essere posto in vendita prima di due anni d’invecchiamento (parte in botte, parte in bottiglia). Quello
qualificato come “Riserva ” deve avere un periodo di invecchiamento di quattro anni, in botte e in bottiglia.
Titolo alcolometrìco minimo: 13,50%. •»•

Vigneti di aglianico all’inizio della vendemmia a ottobre avanzato

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