ARTIGIANATO ABRUZZO



ABRUZZO

Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli al conforto, che lungo illuda la loro sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano.
Gabriele D’Annunzio
Prima di partire, in previsione di una prolungata lontananza, i pastori hanno voluto bere a lungo, quasi per conservare il sapore dell’acqua delle sorgenti delle loro montagne. E si sono costruiti dei nuovi bastoni, fatti di legno di nocciolo (« verga d’avellano ») per appoggiarsi e guidare il gregge. Immagini lontane, ma non del tutto scomparse, oggetti, ormai rari, ricchi di ingenua poesia, che appartengono all’artigianale popolare di questa regione, mirabile intreccio di mare e montagna. Il tempo non ha intaccato i caratteri fondamentali del folklore e dell’artigianale tradizionale abruzzese. Ci sono state continue evoluzioni, come nel caso delle ceramiche di Castelli, ma tutte sempre nel pieno rispetto dei valori autentici del passato. L’uso di lavorare oggetti in legno, in corno ed in osso è ormai sparito tra i pastori. Ma quando questa attività era fiorente il pastore amava costruire con le proprie mani tutto ciò di cui aveva bisogno, a cominciare dall’equipaggiamento personale, indispensabile al proprio forzato nomadismo, mirabilmente descritto da Gabriele D’Annunzio. Nel Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, in quello Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma si possono ammirare: « angini », lunghi bastoni ad uncino per appoggiarsi ed afferrare le pecore per la zampa posteriore; panchetti da mungitura; « frascella », forme di legno per formaggi, mobiletti da barba. Castelli è nota in tutto il mondo come la « città della maiolica »: un gruzzolo di case quasi in equilibrio su uno sperone d’argilla, con alle spalle il fantastico scenario del massiccio del Gran Sasso. Siamo nel cuore montuoso d’Italia, ma questo centro artigiano svolge da tempo immemorabile un’attività, introdotta forse dagli Etruschi, sempre più qualificata sotto il profilo artistico. Qui vengono cotti, negli appositi forni, migliaia di pezzi destinati ad essere esportati in vari paesi.
La più antica opera maiolicata (datata al 1556) è una mattonella, a firma « Titus Pompei », raffigurante la Madonna che allatta il Bambino. Nel 1600, in occasione dei lavori di restauro furono realizzate e poste nella chiesetta di S. Donato (una piccola « cappella sistina della ceramica » come la definì Carlo Levi) numerose mattonelle decorate.

Arte della ceramica – maioliche

Il periodo aureo della storia castellana inizia verso la seconda metà del 1600 e termina sul finire del 1700, ed è caratterizzata da artisti di grande personalità come Francesco, Carlantonio, Francescantonio Grue e Carmine Gentile.
Francesco (1574-1673) diede l’avvio alla nuova tradizione cromatica, Carlantonio (1655-1723) la perfezionò sensibilmente e fu il creatore del paesaggio castellano, composto di querce, montagne, rupi, massi, cascatene. Oggi l’Istituto Statale della Ceramica « Francescantonio Grue », fondato nel 1905, ha sede in un edificio moderno e dispone di macchi­nar! ed attrezzature costosissime, che molte università invidierebbero. La Scuola di Castelli è attivissima, ha collezionato premi e trofei. Da parte degli insegnanti ed allievi, molti dei quali stranieri, c’è stata sempre la costante ricerca di forme e soluzioni innovative: tutto ciò ha influito positivamente sulle produzioni delle varie botteghe artigiane locali.
Nel Museo della Ceramica di Castelli (tav. 18-C/6) è stata allestita una esposizione permanente dell’arte della ceramica attraverso i secoli. Inoltre in luglio ed agosto si svolge una mostra mercato ed in questa occasione si effettua una gara molto ori­ginale: da un muretto, che sovrasta una profonda valle, vengono lanciati piatti e vince chi li manda più lontano.
Il presepe di Castelli, con figure di ceramica a grandezza naturale, è di stile decisa­mente moderno: ogni anno si arricchisce di nuovi personaggi. Altri centri della ceramica sono Vasto (tav. 22-E/3), Lanciano (tav. 22-B/1-2), Pescara (tav. 18-H/6-7), L’Aquila (tav. 17-L/8), Chieti (tav. 18-G-H/8); nella pro­duzione attuale si ritrovano i temi dell’antica ceramica castellana: il paesaggio, le scene campestri e pastorali, greggi, alberi, ruscelli, fiori. I pezzi realizzati sono: piatti, brocche, fiasche, boccali, conche, mattonelle.
Nella maiolica a smalto a colori brillanti di Francavilla al Mare (tav. 18-H-I/7) e Rapino (tav. 21-L/2) sono preminenti gli elementi di sapore popolare: «il fioracelo», splendido mazzo di fiori campestri, il galletto, l’uccellino, il San Rocco. A Lanciano (tav. 22-B/1-2) e Loreto Aprutino (tav. 18-F/7) terrecotte rustiche prive di decora­zioni, ma decisamente originali nelle forme: orci, brocche, pentole, ciotole.

La tessitura

La tessitura abruzzese rappresenta uno dei più importanti settori dell’artigianato della regione: dall’antico tappeto pescolano, che fu tra i più ammirati tessuti popolari italiani del ‘600 – ‘700, alla vastissima produzione attuale di coperte, tessuti, arazzi, tappeti, che a volte assurgono a valore d’opera d’arte ed acquistano risonanza molto ampia. I tappeti di Pescocostanzo (tav. 21-1/6), sono lisci a trama fitta, tessuti nei toni caldi della lana tinta con colori vegetali, a motivi geometrici, spesso rombi che racchiudono figure fantastiche, simboli, animali, sirene.
Si pensa che sia stato un gruppo di schiave turche e cipriote, arrivate in Abruzzo nel sec. XVII, ad introdurre la lavorazione delle coperte. Oggi i modelli sono gli stessi: coperte da letto e da tavola, in lana pesante di diverse colorazioni vivaci o spente, con motivi ornamentali quasi sempre a carattere vegetale (fiori o foglie) o geometrici (stelle). A Taranta Peligna (tav. 21-L/4), Farà S. Martino (tav. 21-L/3), Penne (tav. 18-E/7), Castel di Sangro (tav. 21-1/7), Pescocostanzo (tav. 21-1/6), Arischia (tav. 17-I-L/7), Castel del Monte (tav. 18-C/8), Sulmona (tav. 21-G-H/4), Francavilla al Mare (tav. 18-H-I/7), Avezzano (tav. 21-C/4), Ofena (tav. 18-D/8), Lanciano (tav. 22-B/1-2) si trovano tappeti, arazzi, coperte, tele tessute in lino, canapa, cotone per tovaglioli, lenzuola.

I tappeti e le coperte hanno la caratteristica di poter essere usati da tutti e due i lati. Tessuti tipici di lino e cotone si possono acquistare a Bucchianico (tav. 21-L/l) e Castel Fremano (tav. 22-B/2). Nereto (tav. 18-D/2) è famosa per le tovaglie ed altri prodotti simili. Accanto alla lavorazione a mano, si è affermata, grazie alla fortissima richiesta di mer­cato, una produzione che si avvale di telai meccanici che riproducono su coperte, tappeti ed arazzi i motivi tradizionali. Anche la materia non è più soltanto la lana, ma a questa viene mescolata la fibra sintetica. La Scuola Statale d’Arte di Sul-mona ha, tra l’altro, ripreso la lavorazione originale al telaio a mano del tappeto
pescolano.
Nella provincia di Chieti (tav. 18-G-H/8) si realizza il « tubico », che ha la caratte­ristica di essere composto di due o tre tessuti distinti e sovrapposti, ognuno dei quali ha un colore diverso dagli altri.
A Penne (tav. 18-E/7) si è sviluppata una interessante produzione di arazzi moder­ni su cartoni di pittori di fama internazionale.
Scialli e sciarpe di lana ad Avezzano (tav. 21-C/4). L’arte del merletto sembra che venne introdotta in Abruzzo dai veneziani, ed appaiono evidenti le affinità tra il merletto abruzzese e quello di Burano.

Merletti

L’arte del merletto, in particolare quello a tombolo, è praticata a L’Aquila (tav. 17-L/8), Pescara (tav. 18-H/6-7), Pescocostanzo (tav. 21-1/6), Scanno (tav. 21-G/6), Sant’Omero (tav. 18-D/3), Pollutri (tav. 22-D/3) e Tocco da Casauria (tav. 21-G/2). Questo genere di merletto eseguito a mano con fuselli in legno e fili intrecciati, tenuti da migliaia di spilli « appuntati » sul cuscino ovale (tombolo), riesce a dare un tocco di finezza ineguagliabile sia alla biancheria della casa che ai capi di abbigliamento.
Il primo centro in ordine di tempo fu L’Aquila (tav. 17-L/8), dove si affermò il punto antico aquilano, le cui origini risalgono al ‘400. Secondo la tradizione le artigiane di Pescocostanzo (tav. 21-1/6), circa venti, che oggi creano pizzi, discen­derebbero da Catina, la ragazza che nel Cinquecento avrebbe avuto da un angelo il disegno, apparso sul vetro ghiacciato di una finestra, del primo pizzo locale. L’Istituto Tecnico Femminile dell’Aquila (tav. 17-L/8) cerca di mantenere in vita e sviluppare questa preziosa eredità.
Il Consorzio Tombolo Scannese garantisce la totale esecuzione a mano di qualsiasi sua produzione e fa di ogni capo un autentico capolavoro di artigianale artistico. Anche il ricamo è una delle lavorazioni artistiche molto diffuse in Abruzzo ed i più importanti centri sono Pescara (tav. 18-H/6-7), Carpinete della Nora (tav. 18-E/8), Tocco da Casauria (tav. 21-6/2), Pollutri (tav. 22-D/3).

Artigianato tradizionale – Costumi

Il folklore, l’artigianato tradizionale abruzzese, come il patrimonio artistico, recano in sé l’impronta indelebile di antiche civiltà, delle quali la testimonianza più signi­ficativa è il Guerriero Italico di Capestrano, conservato nel Museo Nazionale del­l’Abruzzo di Chieti.
Questa singolare opera di scultura, in qualche verso enigmatica, inquadrabile nella cosiddetta cultura picena o medio-adriatica, pone ancora numerosi affascinanti inter­rogativi .
L’origine del costume tradizionale indossato dalle donne scannesi, così diverso da quello in uso nei centri vicini, è avvolta nel mistero e, nonostante le diverse ipotesi formulale dagli studiosi, nessuno è riuscito a trovare prove sicure che la sua provenienza non fosse italica.
La versione « festiva », cioè quella in uso in occasione dei matrimoni e delle ricorrenze, è quella più appariscente. L’elemento più interessante è il « cappelluto » che, confezionato con stoffa nera o in tessuto colorato rigato e laminato d’oro, nella originale forma a piccolo turbante, poggia sulla sommità del capo e termina sul retro con una o due code di tessuto in tinta unita scura uguale a quello della calotta.
La « gonnella »di pesante panno di lana è generalmente di colore verde scuro. Il corpetto nero, attillatissimo, profilato e chiuso da una fila di piccoli bottoni in oro e argento, fa intravedere il merletto che orna il collo della camicetta; le sue maniche, molto ricche, si restringono verso il polso e l’ampiezza superiore, prima dell’at­taccatura al corpetto, è raccolta in pieghe cucite.
Il grembiule è di stoffa preziosa che richiama quella del cappelluto, spesso laminata d’oro, e ricopre con la sua ampiezza la gonna fino ai fianchi e quasi fino all’orlo. Ai piedi le pianelle in raso nero, ricamate in oro e argento.

I monili

I monili in filigrana d’oro o d’argento, insieme ai merletti che ornano il collo della camicetta, sono quanto di più raffinatosi possa immaginare e armonizzano con la regalità del costume. Tutti gli elementi del costume scannese, dai tessuti ai merletti e ai monili, sono di produzione artigiana locale.
Tra le « curiosità » i pani di grandi dimensioni che usano a Bucchianico per la festa di S. Ubaldo e quelli che si sfornano a Pescara per la Pasqua con le figure dell’agnello e della colomba.
Per la sagra della pagnotta casareccia che si svolge in settembre a Penna S. Andrea, in provincia di Teramo, gruppi folcloristici eseguono la danza del « laccio d’amore » che ha le sue origini nei riti propiziatori della fecondità della terra e dei matrimoni.
La danza è accompagnata dal suono di strumenti tradizionali, i « ddu bbotte », tipici organetti abruzzesi a due bassi tuttora fabbricati a Penna S. Andrea (tav. 18-D/5).

Il rame

Tra le più caratteristiche lavorazioni troviamo il rame. Gli oggetti sono quanto mai svariati: oltre alla notissima « conca a due manici », scaldini, pentole, teglie, bracieri, cuccume, boccali, piatti, portavasi. L’Aquila (tav. 17-L/8) è uno dei centri più significativi della regione nel settore dell’arte dei metalli: ferro battuto, rame, ottone. La produzione è artigianale, cosa che per il rame è piuttosto rara. A L’Aquila (tav. 17-L/8) si possono trovare, in particolare, oggetti di rame lucido o brunito ed in ottone liscio o martellato. A Chieti (tav. 18-G-H/8), Manoppello (tav. 21-1/1), Tocco da Casauria (tav. 21-G/2): oggetti in ferro battuto, attrezzi per focolare, cancellate ed inferriate. A Pescara (tav. 18-H/6-7), Città S. Angelo (tav. 18-F/6), Monte-silvano (tav. 18-G/6), sculture in ferro. A Penne (tav. 18-E/7), pregevoli pezzi in acciaio satinato. Altre località dove si possono trovare oggetti in metallo sono: Guardiagrele (tav. 21-L/2), Francavilla al Mare (tav. 18-H-I/7), Pescocostanzo (tav. 21-1/6), Avezzano (tav. 21-C/4), Vasto (tav. 22-E/3). A Guardiagrele (tav. 21-L/2) sculture in ferro, a Miglianico (tav. 18-1/8) creazioni artistiche in ferro battuto e rame per l’arredamento. In una bottega di Avezzano (tav. 21-C/4), dove si lavora il ferro e il rame fin dal Trecento, conche, oggetti per la casa, sculture.
Un artigiano di Sulmona (tav. 21-G-H/4) crea, fra l’altro, pannelli in rame o in ottone, con figure, paesaggi.

Orificeria

Nell’oreficeria l’Abruzzo vanta alcune opere che potrebbero degnamente competere con i più celebri capo­lavori di Firenze e di Roma: a Teramo, nella Cattedrale, si conserva il famoso « paliotto » d’argento di Nicola da Guardiagrele, raffigurante Storie di Cristo. Di questo artista, che ha eseguito altri lavori a Chieti, Lanciano, Atri, Francavilla a Mare, L’Aquila, Castel di Sangro e perfino Roma, non si conosce con sicurezza il cognome; forse fu Nicola Gallucci.
Nel passato l’oreficeria popolare raggiunse in Abruzzo livelli altissimi; durante il Medioevo ed il Rinascimento ebbe una fioritura di eccezionale valore anche dal punto di vista tecnico ed artistico. Ciò per merito di orafi espertissimi, taluni famosi, come per l’appunto Nicola da Guardiagrele, Bartolomeo di Teramo, Giovanni d’Angelo di Penne e tanti altri. L’impianto iniziale ed il prodigioso sviluppo dell’orefice­ria abruzzese si deve ai Benedettini di Montecassino. Generazioni di orafi si tramandano gelosamente di padre in figlio tecniche, segreti, modelli oltre che amore e passione per quest’arte difficile e preziosa, che ebbe i suoi inizi tra il 1300 ed il 1400. La lavorazione è basata su una filigrana purissima di eccezionale fattura. Se ne fanno spille, orecchini, collane, spilloni ed altri elementi ornamentali del costume e dell’acconciatura, oltre a nume­rosi oggetti destinati alla vita religiosa, conservati in molte chiese abruzzesi.
Un monile tipicamente abruzzese è la « presentosa » (o « presendenza » o « prendosa » o « presendanza »), una specie di medaglione di filigrana d’oro o d’argento che le donne portano al collo. D’Annunzio, nel « Trionfo della Morte » così la descrive: «… una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori ». Questo originale monile è di varia grandezza; nel nucleo centrale sono due cuori o separati tra loro e collegati da una chiave o altro simbolo (in tal caso si regala alla fidanzata), o uniti e trafitti da una freccia (e in questo caso si regala alla moglie). Nel Museo Nazionale d’Abruzzo allestito nel 1949 nel Castello Cinquecentesco dell’Aquila, l’oreficeria abruz­zese è presente con veri e propri capolavori, come, ad esempio, una grande croce processionale in argento di Nicola da Guardiagrele, di influenza ghibertiana.
In una saletta dedicata alla ceramica abruzzese sono esposti invece lavori della scuola di Castelli ed in parti­colare pezzi del XVII e XVIII secolo realizzati dai Gentile e dai Grue.
Interessanti, a Scanno (tav. 21-G/6), i lavori in argento che è fuso e poi colato in forme ricavate da un osso di seppia e quindi cesellato a mano: bracciali, spille con amorini, collane ed altri ornamenti. Oggi i più significativi centri sono: Pescocostanzo (tav. 21-1/6), Scanno (tav. 21-G/6), Sulmona (tav. 21-G-H/4), Guardiagrele (tav. 21-L/2): accanto ad una produzione decisamente tradizionale, non mancano esempi di ore­ficeria moderna.

Gastronomia / dolciaria / oggettistica / utensili

Scarponi da montagna e da caccia si possono acquistare a Castel di Sangro (tav. 21-1/7); l’arte del cuoio è diffusa anche a L’Aquila (tav. 17-L/8). Ha origini molto remote la lavorazione dei confetti di Sulmona (tav. 21-G-H/4), in uso già presso i Romani: l’arte del confetto ha inizio a Sulmona nel 408. Ogni confetto, avvolto in carta lucida colorata e montato su fili di ferro viene composto in fiori, spighe, mazzolini, cesti e trofei. Sulmona (tav. 21-G-H/4) dispone di alcune attivissime fabbriche conosciute anche all’estero. Confetti anche a Introdacqua (tav. 21-G/4), S. Egidio alla Vibrata (tav. 18-C/2), Teramo (tav. 18-C/4), Pescara (tav. 18-H/6-7). Nella provincia dell’Aquila è diffusa la lavorazione dei vimini.
Si continua ad intrecciare (una vera e propria « specialità » secolare) rami di salice per ottenere canestri e cose analoghe a Canistro (tav. 21-C/5), S. Vincenzo Valle Roveto (tav. 21-D/6) e Marana di Montereale (tav. 17-H-I/6). A Pretoro (tav. 21-I-L/2) vi è una notevole produzione di legno tornito, che utilizza la materia prima proveniente da estesi boschi di faggio.
Arischia (tav. 17-I-L/7) è specializzata in mobili rustici e madie decorate, come pure Castel del Monte (tav. 18-C/8), Avezzano (tav. 21-C/4), Pratola Peligna (tav. 21-G/3), Pescasseroli (tav. 21-F/7), Pescocostanzo (tav. 21-1/6), Penne (tav. 18-E/7), Sulmona (tav. 21-G-H/4), Filetto (tav. 21-L/2 – tav. 22-A/1-2), Lanciano (tav. 22-B/1-2), Guardiagrele (tav. 21-L/2). Tra gli oggetti in legno di schietto gusto rustico vanno menzionati: mortai, ciotole, mestoli, forchettoni, sedie, mastelli, « chitarre » (tipici strumenti abruzzesi per fare i maccheroni alla chitarra), madie e contenitori in legno affumicato.
I « maccheroni alla chitarra » probabilmente prendono il nome dall’attrezzo rassomigliante ad un torchietto, avente nel fondo vari stampi o trafile, che serviva a confezionare in casa tale piatto con farina di grano duro e chiare d’uovo.
Nel 1800 fu sostituito dal « carraturo »: telaio di legno rettangolare sul quale sono stesi numerosi fili di acciaio. In questo periodo si utilizza farina di grano tenero.
Nel 1900 il telaio sopra descritto viene chiamato « chitarra » e nella ricetta originale si aggiunge del tuorlo d’uovo. I maccheroni alla chitarra « fini come un capello, leggeri come una piuma, profumati come un fiore »: secon­do la definizione di Montefredine, sono divenuti il piatto tradizionale d’Abruzzo.
Ovindoli (tav. 21-D/3) è nota per le marionette in legno e i bastoni da passeggio con volti di streghe, galletti ed uccelli sui manici intagliati.
A Loreto Aprutino (tav. 18-F/7), mortai, borse, vassoi, borracce in legno. Presepi in legno a Pescara (tav. 18-H/6-7).