ARTIGIANATO MOLISE


MOLISE

«Miracoli di santi ed episodi biblici sono rappresentati in piazza in una forma inconsueta. Persone vere e vestite in costume vengono issate su armature vecchie di due secoli e ben dissimulate sotto le vesti, cosicché gli attori sembrano sospesi e volanti nell’aria ».
Guido Piovene
L’autore di « Viaggio in Italia » così descrive la festa del « Corpus Domini », la più famosa del Molise, chiamata anche la « Sagra dei Misteri »: ogni anno dodici speciali « macchine »
(sostengono per aria dei fanciulli che formano vari quadri viventi) sono portate in processione. Le « macchine » vennero costruite nel ‘700, ma la tradizione di una Sacra rappresentazione muta ha origine probabilmente nell’anno 1000. I « Misteri », creati nello stile ingenuo della iconografia popolare, sono quelli di S. Isidoro contadino, di S. Crispino calzolaio, di S. Maria Maddalena che ascende al cielo, di Sant’Antonio che resiste alle lusinghe del diavolo, di S. Michele vittorioso sul Drago.
Caratteristica della regione sono le diverse feste religiose.
Il Molise è uno scrigno di bellezze inedite, ancora oggi tutte o quasi tutte da scoprire. Le sue zone montane, le campagne, i centri abitati hanno scorci stupendi indimenticabili. Tra le tante attrattive un esempio significativo: Campitello Matese, una delle più rinomate località sciistiche d’Europa, dotata di modernissimi impianti.
Il suo patrimonio artistico ha come punta di diamante il settore archeologico nei suoi centri principali: Pietrabbondante e Sepino. Nel giugno del 1979 veniva data la straordinaria notizia del reperimento dell’habitat dell’« Homo Aeserniensis »: un ritrovamento di enorme rilevanza nel settore paleontologico in quanto riguarda l’accampamento dell’uomo più antico presente in Europa. Questo antichissimo ominide visse in Molise, presso Isernia, non meno di 500 mila anni fa, forse addirittura 700 mila.
L’antica oreficeria ed argenteria sacra è un’altra delle scoperte entusiasmanti che si può effettuare visitando vari centri di questa terra, in cui l’artigianato tradizionale resiste alla usura del tempo, e presenta ancora oggi aspetti e connotati originalissimi.

La forgiatura dei metalli / Campane /

La chiamano l’Atene del Sannio a ottocento metri d’altitudine, fra boschi verdi e prati fioriti Agnone si allunga su un crinale, stagliando contro un fondale di montagna, le case, i palazzi di pietra, le architetture medievali e tutta una selva di campanili.
Agnone ha conservato la struttura non solo esteriore di una repubblica comunale del Medio Evo. Un prezioso documento ci attesta come già prima dalla nascita di Cristo le popo­lazioni osce che abitavano l’alto Molise conoscessero i segreti del forgiare i metalli: ci riferiamo alla cosiddetta « Tavola di Agnone » conservata dal 1873 al British Museum di Londra.
È con questa tavola che Agnone inizia ufficialmente più di 2000 anni or sono la tradizione della fusione degli oggetti di bronzo, richiesta dalla fede per il culto degli Dei. La fusione del bronzo delle campane viene fatta ad Agnone da una fonderia, che è ormai nota in tutto il mondo.
Oggi si usano le stesse tecniche dei maestri del Medio Evo e del Rinascimento, che richiedono un lavoro attento e paziente. L’arte delle campane, infatti, non è semplice: spessore, peso, circonferenza, altezza sono i fattori determinanti per la buona riuscita delle campane e per la loro voce.
Ogni esemplare nasce con un nome (la Pierpaola, la Redenta, la Gloriosa, la Giovannea ecc.) ed una precisa nota musicale e porta impresse iscrizioni e figure commemorative che ne fanno un pezzo unico anche quando fa parte di un concerto di campane. I titolari della fonderia di Agnone conservano la foto di una campana fabbricata nel Mille. Il che significa che venne fusa quando Dante doveva ancora scrivere la sua Divina Commedia. Il cimelio rimase nell’officina di Agnone fino all’ultima guerra, quando i tedeschi la requisirono per farne cannoni. Non è detto però che quella fosse la prima campana: era solo la prima documentazione di un artigianato la cui origine si perde nel tempo.
La voce di Agnone, presenza vivissima in tante località italiane, rimbalza da un continente all’altro e diffonde nel mondo il suo invito alla pace. Alcuni esempi: S. Patrizio a New York, San Paolo fuori le Mura a Roma, il Santuario di Pompei, la Cattedrale di Manila nelle Filippine, Santuario di Monte Carmelo ad Haifa in Palestina, la Chiesa di S. Rita a S. Paolo del Brasile.
Le campane di Agnone si trovano anche in alcuni templi buddisti dell’India. Da Agnone veniva la campana del convento della Gancia di Palermo che nel 1282 suonò dando il via a quel moto popolare, conosciuto come i « Vespri siciliani ». Le campane più piccole sono quelle realizzate per i campionati di Calcio; le « Mundial Bell » hanno una circonferenza di 10 cm. ed altezza di poco superiore. In occasione del Concilio Vaticano II venne fusa la campana del Concilio (350 chi­logrammi — nota Si bemolle — diametro 80 centimetri) che fu offerta dagli artigiani del Molise, nella sala del Concistoro, a Paolo Sesto: l’opera fu poi esposta nel padiglione Vaticano della fiera mondiale di New York e servì a dimo­strare, a giudizio di vari giornali americani, « la nobile tradizione del lavoro artigiano italiano ».

Complementi d’arredo

Ad Agnone (tav. 22-B/7), sempre nella stessa fabbrica, si creano artistiche porte di bronzo, con pannelli in bassorilievo, ed apparecchiature elettroniche per il suono. Il fascino del fuoco domina il momento emozionante della fusione delle campane, ma si ritrova anche nella gigantesca fiaccolata (‘ndoccia), sempre ad Agnone, della notte di Natale.
Campobasso (tav. 25-D-E/2), per la straordinaria bravura dei suoi cesellatori d’acciaio, venne in passato chiamata « La Toledo d’Italia ». Lo scrittore Walter Scoti in un suo romanzo del
1828 descrive le lame da combattimento di questa città.

Utensili da taglio

L’enorme notorietà raggiunta come centro di produzione di armi da taglio infastidì il Re di Napoli, all’epoca Carlo III, che con un editto proibì la fabbricazione delle spade e dei coltelli. Successivamente si dovette procedere ad una forzata riconversione incentrata sulla realizzazione di coltelli ad uso domestico, forbici, rasoi. Racconta Benedetto Croce che, trovandosi a Londra, aveva bisogno di un rasoio; entrando in un nego­zio, gliene furono mostrati diversi, tra cui i famosi Solingen tedeschi, ma quando il filosofo affermò di volere « il migliore che ci fosse », il negoziante disse: « ho capito, lei desidera un rasoio di Campobasso ».
Oggi un solo artigiano a Campobasso (tav. 25-D-E/2) continua, con i suoi ori­ginali e pregevoli « pezzi », la difficile arte della lavorazione dell’acciaio trafo­rato: le tecniche sono quelle di sempre.
A Frosolone (tav. 25-B-C/l), dove furono i Veneziani ad introdurre nel ‘600 la lavorazione dell’acciaio, esiste un’importante produzione di forbici di tutti i tipi, coltelli per ogni uso, con manico spesso in materiale pregiato. Si fabbricano anche utensili per l’agricoltura e la casa, rasoi. Molti coltellinai di Frosolone (tav. 25-B-C/l) si sono riuniti in cooperative.

Calderai / orafi / fabbri / ramai /

Ad Agnone (tav. 22-B/7) erano attivissime in epoche passate numerose botteghe di calderai, orafi, fabbri, ramai. Attualmente presso i pochi ma abili ramai si trovano « conche », « tine » per l’acqua, bracieri, piatti ornamentali e mestoli sagomati: oggetti molto richiesti per l’arredamento rustico. Gli attrezzi sono da tempo immemorabile sempre gli stessi: il martello in legno di ulivo ed il « cavallo » su cui viene battuto il recipiente da modellare (si usa l’espressione « cavallaro » per indicare l’artigiano che lavora il rame davanti la porta della bottega). Un artista-artigiano crea ad Isernia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2) pezzi unici, usando vari metalli ed in particolare il ferro battuto. È rimasta famosa la sua croce in rame alta 19 metri.
Dai bravissimi « pignatari » (che purtroppo sono sempre di meno) di Guardia-regia (tav. 25-C-D/3) e Campobasso (tav. 25-D-E/2) si possono acquistare tanti e differenti « pezzi » ottenuti dall’argilla: pentole e tegami di varie dimensioni, adattissimi per cuocere legumi, friggere le uova e mantenere calda la zuppa di pesce; ciotole e vasi con motivi ingenui di conchiglie, animali e corpi panciuti di donna.

Ceramiche

Merita una visita a Campobasso (tav. 25-D-E/2) il borgo dei « pignatari » a S. Antonio Abate, nei pressi della chiesa omonima. Qui un noto ceramista, seguendo una tecnica appresa dal padre, crea « smalti colanti »: gli oggetti smaltati sono cotti ancora una volta a forte temperatura, lo smalto si scioglie in modo irregolare, formando originali sfumature di colore.
Ceramiche di tipo vario a Boiano (tav. 25-C/3), Isernia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2) e Frosolone (tav. 25-B-C/l).
L’Istituto Statale d’Arte di Isernia svolge una utile e meritoria azione di conservazione e salvaguardia delle tradizionali tecniche riguardanti ceramiche, rame sbalzato e ferro battuto. Ad Isernia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2) in particolare ed in altri paesi dell’Alto Molise continua la gloriosa arte dei pizzi e dei merletti: mestiere che richiede doti particolari, tra”

cui uno spiccato senso estetico. Le creazioni che si ottengono sono il prodotto della lavorazione manuale del filo su di un supporto denominato « pallone » mediante il movimento dei « tummarielli », simili a piccoli biril­li di legno che volando tra le dita delle merlettaie intessono la trama del pizzo, che può così essere prodotto con finissimi intrecci e disegni di carattere ornamentale.
Il tombolo di Isernia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2), prezioso come quello di Burano, è molto richiesto sia in Italia che all’estero. Venne importato, almeno così si racconta, dalle dame di una regina napoletana vissuta nel convento di Santa Maria delle Monache.
Nel centro storico di Isernia, nei pressi delle piazzette del Codacchio e di Porta Castello, le giovani merlettaie vanno « a scuola » dalle maestre più anziane. Altre espertissime merlettaie si trovano a Boiano (tav. 25-C/3). A Campobasso in una bottega situata nella parte vecchia della città un artigiano lavora la pietra ed il marmo.

Zampogne

A Fontecostanza (tav. 24-1/1), a pochi chilometri da Scapoli (tav. 24-1/1), arroccato alle pendici della suggesti­va catena delle Mainarde, si trovano gli ultimi costruttori di zampogne. La zampogna è uno strumento anti­chissimo conosciuto dai Greci e dai Latini, che la chiamavano « tibia utricularis ». Questi strumenti vengono ancora costruiti a mano, secondo procedimenti secolari: il legno usato è quello di ulivo, mentre per la parte della « campana » si ricorre solitamente al ciliegio. Qualche volta si utilizzano anche il prugno, il mandorlo, l’albicocco; il più pregiato è l’ebano, ma è molto costoso. La sacca è in pelle di capra o di pecora. La « 20 », e la « 30 », i numeri, che sono il modo più usuale di chiamare le zampogne da secoli, corrispondono grosso modo alla misura della ciaramella.
A Scapoli (tav. 24-1/1) si va per avere zampogne nuove, aggiustare le vecchie, confrontarsi. Infatti, da alcuni anni si tiene la « Mostra mercato internazionale della zampogna » con la partecipazione di artigiani e suonatori d’Italia e d’Europa, dagli scozzesi agli irlandesi, dagli spagnoli ai francesi, agli zampognari di S. Gregorio Ma­gno (Salerno), ai calabresi, ai lucani, ai siciliani.
Il cammino di ronda del castello che ospita la Mostra si anima di suoni e canti internazionali: e così la musica diventa veicolo di amicizia e di cultura.
A Scapoli (tav. 24-1/1), piccoli zampognari, ragazzi dai sette ai dodici anni, apprendono da un maestro i segreti della zampogna e la suonano nelle grandi occasioni. È la dimostrazione che, nonostante tutto, l’artigianato popolare vive nel tempo. Strumenti a corda a Boiano (tav. 25-C/3).

Arte del legno / lavorazione del cuoio

Quadri realizzati in legno-tarsia costituiscono le originali creazioni di un artista-artigiano di Montagano (tav. 22-E/8 – tav. 25-E/l): le nature morte ed i paesaggi sono dei veri e propri mosaici, i cui tasselli risultano fissati con rarissime colle.
La lavorazione del cuoio un tempo era molto sviluppata: così in numerosi centri, si reperivano selle e finimenti per animali da cavalcatura, basti e bardi per animali da soma. A Sant’Elia a Pianisi (tav. 25-F-G/l) funziona­vano a pieno ritmo ben trenta botteghe di « vardai » dove si intrecciavano anche le corde con speciali attrezzi, « ruote » e « pettini », conservati in una mostra presso una scuola di Ripalimosani (tav. 25-E/l): oggi un solo artigiano produce basti, funi, corde e finimenti per cavalli.
Questi ed altri oggetti caratteristici si possono trovare anche a Campobasso (tav. 25-D-E/2), Boiano (tav. 25-C/3), S. Martino in Pensilis (tav. 22-H/6) dove si svolge la « carrese » cioè la corsa dei carri trainati dai buoi. A Montenero Val Cocchiara, la prima domenica dopo Ferragosto, si svolge ogni anno il « rodeo pentro ». Lo scenario è superbo: una radura oltre i 1000 metri e corse a non finire di cavalli bradi montati a pelo dai gauchos locali.
Il basto autentico o quello in miniatura è stato da molti inserito nel soggiorno rustico: l’arredamento della casa si arricchisce in tal modo di un « elemento » originale.
A Boiano (tav. 25-C/3), Frosolone (tav. 25-B-C/l), Guglionesi (tav. 22-G/5), Ripalimosani (tav. 25-E/l), Iser­nia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2) e Venafro (tav. 24-1/3), corde e funi, utilizzate per gli animali da soma. Il freddo inverno molisano spiega l’impulso che ebbe in tutta la regione la lavorazione delle coperte di lana bianca, o in altri colori con disegni a losanghe ed a scacchiera. Oggi le coperte si possono trovare a Capracotta (tav. 22-A/6) e ad Agnone (tav. 22-B/7). A S. Pietro Avellana (tav. 21-L/7) non si pratica più la tessitura della lana; ma continua, in forma ridotta, l’arte dei merletti.
A Montemitro (tav. 22-E/6), S. Felice del Molise (tav. 22-E/5-6) ed Acquaviva Collecroce (tav. 22-E-F/6) si tramandano tradizioni slave. In questi tre paesi, purtroppo, va scomparendo la tessitura a mano, su telai di legno, per coperte, stuoie, tovaglie e panno grezzo. Sono in corso iniziative di vario tipo per rivitalizzare queste e tante altre tipiche attività artigiane che costituiscono parte integrante della storia e della cultura molisana. Infine vanno ricordati i lavori in legno ad intaglio ed a mosaico di Montagano (tav. 22-E/8 – tav. 25-E/l); anche Isernia (tav. 24-L/1-2 – tav. 25-A/1-2), Campobasso (tav. 25-D-E/2), Monteroduni (tav. 24-L/2), Sessano del Molise (tav. 25-A/l) e Pesche (tav. 25-A/l) sono noti per la produzione di oggetti in legno. Il Molise non finisce mai di sorprenderci e quindi in alcune località dove non si trovano prodotti dell’arti­gianale tradizionale, si scoprono altre « realtà » interessantissime delle tradizioni popolari. È il caso di Ururi (tav. 22-H/6), Portocannone (tav. 22-H/5), Montecilfone (tav. 22-F/5), S. Felice del Molise (tav. 22-E/5-6), Montemitro (tav. 22-E/6), Acquaviva Collecroce (tav. 22-E-F/6). I primi tre di origine albanese, gli altri come abbiamo già detto precedentemente, di origine slava. In questi sei paesi si parla ancora la lingua degli avi, dei quali conservano intatto gran parte del patrimonio culturale.
Gli abitanti di oggi sono i discendenti dei fuggiaschi slavi ed albanesi che, attorno al 1500, in seguito alle invasioni dei Turchi, cercarono rifugio dall’altra parte dell’ Adriatico. In questi sei paesi persino la gastronomia conserva ancora segni dell’influsso slavo ed albanese. Ad esempio la cucina slava è presente nella maniera di conservare ad Acquaviva Collecroce (tav. 22-E-F/6) il maiale, cosparso di paprika.

Ricorrenze

Ad Acquaviva Collecroce (tav. 22-E-F/6) si celebra il primo maggio una festa tradizionale slava, di recente ripresa, una sorta di « giorno del ringraziamento ». Una persona gira il paese ricoperta da una intelaiatura di fronde di pioppo, alle quali gli abitanti appendono primizie di stagione e fiori. Dietro otto musicisti strimpel­lano antiche canzoni popolari con caratteristici strumenti.
A Portocannone (tav. 22-H/5), oltre al palazzo baronale, è interessante la chiesa romanica del 1500. All’inter­no il quadro della Madonna di Costantinopoli che, secondo la leggenda, fu portato dagli albanesi che sfuggiva­no alle invasioni dei turchi, insieme ai pannelli del battistero.
A Montemitro (tav. 22-E/6), quando spira il vento faonio dal matese, i vecchi si stringono addosso i mantelli a ruota tessuti a mano su alcuni rarissimi telai. I mestieri tradizionali, ormai scomparsi, di queste minoranze etniche devono essere recuperati e tutelati in modo adeguato insieme ad altri elementi di un vasto patri­monio culturale.
Infine una prerogativa di cui i molisani si vantano: i sarti, i falegnami, i fabbri trasferitisi in altre regioni del nostro paese o in altri stati dell’Europa o in America hanno ottenuto una meritatissima fama grazie alla loro bravura.
Mario Colangeli nel suo libro descrive un’altra festa molisana, la « Maitunata » o « Bufù » che si svolge a Ferrazzano a Capodanno.
La « Maitunata » è la traduzione dal termine mattonata cioè frecciata satirica, ironica, rivolta verso persone che durante tutto l’anno hanno fatto parlare di sé per qualsiasi motivo.
La sera del 31, verso mezzanotte, sulla piazza del paese si radunano gruppi di ragazzi, bambini ed ognuno è provvisto di ogni genere di strumento: chitarre, fisarmoniche, trombe ed altri oggetti musicali popolari come due grossi chiodi che, scuotendoli, emettono un suono simile ad un campanello e il « bufù ». Questo strumento è fatto con un barile ricoperto ad una estremità con pelle di capra, al centro di questa pelle è inserito un bastone che viene sfregato con la mano per produrre uno strano suono.
I musicisti girano per il paese: ogni tanto il gruppo si ferma davanti a qualche porta per cantare delle frasi scherzose ovvero la famosa « Maitunata ».