Artigianato Calabria



CALABRIA

«Sono figure di uomini, di animali, di piante, ardite combinazioni di elementi geometrici: sono spesso anche simboli e segni della fede, che non mancano di fare la loro apparizione nei tappeti, come in qualsiasi altra espressione di arte popolare».
Paolo Toschi
L’autore del famoso libro «Arte Popolare Italiana», certamente uno tra i più autorevoli studiosi del folclore e dell’artigianale tradizionale in Italia, così sottolineò, con grande efficacia, il fascino e la straordinaria originalità del tappeto calabrese. In esso infatti la decorazione gioca in modo decisivo sulla fantasia e sulla specificità dei motivi e dei disegni.
L’artigianale calabrese porta impressi i segni delle culture millenarie che l’hanno influenzato e le testimonianze di usi e costumi di genti venute da lontano e che ancora costituiscono delle isole etniche ben distinte come, ad esempio, la colonia albanese che qui vive da cinque secoli, le aree dove ancora si parla il dialetto greco, e paesi come Guardia Piemontese dove sopravvive l’antico linguaggio provenzale.
La tradizione millenaria di avere in casa un telaio per uso domestico è alla base del perdurare dell’arte popolare della tessitura a mano di stoffe, biancheria per la casa, coperte da letto, arazzi e tappeti. Nel campo della tessitura, uno dei più importanti settori dell’artigianato calabrese, è utile distinguere due filoni principali: quello «nobile» dell’arte della seta, che oggi sopravvive quasi solamente a Scilla (tav.  19-B/3), e quello della produzione di tessuti per uso domestico in lana, cascame di seta, cotone, lino, canapa e ginestra, diffuso in tutta la regione.
Nel secolo XIII i tessuti serici di Catanzaro erano molto richiesti sui mag­giori mercati italiani e anche su quelli di Francia, Spagna, Inghilterra e delle Fiandre. La presenza del telaio di tal «Giovanni il Calabrese» è do­cumentata a Lione intorno al 1400. Da Venezia e dai paesi europei arriva­vano a Reggio navi e mercanti per l’annuale fiera della seta, istituita da Federico IL I velluti ed i broccati catanzaresi erano molto richiesti specie dai mercanti provenzali e catalani.
Un periodo di grande prosperità per l’arte della seta è quello che fa capo alla grande figura dell’imperatore Carlo V. Numerosissime le testimonianze d’epoca cinquecentesca: nella Chiesa del SS. Rosario di Catanzaro (pia­neta in broccato ricamato d’oro e d’argento), nella Cattedrale di Bova (pi­viale ornato di damaschi e ricamato in oro), ed ancora nelle chiese della Natività di Maria a Luzzi (due tuniche in broccato), di S. Elia a Malito (pianeta di raso con decorazione di garofani rosa), di S. Maria della Serra a Montalto Uffugo, nella chiesa parrocchiale di Sinopoli ed anche in di­verse chiese di Reggio e Mormanno.
L’arte della tessitura a Longobucco (tav. 16-B/4) ha origini remotissime ed è ancora oggi molto fiorente tanto da farne il più importante centro di produzione. Già nel XIV secolo un quarto circa della popolazione la­vorava al telaio nella propria abitazione e nel 1911 le più abili tessitrici riunirono i propri telai in un unico laboratorio. La produzione compren­de coperte, borse e gonne oltre ad arazzi di spiccata originalità tra i quali i più conosciuti portano nomi come «La Giulia» o il «Fiore di Santa Fi­lomena».
Anche a Gimigliano (tav. 18-B/2), San Giovanni in Fiore (tav. 16-C/6), Torrevecchia (tav. 15-E/3), Castel Silano (tav. 16-D/6) e Cariati (tav. 16-E-F/3),  come a Longobucco,  si può constatare su coperte,  arazzi e centri da tavola una prevalenza di motivi geometrici astratti.  A Longo­bucco (tav. 16-B/4) si producono inoltre stoffe per l’arredamento e per l’alta moda di grande valore artistico. Noti i «vancali» di Tiriolo (tav. 18-B/2), splendidi scialli in lana o in seta su fondo nero e con fasce a colori vivacissimi, talvolta ricamati in oro o argento. A Tropea (tav.   17-E-F/6), presso alcune botteghe artigiane, si può trovare un tipo di tessitura mista a carattere rustico. Diretto collegamento con l’arte dei pastori ha la produzione di tovaglie e coperte in fibra di ginestra che, dopo un lungo periodo di stasi, sta riprendendo piede a Be­va (tav. 19-D/6). Si tratta di una lavorazione faticosa sia per quanto concerne la rac­colta sia per la paziente opera di macerazione degli arbusti, necessaria prima di ottenere la fibra da filare e tessere. Il «punto antico o piatto» (trapignu) ed il «punto a spugna o a rilievo» (a pizzalume), rappresentano un elemento costante della tessitura delle coperte calabresi. I disegni delle decorazioni sono originali e fantasiosi e raffigurano fiori, piante, animali, uomini e donne, oppure sono combinazioni geometriche; talvolta rappresentano anche i simboli della fede come la Croce o il monogramma della Madonna. Il «Gruppo Tessitrici di Gerace» (tav. 19-G/3) realizza, tra l’altro, la la­vorazione «a mattonella», le coperte con la decorazione chiamata «stelli­na con dente» e le «curunedde» in cotone. A Bivongi (tav. 18-A/8) ed a Polistena (tav. 19-E/l) vengono prodotte le «pezzare», coperte ottenute con il riciclaggio di vecchie stoffe colorate. Nei paesi dove sono presenti le comunità albanesi come Cerzeto (tav. 15-G-H/3), San Giacomo (tav. 15-G/3), Cavallerizzo di Cerzeto (tav. 15-G/3), Rota Greca (tav. 15-G/4), S. Benedetto Ullano (tav. 15-G/4) e S. Marti­no di Finita (tav. 15-G/3), l’arte della tessitura risente degli influssi della lontana terra balcanica e quindi tappeti, arazzi, coperte, vancali, copritavoli, cuscini, borse e gonne, presentano specifiche caratteristiche. I mo­tivi ornamentali infatti ricordano, ancora oggi, la storia di questa mino­ranza etnica: la barca richiama il viaggio dall’Albania, la lancia e lo scudo le armi dei guerrieri, l’aquila ricorda l’immagine di Scanderbeg, il prin­cipe che fu loro capo.
I materiali utilizzati sono lino, seta, canapa e naturalmente la lana che in queste zone si preferisce tingere con vecchi sistemi e con colori vegetali.
II verde pallido si ricava dall’estratto delle foglie di frassino o di faggio, l’azzuro dall’indaco, il giallo dallo zafferano, il rosso dalle vinacce e dalle bucce di melograno.
San Giovanni in Fiore (tav. 16-C/6) è l’unico centro in Italia dove si rea­lizzano pregiati tappeti, identici a quelli che si ammirano nelle moschee e nelle dimore signorili dei paesi orientali.
Sono infatti prodotti con le stesse materie e con la medesima tecnica dei paesi d’origine e portano i nomi di Bukara, Isfahan, Kabishan, Tebriz ecc.
Una cooperativa composta di giovanissime artigiane opera attivamente a Vaccarizzo Albanese (tav. 15-L/2 – tav. 16-A/2), caratteristico paese dove nel 1468 si trasferì un gruppo di esuli dopo la morte del loro capo, il principe Scanderbeg. Qui si possono acquistare sciarpe in seta o cotone, vari tipi di tovaglie, coperte in cotone ed asciugamani in lino e cotone. A San Cosmo Albanese, rivive, durante la festa del Patrono che si celebra a settem­bre, la tradizione albanese e le ragazze ballano a «Scloca» al suono di una chitarra, di uno zufolo e di un tamburello. A Lungro, nel giorno di carnevale, è possibile tra l’altro ascoltare i canti tradizionali in lingua albanese, accompagnati dal suono della zampogna. Durante queste feste, come anche in occasione dei matrimoni e.di altre ricorrenze tradizionali, si possono ammirare gli splendidi costumi locali.
A Frascineto è visitabile la mostra permanente dei costumi albanesi miniaturizzati; mentre a S. Demetrio Corone è prossima l’apertura di un Museo della Cultura Arbèreshè che avrà il compito di contribuire a fare conoscere il patrimonio culturale di questa minoranza etnica, ricca di tradizio­ni e di folclore.
L’arte del ricamo ha origini molto remote ed ancora oggi si applica ad ambedue i settori della tessi­tura: quello della seta, in special modo nella realizzazione di paramenti sacri, e quello della tessitu­ra popolare per la confezione di tovaglie, lenzuola, coperte e biancheria in genere. A San Giovanni in Fiore (tav. 16-C/6), Cariati (tav. 16-E-F/3), Longobucco (tav. 16-B/4) e nella zona più settentrionale della Sila, molte provette artigiane si sono specializzate nello «sfilato a mano». Meritano poi una considerazione particolare le decorazioni di frange e merletti che trovano an­ch’esse applicazione sia nell’arte della seta che nella tessitura popolare. Tra gli esempi più signifi­cativi: le frange annodate che arricchiscono gli scialli dei costumi tradizionali delle donne ed il notissimo merletto a Tombolo di Tiriolo (tav. 18-B/2), con il quale si realizzano, tra l’altro, dei copriletti che sono dei veri e propri capolavori, frutto di pazienza e di rara abilità. La ceramica, le cui origini risalgono al neolitico inferiore, come testimoniano i reperti rinvenuti durante gli scavi effettuati nella zona di Sibari, meglio delle altre produzioni tipiche, traccia con un filo ininterrotto la storia di questa terra. Ed è infatti proprio nelle terrecotte e nelle ceramiche che si possono cogliere, con grande evidenza, i «segni» indelebili delle civiltà millenarie che si ritro­vano nelle produzioni attuali. Ciò vale in special modo per le terrecotte e ceramiche di Seminara (tav. 19-C/2), che nelle «cannate», nei boccali e nei «bummuli» conservano le caratteristiche degli oggetti arcaici, di carattere sepolcrale o votivo, dai quali derivano. Nei barilotti a forma di pesce ci sono i precisi riferimenti ad alcune simbologie cristiane e «linguaggi» che vengono da molto lon­tano si possono cogliere nelle colombe dai tenui colori giallastri e nei «porcelli» colorati in blu di Prussia. Ma sono i «babbuini» i pezzi più originali di Seminara (tav. 19-C/2): personaggi popolari ironici, dallo sguardo furbo, e con un «ghigno» che è più di un sorriso simpaticamente provocato­rio. Avevano un tempo una funzione propiziatoria e quindi venivano messi all’ingresso delle abitazioni o sui tetti. Ora trovano una giusta collocazione nell’arredamento moderno. Ricche di fascino le «teste di greco», orci che raffigurano guerrieri.
La caratteristica di Seminara è inoltre la verniciatura, molto pregiata, nella quale predominano i colori azzurro, verde e giallo arancione.
A Gerace (tav. 19-G/3) terrecotte classicheggianti, come ad esempio le mattonelle verniciate raffi­guranti il Perseo o il Ratto di Proserpina. Giare, «quartarelle», cuccume e «signorine» si possono acquistare a Roccella Jonica (tav. 19-H/2). In numerosi paesi dell’alta Calabria è facile trovare vasi e boccali rustici nei colori che vanno dal bianco al giallo-rossiccio e al verde. Un tempo questo tipo di lavorazione era molto sviluppato, così da determinare la costituzione di veri e propri quar­tieri abitati da figuli come nel caso di Cosenza dove una certa zona era denominata dei «pignatari» o dei «cannatari».
A Bisignano (tav. 15-1/3) le terrecotte hanno decorazioni di carattere popolare oppure richiamano lo stile di Sibari, così come in altri centri quali Altomonte (tav. 15-G/l), Belvedere Marittimo (tav. 15-E/2), Nicastro (tav. 17-I-L/2), Gerocarne (tav. 17-1/7), Reggio Calabria (tav. 19-A/5), Trebi-sacce (tav. 14-G/6), Gioiosa Jonica (tav. 19-G-H/2), Soriano Calabro (tav. 17-1/6), Lazzaro (tav. 19-A/6), San Marco Argentano (tav. 15-G/3), Bisignano (tav. 15-1/3), Squillace (tav. 18-B/4), Pizzo (tav. 17-H/5), Rogliano (tav. 15-1/7), Cariati (tav. 16-E-F/3) e San Lucido (tav. 15-G/6). Un motivo ricorrente nella produzione dei ceramisti calabresi, come del resto nei racconti e nelle leggende popolari, è quello del «brigante», raffigurato sempre in atteggiamenti caratteristici, pittoreschi.
Tipici di S. Marco Argentano (tav. 15-G/3) gli orcioli con baffi e le borracce smaltate. A Seminara (tav. 19-C/2) ed in pochi altri paesi sopravvive la produzione di formelle in terracotta invetriata, dette «riggiole» o «grigiole», dalla elegante colorazione, un tempo largamente usate, come attestano numerose tracce in antiche case patrizie, in chiese e farmacie del ‘600 e del ‘700. Seminara (tav. 19-C/2), Cosenza (tav. 15-1/56), Marzi (tav. 15-1/7) e Belvedere (tav. 15-E/2), so­no i centri di produzione delle tipiche figurine rappresentanti pastori ed acquaiole calabresi. «Pu­pi» e pastori per il presepe a Rende (tav. 15-H/5) ed a Vibo Valentia (tav. 17-H/5-6). Nel Museo del Folclore di Palmi e nella cattedrale di Isola di Capo Rizzuto si possono ammirare presepi di grande bellezza.
 Dell’antichissima arte di forgiare le armi è sopravvissuta la tradizione di produrre strumenti da taglio nei centri di Lago (tav. 15-H/7) e Serra San Bruno (tav. 17-L/7).
La Calabria conserva una vasta gamma di tesori per quanto concerne gli arredi sacri di arte orafa. Un esempio fra tanti: un reliquiario in oro e smalto del sec. XII, la celebre Stauroteca, custodito
nella Cattedrale di Cosenza, che la tradizione vuole donato alla città da Federico II nel 1222 in occasione della sua consacrazione. A quei tempi operavano in Longobucco valenti argentieri come
pure nel ‘300 e nel ‘400, epoca di cui restano numerose documentazioni. Attualmente la committenza di arredi sacri si è quasi del tutto esaurita, mentre si è mantenuta viva la tradizione orafa di oggetti d’ornamento femminile.
Tra i principali centri, nei quali vengono prodotti raffinati oggetti di gioielleria e di oreficeria, Catanzaro (tav. 18-B-C/2-3), Crotone (tav. 16-G-H/8) e Castel Silano (tav. 16-D/6).
Gli splendidi lavori in filigrana d’argento e d’oro che completano i costumi locali, così come le collane in lamina d’oro a festoni terminanti in medaglioni a forma di stella, le catene d’oro, gli orecchini a navicella e tutta la produzione dell’arte orafa calabrese rivelano un notevole bagaglio di esperienza, acquisito in secoli di ininterrotta attività.
I costumi tradizionali che le donne indossano in occasione dei matrimoni, delle feste popolari e delle ricorrenze religiose sono di una grande ricchezza e variano a seconda delle località. La caratteristica costante è la vivacità dei colori, fra i quali spesso predomina il rosso fiamma.
II «panno rosso» è uno degli elementi essenziali e caratterizzanti del costume calabrese ed è una striscia di tessuto ornata di nastri multicolori che viene avvolta intorno al corpo e poi sorretta dalla cintura della gonna. Tra i costumi più caratteristici, quelli di Luzzi, con gonna in velluto scuro, corpetto nero, camicet­ta bianca ricamata e copricapo che scende fino alle spalle, quelli rosso scarlatto di Verbicaro, con gonna in panno e corpetto di velluto al quale le maniche sono attaccate per mezzo di nastri, quelli di Nicastro, col «panno rosso» e con una coda bianca ornata di frange che pende sul retro della gonna. Vivacissimi i costumi delle popolazioni di origine albanese, sgargianti di seta e broccati nei colori rosso, verde e azzurro, tutti ornati di galloni d’oro e d’argento, trine, merletti e frange. Fra essi il più noto è quello di Tiriolo, con gonna pieghettata in broccato, il bordo ricamato, il «panno rosso», un velo di pizzo sul capo, ed il caratteristico «vancale», sciarpa di lana o di seta con fondo nero e strisce colorate, che avvolge le spalle.
A Guardia Piemontese, dove vive dal XIII secolo una colonia valdese, l’abbigliamento tradiziona­le presenta caratteristiche simili a quello delle zone alpine occidentali.
Il costume maschile è quasi del tutto scomparso anche se restano alcuni particolari come, ad esem­pio, il cappello a cono ornato di nastri di velluto.
Lo strumento musicale tipico della Calabria è la «chitarra battente», a cinque corde doppie, anti­chissima, forse anteriore al liuto ed alla chitarra spagnola; si chiama «battente» perché tutte le corde devono suonare insieme ad ogni battuta della mano. Era lo strumento particolarmente usato per le serenate. I centri attuali di produzione di questo strumento sono Bisignano (tav. 15-1/3) e Delianuova (tav. 19-D/3); di quest’ultima sono note particolarmente le chitarre intarsiate. In una bottega artigiana di Bisignano (tav. 15-1/3), dove si costruiscono fin dal 1800 strumenti a corda, ancora oggi si possono trovare dei veri e propri pezzi d’arte ed in particolare chitarre clas­siche e vari strumenti rinascimentali. A San Giorgio Morgeto (tav. 19-E-F/l) si fabbricano zampogne ed a Cardeto (tav. 19-B/5) e Seminara (tav. 19-C/2), i tamburelli. Ceste di vario tipo (la forma è determinata dall’uso a cui sono destinate nella vita domestica rurale o pastorale o marinara) si possono acquistare nei centri specializzati in questa produzione. Si tratta di oggetti belli nella loro semplicità e in grado di portare una nota personale nell’arredamento ru­stico e nelle case moderne. Sono da menzionare i cesti di paglia di Crucoli (tav. 16-F/4), nei tipi «merguliddu», «a filo», «a vento», «pesante» od a «sbaratta tavola»; i canestri e le gerle in canna di San Giorgio Morgeto (tav. 19-E-F/l), Delianuova (tav. 19-D/3), San Giovanni di Gerace (tav. 19-G/2) e San Roberto (tav. 19-B/4); le «tafaredde» di Polistena (tav. 19-E/l) e di Montepaone (tav. 18-B/5); il «cannirsu» di Reggio Calabria (tav. 19-A/5), la «canniscia» di Tropea (tav. 17-E- F/6), il «cistiellu» di Cosenza (tav. 15-1/5-6). Centri che producono cestineria in lamine di casta­gno intrecciate sono: Figline Vegliaturo (tav. 15-I-L/6), Soriano Calabro (tav. 17-1/6), Fronti (tav. 17-L/2), Rosarno (tav. 17-F/8) e Conflenti (tav. 15-1/8 – tav. 17-1/1), mentre di Montepaone (tav.18-B/5) sono i crivelli, i cesti di paglia e giunco marino, le fuscelle per la ricotta e i formaggi, ed i praticissimi cestini usati come portacarte.
A Spezzano della Sila (tav. 15-I-L/6) è molto diffusa l’attività della impagliatura dei fiaschi. Cesti­ni di ginestra di tutte le forme e dimensioni vengono confezionati a San Giovanni in Fiore (tav. 16-C/6).
Infine va ricordato che per le feste popolari di alcuni paesi della regione è tradizione preparare croci di paglia intrecciata e bulbi elicoidali di vimini, contenenti semi di grano. La ricchezza boschiva della Sila e dell’Aspromonte ha alimentato sin da tempi antichissimi l’artigianato del legno che ha conservato nella regione le caratteristiche di arte popolare, fedelmente legata alla tradizione e quindi all’arte dei pastori, e che si è avvalso, sin dal XIII secolo, dell’opera di una folta schiera di esperti intagliatori e tornitori.
Tra il ‘500 ed il ‘600 è Rogliano il centro principale dell’artigianato del legno: vi vengono prodotte suppellettili (cassepanche, confessionali, cori, sedie vescovili) per le chiese e le sagrestie di molte città e molti paesi della Calabria.
Circa un secolo più tardi diventano importanti in quest’arte anche Castrovillari e Morano che fino all’800 produrranno mobili e soffitti di pregevole fattura.
Oggi noti centri dove si possono trovare mobili intagliati sono: Castelsilano (tav. 16-D/6), San Sostene (tav. 18-A-B/6), San Giorgio Morgeto (tav. 19-E-F/l), Delianuova (tav. 19-D/3), Polistena (tav. 19-E/l), Reggio Calabria (tav. 19-A/5), Fagnano Castello (tav. 15-G/2-3) e Chiaravalle Centrale (tav. 18-A/5). Sculture in legno a Seminara (tav. 19-C/2) e Palmi (tav. 19-C/2).
Legata al settore del mobile è la produzione di sedie, che si rifa ai modelli conservati negli antichi palazzi. Sono sedie dalla linea sobria, con larga spalliera, lisce o intagliate, tutte in legno o con il sedile impagliato.
Paesi produttori di sedie sono: Polia (tav. 17-L/4-5), San Nicola dell’Alto (tav. 16-F/5) e Serra-stretta (tav. 17-L/l – tav. 18-A/l), dove i sediai si sono riuniti in consorzio. L’ingenua arte dei pastori, veri e propri scultori primitivi, si ritrova negli oggetti rustici di Polia (tav. 17-L/4-5) e di Lago (tav. 15-H/7), intagliati a punta di coltello, fra i quali i più comuni sono cucchiai, forchettoni, mestoli, saliere, candelieri, ed altri utensili della vita contadina e pastorale come bastoni, barili, «tineddi», mortai e conocchie.
A Brognaturo (tav. 17-L/6), un vero e proprio «maestro», utilizzando la radice di erica, realizza stupende pipe fiammate e, su ordinazione, anche esemplari scolpiti. Pipe si trovano anche a Villa San Giovanni (tav. 19-A/3-4) ed a Melilo di Porto Salvo (tav. 19-B-C/7). La documentata attività di ferriere nella Sila e nell’Aspromonte attesta che già nei sec. XIII e XIV la produzione del ferro in Calabria era molto diffusa. L’artigianato del ferro battuto era già prati­cato nel ‘400 e nel ‘500, ma il periodo di massima fioritura di questo settore è però quello barocco durante il quale vennero realizzate artistiche ringhiere per balconi dalla caratteristica forma bom­bata, ornate da volute e motivi floreali. I principali centri di produzione erano Castrovillari, Moranò, San Basile, Verbicaro, Trebisacce, Cerchiara, Cosenza, Rossano, Paola e Amantea, ma anche il catanzarese, in particolare Serra San Bruno.
Crotone è stata per lungo tempo celebre per i suoi «maestri fabbri» alla cui notevole esperienza si deve la realizzazione di pregevoli oggetti sacri quali croci, reliquiari e calici, oltre che di monili. Nell’800 ed agli inizi del ‘900 quest’arte ebbe un certo declino per tornare però ad un notevole livel­lo di qualità artistica in epoca attuale.
Centri nei quali si lavora il ferro battuto, seguendo l’antica tradizione, sono Reggio Calabria (tav. 19-A/5) e Catanzaro (tav. 18-B-C/2-3).
La lavorazione del rame, fiorente in passato quando vi era una larga produzione di bracieri, broc­che, caldaie dette «quadrare» ed altri oggetti di uso domestico, non è attualmente molto praticata; tuttavia cestini ed altri utensili in rame si possono trovare a Reggio Calabria (tav. 19-A/5) ed a Laureana di Borrello (tav. 17-G/8).
Nel campo del bronzo la produzione più importante riguarda le campane che si trovano in quasi tutte le chiese della Calabria, costruite secondo canoni segreti tramandati di padre in figlio. A Cosenza (tav. 15-1/5-6) e ad Amantea (tav. 15-G/8), è molto attiva la utilizzazione della latta con la quale si fanno i così detti «buzzechi», contenitori per l’olio d’oliva di varia forma e misura largamente usati per condire in cucina, oltre a lampade da giardino, portacandele da tavolo ed altri oggetti d’uso domestico.
In molte località le botteghe dei fabbri producono zappe, di forma e di tipo diversi, che ancora oggi costituiscono motivo d’orgoglio e di vanto da parte degli agricoltori che spesso fanno a gara tra loro nel possederne il maggior numero possibile.
La Calabria è ricca di cave di marmo e di granito, dalle quali si estraggono materiali dalla diversa colorazione: rossastri, carnicini, bianchi e grigi a Rossano e Longobucco, verde e grigio scuro nel catanzarese, porfidi quarziferi a S. Giovanni in Fiore, pietra verde a Delianuova, marmo rosa a Gimigliano.
Questi materiali, che sono stati usati per opere architettoniche e per sculture in tutta Italia sin dai tempi antichissimi, oggi sono scarsamente utilizzati, specie a livello artigianale. Oggetti in pietra scolpita si possono trovare a Delianuova (tav. 19-D/3).
Molto attiva la lavorazione del vetro: bottiglie, brocche, bicchieri e contenitori si fabbricano a Sellia Marina (tav. 18-D/2), Bagnara Calabra (tav. 19-B-C/3) e Soverato (tav. 18-B/5). L’antichissima arte di modellare la cera, il cui prodotto più caratteristico sono gli ex voto che si usavano portare in processione, continua a Favazzina (tav. 19-B/3), anche se in forma molto ri­dotta. A Scilla (tav. 19-B/3) ed a Péllaro (tav. 19-A/6) si costruiscono ancora le «ontre», snelle imbarcazioni realizzate con legni duri. Articoli per la pesca si trovano a Bagnara Calabra (tav. 19-B-C/3). A Crotone (tav. 16-G-H/8), selle ed accessori vari per la bardatura. Particolarmente ricco è il campo dell’artigianale dolciario nel quale prevalgono i «mostaccioli» confezionati con farina e miele a forma di pesci, figure umane, carretti, cavalli e fiori. Si produco­no anche vari tipi di torroni. A Soriano Calabro (tav. 17-1/6), tipiche figure di pane o di marzapa­ne dette «nzudohi», a Bagnara Calabra (tav. 19-B-C/3), i «bacetti» (torroni ricoperti di cioccolata), i «sospiri di monaca», dolci di pandispagna e crema, lo «stomatico», dolce di pasta frolla che la credenza popolare vuole efficace per il fisico e per il morale.
In occasione dei pellegrinaggi e delle ricorrenze religiose le donne della Sila preparano ca­vallini e pupette di pasta di pane dalla forma appiattita e con gli occhi fatti con le olive o con le mandorle.