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Artigianato regione Campania

CAMPANIA

«Era entrata nella bottega di Peppino Asciane, suo cugino, quello che faceva i Santi.
La bottega era piccola e i cinque o sei Santi, grandi, al naturale, di legno scolpito, la riempivano. Veramente Peppino Asciane faceva loro solamente la testa, le mani e i piedi, di stucco, delicatamente dipinti: ma egli era il primo stuccatore di Santi dei Banchi Nuovi, che pure è il quartiere tradizionale dove si fanno i Santi. Quando occorreva, dipingeva anche i vestiti, sul legno, passandovi mollemente sopra il pennello intriso in una tinta assai ingenua: la tonaca azzurra della Madonna Immacolata cosparsa di stelle d’oro e d’argento, la tonaca bigia e il mantello azzurro
del grande S. Giuseppe, la tonaca marrone del poverello di Assisi. Ma preferiva, in verità, come tutto il popolo napoletano preferisce, le statue dei Santi vestite veramente, di lana o di seta, con una vera tonaca ricamata o trapunta, con un vero cordone…»
Matilde Serao

L’artigianato della Campania rispecchia i caratteri, gli umori della sua gente; è quin­di inconfondibile, vario, poliedrico, pieno di inventiva, ricco di storia. Sembra quasi ispirarsi a quella «filosofia» della vita che Eduardo De Filippo ha magnificamente descritto in molte sue commedie, come ad esempio «La Grande Magia» (… «Questo ho voluto dire che la vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede»). Un’e­spressione significativa di questa intensa religiosità si può cogliere nel pre­sepe napoletano. Fin dal secolo XIII il presepe ebbe cultori del livello di Arnolfo di Cambio, ma il massimo splendore lo ebbe durante il Regno delle Due Sicilie, sotto Carlo III di Borbone, amante delle arti e dell’artigianato. Carlo III, che fu anche mecenate delle manifatture di Capodimonte, ebbe la capacità di fare di Napoli una favolosa bottega del presepe. La città fu tutta un fiorire di cesellatori, intagliatori, orefici, scultori, che si dedicarono con pazienza a modellare le minuscole statuette. Talvolta Carlo III modellava di persona le figure, la regina spesso curava gli abiti che erano confezionati con preziosi tessuti di seta dalla sartoria di Corte.
Il museo di S. Martino a Napoli conserva, fra l’altro, sette stupendi esem­plari di scuola settecentesca, dei quali uno interamente lavorato in corallo ed un altro in porcellana bianca. Uno dei più grandiosi è il «Cuciniello», dal nome del donatore Michele Cuciniello, che lo montò personalmente, regalandolo alla Certosa di S. Martino. Contribuirono alla sua costruzio­ne famosi artisti vissuti nell’arco di due secoli; i pastori sono in gran parte opera del pittore Giuseppe Sammartino che considerò un privilegio l’invi­to a modellare le statuette. Molto caratteristico quello appartenuto alla famiglia Ricciardi, donato al Museo nel 1917, composto da sessanta figu­re umane, ventuno animali, sette angeli, diciotto putti. La tradizione continua e così ogni anno, dai primi giorni d’autunno a Na­tale, si può ammirare, lungo la via San Gregorio Armeno, la straordina­ria esposizione degli artigiani presepiali.
Alla periferia di Napoli, esattamente a Pollena Trocchia (tav. 7-1/3), in una singolare bottega di estrosi artigiani si possono trovare pastori del set­tecento napoletano, come quelli esposti al Museo di San Martino: per le teste vengono usati i calchi d’autore di un tempo ed i vestiti sono ricavati da stoffe d’epoca.
Altra significativa espressione dell’artigianato campano, come sempre legato al folclore, è la festa dei gigli di Nola, che si svolge ogni anno la domenica suc­cessiva al 22 giugno, festa di S. Paolino, vescovo della città nel sec. V. È questa una festa di profondo significato popolare, religioso e culturale che viene preparata du­rante l’intero anno ed alla quale partecipano tutti i nolani (molti di essi, residenti in altre località o all’estero, ritornano per l’occasione). I gigli sono otto guglie di legno di pioppo, di abete o di castagno, alte 25 metri circa, costruite da una schiera di artisti quali pittori, architetti, scultori, con una tecnica che si tramanda di padre in figlio; ogni guglia ha una facciata rivestita in cartapesta o decorata con motivi architettonici ispirati a soggetti religiosi o storici o ad avvenimenti di attualità. Le otto guglie simboleg­giano le antiche corporazioni dei mestieri (panettieri, beccai, bettolieri, salumieri, ortolani, calzolai, fabbri e sarti) e vengono portate a spalla, danzando, insie­me alla «barca di san Paolino», guidata da un «turco», che ricorda, secon­do la leggenda, il ritorno per mare del Santo dall’Oriente dove era stato prigioniero dei barbari. Il tragitto della singolare processione attraversa buona parte della cittadina e termina nella Piazza del Duomo dove, con una solenne cerimonia, i gigli vengono benedetti dal Vescovo di Noia. A Sorrento sopravvive un’antica lavorazione artigiana fatta di pazienza, di passione e di inventiva: è quella dell’intarsio o della tarsia. Consiste nell’inserire in una superficie lignea pezzetti di legno di diverso colore o di materiali a volte rari e pregiati, quali madreperla, tartaruga o altro, per ottenere determinati effetti decorativi. Il primo ad introdurre a Sorrento questo tipo di lavorazione fu lo stipettaio Antonio D’Amora che agli inizi dell’800 pensò di insegnare ai suoi concittadini la tecnica appresa a Napo­li nel restaurare i mobili di Palazzo Reale. Molti si avvalsero del suo inse­gnamento e della sua esperienza ed in breve sorsero numerose botteghe artigiane di intarsiatori la cui produzione consisteva in scatole, cornici, chincaglierie fabbricate in legno di limone, arancio o ulivo; la decora­zione dapprima si ispirò a quella delle opere rinvenute negli scavi di Pompei, più tardi a scene di vita locale così come erano descritte nelle opere di Filippo Palizzi e del Duclère, ed agli sgargianti e pittoreschi costumi del Dura. Dal 1877 l’arte dell’intarsio ebbe un nuovo impulso ad opera di un valente artigiano, Francesco Grandi, per merito del quale fu istitui­ta la Scuola d’Arte per la tarsia e l’ebanisteria che ha forgiato intere gene­razioni di artigiani preparati e qualificati. Anche la presenza a Sorrento di artisti di diverse nazionalità ebbe un’influenza culturale notevole sul­l’arte della tarsia.
Oggi, pur essendo questo tipo di artigianato alquanto in declino, girando nelle strade del centro storico della cittadina campana, Via Fuoro, Via S. Nicola, Via Pietà, Vicolo S. Aniello, si vedono ancora numerose botte­ghe di artigiani dell’intarsio che espongono, ad asciugare al sole, pile di oggetti di varie dimensioni e destinati agli usi più diversi: scatole, tavo­lini, vassoi, mobili, quadri, per lo più con decorazioni a soggetto floreale. Molto graziosi i piccoli mandolini con il carillon che suona motivi celebri lo­cali. Tutti questi oggetti rivelano l’opera paziente e minuziosa di uno o più arti­giani che con l’impiego di legni diversi nel colore riescono a creare affascinanti giochi   di   chiaroscuro   accentuati   da   sapienti   tratti   di   inchiostro   di   china.

Gli intagliatori di oggi, come la Scuola d’Arte Sorrentina, sono alla continua ricerca di motivi e disegni che rinnovino la produzione.
Nella ceramica di Vietri (tav. 8-C/5) si coglie il fascino dei colori della costiera amalfitana, uno dei paesaggi più belli del mondo. Fin dal IX secolo dopo Cristo gli amalfitani, abilissimi navigatori e commercianti, aprirono a Vietri alcuni magazzini nei quali si mescolarono, in arrivo ed in parten­za, terrecotte e maioliche di Spagna, Bisanzio, Cipro, Cava dei Tirreni, Sicilia; nel XIII secolo, sotto l’influsso arabo, alcuni abili ceramisti vietresi iniziarono a decorare con mattonelle invetriate gli esterni degli edifici.
Ma è nel secolo XVII che la ceramica vietrese fa un importante salto di qualità: è l’epoca in cui nascono le prime mattonelle in terracotta invetriata per decorazioni e rivestimenti murali. La più antica testimonianza che resta è infatti del 1639 ed è una mattonella, incastonata in un muro ester­no di Raito, raffigurante la «Madonna delle Grazie e due Santi». Con le riggiòle (questo è il nome delle mattonelle) si creano anche i «quadroni», ampie composizioni decorative e descrittive (for­mate da 40 pezzi), spesso di notevole livello artistico.
Tra i motivi delle «scene» di vita popolare, che ancora oggi compaiono sui pannelli, c’è quello che rappresenta la vendemmia, e poi ci sono pupazzetti, asinelli, pesci, velieri, ed anche paesaggi di sapore moresco.
Questo gusto «narrativo» si ritrova nei grandi piatti, vasi, servizi da tavola, appliques, bigiotteria. Nelle numerose botteghe artigiane (sono sorte anche varie fabbriche) si continua a tenere in vita, con grande meticolosità, l’autentico stile vietrese, che non ha toni accesi ma sempre smorzati, mezzo-opachi, rustici, soffusi di un intenso calore umano.
Agli inizi del nostro secolo una colonia di artisti stranieri installatasi a Vietri ebbe il merito di dare una svolta più internazionale alla produzione della ceramica, pur rispettando le tradizioni locali di lavorazione, colore e disegno. Alcune opere, tra cui quelle del Gambone, del Dolker, di Irene Kowaliska, si possono vedere nel piccolo ma suggestivo Museo della Ceramica Vietrese, nell’incan­tevole Villa Guariglia, dove sono illustrate le diverse fasi dello sviluppo dell’industria ceramica nel­la cittadina campana.
Tra i pezzi più significativi, le mattonelle «votive» (datate fin dal 1600) molte delle quali dedicate a S. Giovanni, patrono di Vietri. Nella sezione storica del Museo, sono di notevole interesse una piastrella ottagonale dedicata a S. Giovanni Battista, del 1735 ed un’altra che rappresenta S. Gio­vanni decollato, del 1762.
Altri centri dove è possibile acquistare oggetti in ceramica, spesso con motivi simili a quelli di Vie­tri, sono: Salerno (tav. 8-C-D/5), Ogliara (tav. 8-D/4), Cava dei Tirreni (tav. 8-C/5), Ravello (tav. 8-B/5), Maiori (tav. 8-B/5). Sessa Aurunca (tav. 3-H/6) è rinomata per le sue splendide terrecotte per uso quotidiano: otri, vasi, fiaschi, tegami e bacili, plasmati con grande maestria sulla ruota del ceramista, con gocce di smalto lucente che brillano su forme inventate centinaia di anni fa ma che sono sempre attuali grazie alla loro estrema semplicità e funzionalità. Per le specifiche caratte­ristiche dell’argilla locale i manufatti di Sessa Aurunca resistono molto bene al calore. Altri oggetti in ceramica vengono prodotti a Calitri (tav. 8-1/2), Avellino (tav. 8-C/2), Teano (tav. 3-1/6), S. Lorenzello (tav. 4-C/5) e Montecorvino Rovella (tav. 8-E/5).
A Cerreto Sannita (tav. 4-D/5) la tradizione della ceramica risale ai periodi greco e romano. I suoi prodotti sono vari e ricchi: vasi, piatti per frutta e dolci, lavabi, piramidi multicolori di frutti e foglie (che costituiscono deliziosi centri tavola), saliere, lampade ad olio e portacandele decorati con piccoli angeli, festoni e fiori. Altri oggetti sono le salsiere, vari tipi di recipienti, mattonelle. La scuola di Capodimonte ha gareggiato con le più famose fabbriche straniere di ceramiche e di porcellane. Ai raffinati esemplari conservati nei musei di Napoli si ispirano gli artigiani attuali che creano oggetti di squisita fattura, ricercati in tutto il mondo.
Nel Palazzo Reale di Capodimonte, a Napoli, tra l’enorme numero di opere d’arte si possono am­mirare il celebre salottino di porcellana, capolavoro della Manifattura di Capodimonte, proveniente dalla Reggia di Portici, e varie collezioni di porcellane italiane.
Usato come moneta e come amuleto, citato da Ovidio ed immortalato dal Tiepolo, il corallo è sta­to uno degli ornamenti più richiesti in ogni epoca.
I primi oggetti lavorati risalgono alla preistoria, nel primo millennio avanti Cristo. Pelasgi, Fenici, Egizi, Etruschi, Siculi, Greci, Genovesi e Provenzali hanno attribuito al corallo il simbolo della felicità e della fecondità. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) ci ha lasciato una interessante descrizione delle zone di pesca del corallo che anche i Romani usavano come amuleto in diverse forme. Men­tre nel 1500 furono i siciliani «curaddari» di Trapani e Messina a portare il corallo al massimo splendore artistico, nel 1800 si assistette ad un predominio dei napoletani che culminò nella crea­zione di una fabbrica a Torre del Greco, nel cinquecentesco Palazzo Caracciolo, ad opera del marsigliese Paolo Bartolomeo Martin. Nel giro di pochi decenni Torre del Greco riuscì a trasformarsi nel più importante centro di lavorazione del corallo, ma anche nella principale base di pesca e di commercio. Quando Ferdinando IV, re di Napoli, diede ai torresi con il «Codice corallino» un vero e proprio monopolio, sulla bandiera della città fu raffigurato un simbolo che rappresentava una torre fra due rami di corallo. Per la sua caratteristica forma ramificata il «Corallum Rubrum» fu per diversi secoli creduto un vegetale; intorno ad esso sorsero numerose leggende, la più nota delle quali ne fa risalire le origini al sangue della testa della Gorgone uccisa da Perseo. La vera natura del corallo restò sconosciuta fino ai primi anni del Settecento, quando il medico chirurgo della marina francese Andrea De Pejsonnel di Marsiglia spiegò che quelli che si credevano fiori di una pianta erano in realtà animaletti rassomiglianti ad una piccola attinia o ad un polpo. Risale al 1879 la fondazione della «Scuola d’incisione del corallo, di arti decorative ed affini», che oggi ha cambiato la denominazione in «Istituto Statale per l’Arte del Corallo e l’Oreficeria», dalla quale uscì un gran numero di artigiani preparatissimi, in molti casi veri e propri artisti. Negli ultimi anni la concorrenza del Giappone, della Cina, di Taiwan è diventata molto agguerrita, ma l’innato senso artistico unito ad una consolidata esperienza hanno consentito agli artigiani di Torre del Greco (tav. 7-1/4) di mantenere un primato incontrastato in quest’arte. Circa il 90% del corallo pescato nel mondo (oltre che nel Mediterraneo si pesca nel Pacifico, nei pressi delle Marianne, delle Pigi, delle Midway, ecc. e nel Mar del Giappone) giunge nei laboratori di Torre del Greco, giustamente ritenuta la capitale del corallo, da dove poi riparte, lavorato in mille modi diversi e di diverso pregio e valore, per tutto il mondo. Il prodotto finale dell’industria è il risultato di un lavoro duro, di una grande abilità, di attività diverse: quella del pescatore che si tuffa nell’acqua alla ricerca di banchi corallini, quella dell’artigiano che taglia e rifinisce artisti­camente il corallo e quella dell’altro artigiano che lo unisce a metalli preziosi per creare gioielli di estrema finezza e gran pregio. Infatti buona parte delle montature d’oro dei gioielli di corallo vengono eseguite nelle medesime botteghe.
La lavorazione si distingue in due grandi settori, secondo il fine della produzione: la «lavorazione del liscio», cioè di perle, ovuli, tronchetti per collane, spille, anelli ed accessori d’abbigliamento (a sua volta il liscio si suddivide in «tondo e rotondo» per la gioielleria di classe, e in «roba di fabbrica» per la bigiotteria) e la «lavorazione artistica o incisione», da cui escono oggetti scolpiti che sono vere e proprie opere d’arte.
Noti gioiellieri italiani, ma anche Tiffany e Cartier espongono, con successo, ormai da anni, pre­ziose creazioni realizzate con l’«oro rosso», molto richiesto ed il cui valore aumenta sensibilmente col passare degli anni.
A Torre del Greco (tav. 7-1/4) si lavorano anche la conchiglia da incisione, la madreperla, la tarta­ruga, il lapislazzulì, la malachite, la pietra lavica ed il marmo.
Più del 95% dei cammei venduti nel mondo sono opera degli incisori torresi. Il cammeo è un’opera di finissimo bassorilievo, ottenuta incidendo la crosta bianca o giallina di certe grandi conchiglie in modo da trame volti, figure, scene e paesaggi in rilievo sul fondo rossobruno, purpureo o rosato della conchiglia stessa.
Anche il cammeo richiede estrema perizia da parte dell’incisore che nello spessore di uno o due millimetri riesce a riprodurre figure umane e mitologiche, scene di vita, paesaggi o storie. Il valore commerciale del cammeo viene valutato in millimetri, misurati sul diametro maggiore. Tra i cammei più famosi si deve ricordare una intera conchiglia sardonica sulla quale l’incisore Giovanni Sabbato raffigurò l’allegoria dell’Impero Britannico, con una sterminata folla di perso­naggi storici simbolici attorno alla Regina Vittoria. Questa opera richiese ben dieci anni di lavoro (dal 1873 al 1883).
Oggi a Torre del Greco si possono acquistare cammei di tutti i tipi, dal vero e proprio «gioiello» ad oggetti dai prezzi contenuti.
Nel campo tessile va menzionata per prima S. Leucio (tav. 4-A/7), un paese a breve distanza da Caserta, sorto per volere di Ferdinando IV nel ‘700, dove fiorisce ancora, anche se quasi esclusiva­mente ristretta alle stoffe per arredamento, l’arte del tessuto. Nei secoli scorsi invece aveva il pri­mato della produzione di sete pregiate, di velluti, damaschi e broccati, e la produzione del suo Stabilimento Serico era apprezzata e ricercata da sovrani e nobili, italiani e stranieri. Pontelandolfo (tav. 4-E/5), invece, si è specializzata in prodotti più rustici, tra i quali sono com­presi manufatti di uso ordinario come stoffe di lana, lenzuola, coperte, tappezzeria, tappeti, araz­zi, scialli, gonne. In essi è di straordinario effetto la fusione di colori vivaci, scelti con particolare cura. In un laboratorio di tessitura di Parolise (tav. 8-D/2) si creano artistici arazzi, stuoie e tappeti in lana e seta. A Positano (tav. 7-L/6 – tav. 8-A/6), noto centro turistico, abiti leggerissimi, sandali e zoccoli (fatti su misura, in diversi colori, con tacchi o senza) di produzione locale. Caserta (tav. 4-B/8) è, fra l’altro, famosa per la fabbricazione artigianale di scarpe e stivali, di tela o di pelle. Ischia (tav. 7-E/4), Capri (tav. 7-H/7), Amalfi (tav. 8-B/5), Precida (tav. 7-F/4) offrono ai turisti, nelle vario­pinte botteghe, vestiti con tessuti dipinti a mano, stampati secondo stili di schietta derivazione dai costumi popolari locali.
Ricami a «piccolo punto» a Torre del Greco (tav. 7-1/4) e Napoli (tav. 7-H/3). Gli artigiani napoletani del cuoio e della pelletteria (in particolare fabbricanti di borse), i calzolai, i guantai continuano a produrre oggetti lavorati con grande precisione e secondo le regole dell’artigianato artistico. In una delle botteghe più antiche di Napoli si possono trovare borse di pelle, spesso abbinata ad altre materie come corallo, ottone, rame, corteccia di cocco, conchiglie. L’arte dell’intreccio è ampiamente diffusa a Napoli (tav. 7-H/3), Ischia (tav. 7-E/4) e Marzano Appio (tav. 3-1/5): il legno viene tagliato in striscie sottili che sono intrecciate per formare cesti d’uso contadino da adibire alla raccolta dei funghi, della frutta e delle verdure. Amalfi è invece la patria della carta, la cui lunga storia è legata alle vicende storiche della cittadina campana ed alla sua prodigiosa attività commerciale nel Medioevo. Gli amalfitani, che erano in buoni rapporti con gli arabi, ebbero l’astuzia di apprendere da questi l’arte della fabbricazione della carta e di divenirne in breve i produttori. Un atto della fine del 1300 menziona chiaramente un mulino, situato fuori l’abitato, che era stato trasformato in cartiera. Da questa, alla quale an­darono affiancandosi man mano altre fabbriche in luoghi vicini, la carta veniva fornita a tutte le città dell’Italia Meridionale. Era un prodotto molto pregiato e richiesto; negli archivi di molte città italiane sono conservati documenti con filigrane di Amalfi che raffigurano lo stemma della città, oppure stemmi vescovili, simboli araldici o disegni di vario tipo.
Questo primato Amalfi lo conservò fino all’Unità d’Italia; dopo lo perse per vari motivi di ordine doganale, politico, per la difficoltosa viabilità, e perché non riuscì ad attuare gli ammodernamenti che si rendevano necessari. Alcune cartiere furono costrette a trasferirsi in altre città e ad Amalfi è rimasta solo la produzione di carta da imballaggio e di un tipo di carta molto buona e resistente usata per disegno e pittura o per la stampa di libri in edizioni di lusso.
Altre attività artigianali della Campania comprendono la lavorazione: del ferro battuto con figuri­ne in ferro a Sant’Andrea di Gonza (tav. 8-1/3), ma anche lampadari ed oggetti di arredamento; del rame (mestoli, caffettiere, conche e scaldini) a Piedimonte Malese (tav. 4-B/4); degli oggetti in vetro; degli strumenti musicali oltre ad una notevole produzione di giocattoli. Oggetti in cuoio e tessuto, teatrini in miniatura, burattini e marionette, in alcune tipiche botteghe di Napoli.

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