Artigianato regione Sicilia


SICILIA

«Prevedendo che le cinque giare di coccio smaltate…. non sarebbero bastate a contenere tutto l’olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra…: alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa».

Luigi Pirandello
I colori del paesaggio, spesso violenti, si ritrovano nelle ceramiche siciliane: un intreccio fantastico di terra, acqua e fuoco. Ed il costante ricordo del passato rivive in questi oggetti. Infatti i grandi orci e le giare d’argilla rossa e sonante discendono dai «pythoi» del I millennio a.C.; utilizzati nel passato per contenere l’olio dell’annata, trovano oggi un simpatico impiego come base per vasi da fiori nei giardini e sulle terrazze.
Sono forme che si perdono nel tempo e appaiono intimamente legate a tante altre importantissime tracce della storia: la Valle dei Templi di Agrigento, Eraclea Minoa, Naxos, Taormina, Tindari, Siracusa, Solunto e Selinunte. E poi le necropoli come quelle di Cava d’Ispica, Pantalica e S. Angelo Muxaro: enormi aree rocciose punteggiate di buchi neri carichi di storia anzi  di preistoria.

Un tempo era molto diffusa in diverse località della Sicilia la fabbricazione di uten­sili in terracotta destinati alla conservazione dell’acqua («quartare») e di derrate ali­mentari («giarre» o «giare»). Giare di tutti i tipi, anche di misure eccezionali (fino a due metri di altezza) si realizzano ancora a Santo Stefano di Camastra; il vederle riporta alla memoria il  famoso racconto di  Luigi Pirandello. Sempre a Santo Stefano (tav. 22-G/5) si possono acquistare i caratteristici «lemmi», scodelle smaltate di grandi dimensioni. Le «quartare» di Lentini (tav. 26-D/5) sono particolarmente richieste perché riescono a mante­nere l’acqua ad un giusto punto di freschezza. Oggetti simili si possono trovare ad Alcamo (tav. 21-C/5), Carini (tav. 21-E/3), Caltanissetta (tav. 25-D/3), Calatafimi (tav. 21-B/6), Caccamo (tav. 21-L/6), Castronovo di Sicilia (tav. 24-1/1), Gela (tav. 27-F/3 – tav. 25-F/8), Nicosia (tav. 22-G-H/8), Licata (tav. 25-C/8), Patti (tav. 23-C/3), Terrasini (tav. 21-D/3). I nomi di molti oggetti in ceramica sono ricchi di fascino: «l’ogghialoru» (orcio per l’olio turato con legno di sughero, appeso vicino al focolare), lo «nziru» (grande orcio di terracotta molto porosa il cui nome deriva dal­l’arabo), la «baghena» (vaso da farmacia che serve anche per tenervi sot­taceti, olive, conserve). E poi i «bummolicchi», le «lancedde», le «bacare». La città di Burgio (tav. 24-F/2) produce ceramiche rustiche che presenta­no, fra l’altro, la tipica decorazione a treccia comune a quelle di Palermo (tav. 21-G/3), Sciacca (tav. 24-D/3), Collesano (tav. 22-C/6), e spesso il motivo del tralcio. La treccia, ornato tradizionale della ceramica sicilia­na, ha il centro dipinto di marrone. Specialità di Burgio (tav. 24-F/2) so­no la lucerna ad una sola fiamma, e l’alta brocca a due corpi e a collo stretto. Caltagirone (tav. 25-1/6 – tav. 27-1/1) offre un’ampia scelta di og­getti per la casa e articoli da cucina, decorati con fiori, pesci e paesaggi: sono lampade ad olio in forma umana, contenitori per la marmellata di cotogne, caraffe, brocche a forma di pesce, barattoli e vasi sui quali ven­gono dipinti, con notevole dose di humour, i volti di personaggi famosi o locali, oltre che figurine di santi e di angeli. Singolare è la grande Ma­donna col Bambino seduta in trono: questa immagine devota è ispirata ad una Madonna venerata nei dintorni di Caltagirone. Le acquasantiere, dai tipici smalti bianchi o nei caratteristici colori giallo-ferraccia e verde-ramina,   continuano   la   tradizionale   produzione   del   Settecento   e dell’Ottocento. Molto belli i carrettini di ceramica che riproducono fe­delmente, anche se in rapporti minimi, le linee ed i colori del carretto vero. Tra le tante «specialità» di Caltagirone (tav. 25-1/6 – tav. 27-1/1) vanno menzionati i fiaschi a forma di pesce, le fioriere a figura femminile, le lucerne a figura equestre. I restauri fatti nel 1870 alla Chiesa della Martorana di Palermo, edificata nella II” metà del secolo XII, rivelarono un vasto patrimonio di recipienti di terracotta con le stesse decorazioni arabe impiegate nelle volte. Ciò a conferma della tesi secondo cui già nel sec. XII a Palermo iniziava la produzione di terrecotte di ispirazione moresca; ma solo nel secolo XVI la ceramica palermitana ebbe una vera affermazione: è l’epoca in cui opera la bottega del Lazaro i cui vasi di ec­cezionale bellezza godono di una indiscussa fama. Poi la ceramica palermi­tana ebbe una certa decadenza di pari passo con la crescente affermazione di quelle di Burgio, di Trapani e di Sciacca; solo alla fine del sec. XVIII riacquistò vitalità con l’entrata in funzione di un sempre maggior numero di laboratori. Ancora oggi è diffusa a Palermo (tav. 21-G/3) l’arte della ceramica: nelle varie botteghe si possono trovare oggetti di gusto tradizio­nale e pezzi di ispirazione moderna.
Le più belle ville del Settecento siciliano furono famose per i pavimenti di maiolica. Tomasi di Lampedusa nelle prime righe de «II Gattopardo», descrive il grande pavimento decorato, composto di mattonelle di cerami­ca, di casa Solina («…si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle»). Questa tradizionale produzione continua oggi a Palermo (tav. 21-G/3), dove si fabbricano anche artistiche piastrelle figurative per .rivestimenti di pareti, con speciali tonalità cromatiche e disegni spesso dì deciso gusto moderno.
Sempre a Palermo (tav. 21-G/3) si possono acquistare «pastori» per il pre­sepe con testa ed arti in terracotta ed abiti di stoffe pregiate trattate con colle speciali e dipinte ad olio: la sorprendente espressività dei volti e la delicatezza delle movenze ne fanno delle vere opere d’arte, conosciute or­mai in tutto il mondo.

Santo Stefano di Camastra (tav. 22-G/5) produce un vasto assortimento di lampade ad olio, vasi conici, barattoli e boccali con forme umane e una serie di piatti e vassoi dai modelli semplici e di linee piacevoli, che sono altamente decorativi. Sono pezzi di rara bellezza i «fagotti», piatti di va­rie misure e decorazioni diverse che costituiscono uno dei richiami delle fiere agricole all’interno dell’isola, e le tipiche pigne (che nella credenza popolare hanno valore propiziatorio) smaltate nei colori verde, giallo e bianco, in tre differenti misure.
Tra gli oggetti più caratteristici di Santo Stefano vanno menzionate: le da­mine «angelicate» con le ali, le donne con tre brocche, le statuette eque­stri, le lucerne a tredici fiamme dette anche «lumere di S. Antonio». Sempre a Santo Stefano mattonelle per pavimento con motivi tradi­zionali o con disegni nuovi, originali. A Collesano (tav. 22-C/6) le fornaci, attive sin dal secolo XVII, continuano a produrre le caratteristiche borracce invetriate a forma di ortaggi o di teste barbute, boccali in varia forma, lu­cerne a figura umana, le «lumere» grandi e piccole già usate come lampadari ad olio, le grandi «burnie», recipienti per la conservazione di derrate alimenatri. Altri pro­dotti tipici, ancora in uso, sono i «ciaschi» a forma di melanzane, il fiaschette a forma di uccellino, la «cannata con l’inganno» (boccale dal quale si può bere solo se ne conosce il segreto: quello di otturare il foro posto all’interno del manico. Molte lucerne a forma umana, che risalgono al XIX secolo, sono conservate nel Museo di Pitrè  di Palermo. A Sciacca (tav. 24-D/3) l’arte della ceramica è iniziata ne testimonia il più antico esempio di ceramica siciliana che si può ammirare nella Grotta-santuario del Monte Cronio: è un grande pannello, realizzato nel 1545, che raffigura San Calogero. Oggi in una bottega vengono ancora realizzati pezzi di autentico stile tradizionale: contenitori per acqua, piatti decorati, statuette in terracotta che riproducono soggetti o scene della vita contadina. Un laboratorio artigiano di Caltagirone (tav. 25-1/6 – tav. 27-1/1) mantiene vive antiche usanze fabbricando ciotole, caraffe, lumi, statuine del presepe e fischietti. Questi ultimi, che in epoche remote erano giocattoli in terracotta dipinta, dopo il diffondersi del Cristianesimo assunsero le  sembianze dei santi locali, mantenendo sul retro il fischietto, e si usavano durante le processo. Così a Caltagirone fischiavano Santa Caterina, San Giacomo e San Francesco di Paola, a Caltanissetta San Michele, a Trapani la Madonna di mezz’agosto, a Siracusa Santa Lucia. Ceramiche con scene di vita siciliana (come ad esempio le venditrici di fichi d’India) a Taormina (tav. 23-F 6), a Catania  (tav. 26-D-E/2-3). Ceramiche anche a Monreale (tav. 21-F/4), Partinico (tav. 21-D 4), Trapani (tav. 20-H-I/2), Erice (tav. 20-1/2), Valderice (tav. 20-1/2), Paceco (tav. 20-1/3), Marsala (tav. H/5), Ragusa (tav. 28-A/4), Pozzallo (tav. 28-B/7), Siracusa (tav. 28-G/2 – tav. 26-G/8), (tav. 26-D/5), Gela (tav. 27-F/3 – tav. 25-F/8), Vallelunga Pratameno (tav. 25-B/l), Catania «tav. 26-D-E/2-3), Grammichele (tav. 25-L/6 – tav. 27-L/l), Paterno (tav. 26-C/2), Messina (tav. 23-1/2J. Giardini Naxos (tav. 23-F/6), Giarre (tav. 23-E-F/8).
Materiali naturali come il bambù, il vimine e la canna, le foglie di palma nana e la rafia sono usati in tutta l’isola per produrre cestini di forma e tipo diversi, tra cui quelli adoperati per portare la frutta («cortedde di Monreale») e quelle per dare forma alla ricotta ed alle giuncate («fasceddì» Sempre a Monreale (tav. 21-F/4), le «cartedde», cesti per il trasporto del pesce, mentre a ! (tav. 23-E-F/7) i cestelli di vimini si chiamano «giastre».
Noti i cestini di Ragusa (tav. 28-A/4). I «firrizzi» di Taormina (tav. 23-F/6), sono piccoli i di legno di ferula alti 30 cm., leggeri e facili da trasportare, che provengono dall’artigianato dei pastori; i «bottaccini» di Siracusa (tav. 28-G/2 – tav. 26-G/8), sono invece vere e proprie botti di proporzioni ridotte, usate per la conservazione dei vini pregiati.
Il prodotto artigianale più singolare e rappresentativo della Sicilia è senza ombra di dubbio il car­retto, un vero gioiello di cultura e tradizione popolare, che Guy de Maupassant definì «le rebus qui marche» (ossia un affascinante mistero che cammina) e che purtroppo è sempre più in disuso. L’avvento dei veicoli a motore ha visto il suo declino come mezzo di trasporto, ma i carradori con­tinuano le loro attività per riparare e restaurare carri antichi.
Un tempo era l’orgoglio del ricco massaro come del semplice carrettiere che era capace di impegna­re l’oro portato in dote dalla moglie pur di avere il suo carretto scintillante per condurre la famiglia alla festa di S. Alfio, patrono dei carrettieri.
Fino ad una ventina di anni fa era normale incontrare per le strade dell’isola numerosi carretti (nel­la sola provincia di Palermo se ne contavano circa cinquemila), oggi per godere di uno spettacolo pittoresco quanto affascinante bisogna andare alle feste paesane, per esempio alla Sagra dei man­dorli in fiore ad Agrigento o alla festa di S. Alfio a Trecastagni, dove si può assistere alla straordi­naria sfilata di carri siciliani parati a festa.
Il carretto è frutto dell’opera ingegnosa e attenta del carradore o «carruzeri», del fabbroferraio e dell’intagliatore. Il primo è quello che lo fabbrica impiegando legni speciali per ogni singolo pez­zo, «u firraru» lo correda di tutta una serie di pezzi in ferro battuto, di diverse dimensioni, che costituiscono «u rabiscu» (arabesco) ed hanno forme fantasiose di fiori, delfini, teste di paladini ed altro. Sono opera del secondo artigiano anche le boccole, particolare congegno di bronzo che, attaccato alle alte ruote del carretto, produce col movimento un caratteristico suono. Va notato che la buona qualità del suono delle boccole è elemento fondamentale del pregio di un carretto. Contemporaneamente al lavoro del fabbro procede quello dell’intagliatore al quale spetta il com­pito di scolpire e dipingere le fiancate ed il retro del carretto con scene di Santi (per lo più San Giorgio Cavaliere che uccide il drago), della «Cavalleria Rusticana», di paladini o di altre storie cavalieresche; molto spesso vi raffigura anche toccanti fatti di cronaca locale. In alcuni quartieri di Palermo (Corso dei Mille e la zona della Zisa), ma anche a Catania ed in altri paesi continuano ad operare vere e proprie scuole, con una tradizione di due, tre generazioni, specializzate nella costruzione e decorazione del carretto. Conosciutissime per le pitture dei carretti sono le botteghe di Bagheria (tav. 21-H/4) ed Aci S. Antonio (tav. 26-E/1-2). Altri centri che vantano una lunga e gloriosa tradizione sono Floridia (tav. 28-E/2 – tav. 26-E/8), in provincia di Siracusa, Vittoria (tav. 27-1/4), in provincia di Ragusa, Valguarnera (tav. 25-G/3), in provincia di Enna, Scordia (tav. 26-B/5), in provincia di Catania.

A da voglia avere una panoramica completa di tutti i tipi di carretti siciliani consigliamo una visita al Noto Museo Etnografico «Pitré» nel Parco della Favorita a Palermo.
Oggi questo artigianato, che come si è detto stava avviandosi all’estinzione, ha ricevuto nuovo im­pulso dall’uso, affermatosi in questi ultimi anni, di adattare le fiancate dipinte ai motofurgoni piccoli, in dialetto detti «lapa».
Tale uso è finora diffuso nella zona dell’Etna in particolare a Paterno (tav. 26-C/2), Mascali (tav. 23-E-F/7), Linguaglossa (tav. 23-E/6), e nella provincia di Palermo.
Molto ricercati dai turisti sono i pezzi di antichi carretti, spesso anche intere fiancate dipinte, che si possono acquistare dagli antiquari delle località più note e frequentate. Intimamente connesse alla decorazione del carretto sono le bardature dell’animale che lo traina: finimenti, basti, ornamenti di penne di pavone da mettere sulla testa del cavallo o del mulo sono fatti con cura minuziosa e notevole estro creativo.
Un’altra attività fiorente, ispirata dalle sculture sui carri, si è affacciata recentemente in Sicilia: la produzione di statue intagliate di re, regine, santi, e figure popolari come i «carabinieri». In una bottega di Caltanissetta (tav. 25-D/3) un artista-artigiano crea oggetti sacri in legno natu­rale, policromo o dorato: continua con questi straordinari pezzi unici il mestiere appreso dal pa­dre, allievo dello scultore Francesco Biancardi che realizzò nella provincia, alla fine dell’800, numerose statue in legno. Statuette intagliate di grande effetto sono realizzate da una bottega di Palermo (tav. 21-G/3).
Del livello raggiunto dall’artigianale siciliano del ferro battuto esiste una vasta e preziosa docu­mentazione nelle ricche balconate e nei cancelli del ‘600 e del ‘700, che ancora oggi è possibile osservare a Catania, Ragusa, Noto, Acireale, Palermo. Articoli in ferro battuto, rame ed altri metalli vengono prodotti a Palermo (tav. 21-G/3), Enna (tav. 25-F/2), Giarre (tav. 23-E-F/8), Giardini Naxos (tav. 23-F/6) e Catania (tav. 26-D-E/2-3). Tra i pezzi più tradizionali c’è la «gloria» o ruota di campane dal suono squillante, che varia di dimensioni a seconda del numero delle campane. E poi i candelabri a tre braccia, decorati con ornati e figure ispirate ai paladini dell’Opera dei Pupi, le fioriere, i trofei. Belle le piccole statue in bronzo di animali stilizzati, prodotto tipico del Catanese. D «mantello dell’incoronazione», tessuto e ricamato nel 1134 a Palermo, con il quale furono inco­ronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, può essere ritenuto il pezzo più antico e glorioso dell’artigianale tessile siciliano. La manifattura della seta fu coltivata in Sicilia sino a tulio il seco­lo XVIII: i suoi tessuti ed in particolare i damaschi di Messina, erano noli e ricercali in lutta l’Europa. Oggi l’attività tessile è mollo ridotta: i centri principali di questo artigianale restano Isnello (lav. 22-C/5), Sortino (lav. 26-D/7), Vittoria (lav. 27-1/4) e Ragusa (lav. 28-A/4). Nella storia dell’arte del ricamo di questa regione i due capisaldi sono, da secoli, lo sfilalo ed il filet che ancora oggi, accanto ad altri tipi di lavorazione come il punto a croce, l’orlo a giorno, ecc. vengono prodotti un po’ in lulla l’isola ma in particolare a Isnello (lav. 22-C/5), Catania (tav. 26-D-E/2-3), Sortine (tav. 26-D/7), Vittoria (lav. 27-1/4), Ragusa (lav. 28-A/4), Palermo (lav. 21-G/3), Messina (lav. 23-1/2), Taormina (lav. 23-F/6), Castellamare del Golfo (tav. 21-B/4-5), Giarre (tav. 23-E-F/8). Una cooperativa di Taormina (lav. 23-F/6), naia anche grazie all’interven­to della CEE, si è specializzata nei vari ricami, a cominciare dallo sfilato siciliano con cui si impre­ziosiscono vestili, tovaglie, centrini e asciugamani. Anche a Ragusa (lav. 28-A/4) una bravissima artigiana si dedica allo sfilalo siciliano che realizza su coperte, lenzuola, copriletti e servizi da tavola, ed anche al filet.
L’antico splendore dell’artigianale tessile si ritrova nei costumi che il popolo indossava in occasio­ne delle feste paesane. Oggi purtroppo questa abitudine è finita, ad eccezione che per Piana degli .Albanesi, la più importante colonia albanese in Sicilia, che oltre a mantenere l’amico dialetto d’o­rigine ed il rito religioso bizantino, ha conservato l’uso di indossare nelle grandi festività il costume tradizionale. Vale la pena di fare una breve descrizione di quello femminile, la cui caratteristica principale è quella di essere ricamalo in oro ed argento, e che aggiunge fascino alla già famosa avvenenza delle donne di Piana degli Albanesi. Sulla sottana ricamata, «zilona», che cambia il co­lore a seconda della condizione di chi lo indossa (nubile, sposata, vedova), viene indossata una camicia bianca, «ligne», portata con ampie maniche, «menghete», tutte finemente ricamate; strin­ge la vita una preziosa cintura, «brezi», in argento magnificamente lavoralo a sbalzo. Su lutto il vestito vengono applicati nastri annodali e ricamali in oro e argento. Una cuffia, «checza», ed una mantellina, «schepi», impreziosita da ricami in oro, completano il costume. La città di Erice (lav. 10-1/2) è rinomala per le «frazzale», che sono ottenute ritessendo piccoli frammenti di stoffa ri­dotti a filamenti e variamente colorati. La trama decorativa di questi tessuti è costituita da composizioni geometriche, intrecciate o libere. Le «frazzale» sono spesso simili ad alcuni tappeti valtellinesi e sardi. Con lo stesso tessuto vengono anche confezionale borse di varie fogge e capacità. I tappeti ericini si creano usando quasi sempre telai di legno simili agli antichi modelli: oggi mollissime sono le richieste di tappeti monocolori che vengono realizzati utilizzando fettucce di stoffa nuova. Ancora operanti i centri di Isnello (tav. 22-C/5) e Petralia (tav. 22-D/7). A Isnello (tav. 22-C/5), e Sortino (tav. 26-D/7) coperte bianche di cotone tessute e ricamate. La sopravvivenza di motivi arabi si ritrova nelle bisacce o «vertuli» e nei tappeti di ridotte dimensioni posti direttamente sopra la sella dei muli: si possono trovare a Frizzi (tav. 21-H/8), Isnello (tav. 22-C/5), Caccamo (tav. 21-L/6), Petralia (tav. 22-D/7), Giarre (tav. 23-E-F/8). Borse derivate da tessuti a mano vengono confezionate anche a Catania (tav. 26-D-E/2-3) in varie misure e diversi colori.
Un’altra attività artigianale tipica della regione è la produzione delle marionette o «pupi» per rap­presentazioni popolari: sono cavalieri erranti, Mori, Turchi, Saraceni ed altri personaggi leggendari, con i volti in legno, ed armature e costumi bellissimi. I paladini, definiti anche «pupi armati», sono apparsi sui palcoscenici siciliani all’incirca tra il 1850 ed il 1860. Come i carretti, anche i pala­dini sono il risultato di una collaborazione tra vari artigiani: il fabbro, lo stagnino e l’intagliatore. I primi due ne costruiscono, curandola nei minimi particolari, l’armatura; il terzo ne scolpisce ed intaglia la testa. Ma è il puparo quello che stabilisce le caratteristiche dei singoli pupi in rapporto al copione da lui stesso scelto per la rappresentazione scenica. Quella dei pupari è dunque una vera e propria arte popolare la cui tecnica si tramanda di padre in figlio; a volte i pupari sono anche cantastorie. Lo spettacolo dei paladini, o «opera dei pupi», ha ancora luogo in speciali teatrini che a Palermo hanno una disponibilità di venti, trenta posti, a Catania invece di circa un centinaio. Spettacoli di «pupi» si tengono anche ad Acireale e Taormina. È nota in tutto il mondo una bottega di Paler­mo (tav. 21-G/3), che cominciò ad operare nel lontano 1840, dove si possono ancora trovare straor­dinarie marionette come paggi, animali, diavoli, guerrieri le cui armi, realizzate con straordinaria precisione, sono sagomate ed arabescate con fili di rame.
II più caratteristico souvenir che si riporta da un viaggio in Sicilia è costituito proprio da un «pala­dino» nella sua lucida armatura, completo dei fili per farlo muovere. Ce ne sono di tutte le taglie,
dai più piccoli alti una ventina di centimetri, a quelli alti circa un metro, uguali a quelli che si usano nel «Teatro dei pupi». Anche in questo campo c’è una ricerca e un commercio di pezzi d’antiquariato.
Molto originale la produzione dei giocattoli popolari: carrettini di varie dimensioni, cavalli di car­tapesta, cavalli a dondolo in cartone pressato e dipinto a mano, fischietti in materiali diversi e di­
verse forme. Nelle sagre paesane si possono trovare gli zufoli, o «friscaletti», tipici di Taormina (tav. 23-F/6), ricavati dalle canne ed incisi alla maniera dei pastori.
Catania (tav. 26-D-E/2-3) vanta una lunga e prestigiosa tradizione nella fabbricazione di liuti, di mandolini e di chitarre: i «chitarrari» catanesi sono famosi per la perizia con cui creano strumenti di ottima qualità musicale e di raffinata fattura con intarsi che fino a qualche tempo fa erano esclu­sivamente in madreperla, materiale che oggi, a volte, è sostituito dalla celluloide. Singolare strumento musicale, tra i più antichi della Sicilia, ancora molto diffuso nelle campagne, è lo scacciapensieri: la forma, che non subisce variazioni notevoli nelle diverse zone dell’isola, ri­corda quella della lira anche se in dimensioni molto ridotte.
Il piccolo strumento è fornito di una laminetta metallica che si fa vibrare con un dito davanti alla bocca che gli fa da cassa armonica e ne modifica il suono a seconda che la stessa si tenga più o meno aperta. Fabbricato nelle botteghe dei fabbri ferrai, prende nomi particolari: «marranzanu» a Messina, «marauni» a Catania, «gargamarruni» ad Agrigento, «angalarruni» a Caltanissetta. Ha ormai ottenuto una fama considerevole la rassegna mediterranea degli strumenti popolari che si svolge tutti gli anni ad Erice nel mese di dicembre.
Sono nello stesso tempo dolci e giocattoli le «pupaccene», statuine di zucchero chiarito e quindi vivacemente colorate, alte da 20 a 60 centimetri.
I «frutti di Martorana» sono dolci confezionati con pasta di mandorle, o «pasta reale», e dipinti con colori naturali, che imitano alla perfezione la frutta siciliana. Numerosi gli altri dolci, tra cui le «mustazzole» palermitane, tra i più antichi e caratteristici dolci natalizi della Sicilia. La Sicilia produce anche oggetti in vetro dipinto, spesso ispirati a temi religiosi, offerte votive d’ar­gento o di legno dipinto a mano, gioielli.
Un tempo molto diffusa, soprattutto a Trapani, la lavorazione del corallo oggi va gradatamente scomparendo. È invece ancora viva, a Catania (tav. 26-D-E/2-3) in particolar modo, quella dell’ambra con cui vengono fatti oggetti che si possono ammirare in tutte le gioiellerie dell’isola. L’ambra è una resina fossile che in Sicilia è reperibile sulle rive del Simeto. Con questo materiale, sapientemente trattato dagli artigiani locali che ne eliminano le impurità, si fanno collane, orecchi­ni e spille (tradizionali quelle a forma di grappolo d’uva).
Nelle zone limitrofe all’Etna è attiva la lavorazione della lava dalla quale si ricavano soprammobili e posacenere ma anche bigiotteria. Un’altra attività artigiana della regione è la lavorazione del pa­piro dal quale si ricava carta di gran pregio. È questa un’arte che ha tradizioni antichissime soprat­tutto a Siracusa grazie alla vicinanza di questa città alle sorgenti del fiume Ciane, zona paludosa dove cresce spontanea e rigogliosa questa pianta. Oggi sono rimasti in pochi a svolgere questa atti­vità ed a conoscere il segreto, tramandato di generazione in generazione, per trasformare il papiro in carta.
La valentia degli artigiani che costruiscono i carri allegorico-grotteschi ha contribuito a rendere famoso il carnevale di Acireale, definito il più bello di tutta la Sicilia per le sue fantasmagoriche sfilate. Tra le «curiosità» vanno ricordate le bandierine di carta con l’effige della Patrona, costrui­te da un artigiano di Palermo (tav. 21-G/3): sono grandi o piccole e tutte con l’effige della Santuzza, da un lato incoronata di rose, dall’altro, secondo la tradizione, mentre appare in visione al cacciatore. Molto originali le «Palme» di Palermo (tav. 21-G/3): trofei esposti per la Domenica delle Palme, ricavati da foglie di palma, tenute al buio per quaranta giorni, poi tagliate in lunghe liste ed intrecciate insieme.