Dove osano le anguille

Emilia Romagna « Comacchio

A cavallo fra settembre e ottobre la Sagra dell’Anguilla porta in tavola i sapori della tradizione nel pittoresco borgo ferrarese.
Paolo Simoncelli da Rivista PleinAir edizione 2016

I dodici camini dalle pareti annerite attendono nella grande Sala dei Fuochi. La Manifattura dei Marinati, antico luogo di lavorazione del pesce, funziona a pieno regime. Le anguille scivolano nei secchi colorati in attesa del loro triste destino: decapitate con un colpo d’accetta da un terzetto di aguzzini, vengono infilzate nei lunghi spiedi di ferro e appese in fila indiana sulle aste del camino. La legna arde, fiamme e scintille arroventano l’aria e in breve si cominciano a cuocere centinaia di tranci d’anguille che, per gli ultimi sussulti delle terminazioni nervose, si muovono ancora. Per gli addetti ai lavori funziona tutto come una catena di montaggio, ma chi ha un cuore animalista sente un groppo in gola.
Non devono essere in molti, tuttavia, gli animalisti che si recano alla sagra dell’anguilla di Comacchio: ristoranti, botteghe e cucine fumanti sono prese d’assedio.

Allegre famigliole siedono ai tavoli lungo i canali, affondano le forchette in deliziosi risottini, rimescolano il ragù del serpentiforme pesce nella polenta; qualcuno lecca un cono gelato al sapore d’anguilla, altri addentano panini imbottiti o fanno la spesa nell’antica pescheria dai banconi di marmo, eccezionalmente aperta durante la sagra.
Lungo le vie d’acqua di Comacchio, affascinante insieme di casette colorate e ponti vecchi di secoli, sfilano le baiane, i tradizionali barchini che portano i turisti in giro: passano sotto gli antichi ponti degli Sbirri e di San Pietro, sfiorano l’imponente ospedale settecentesco di San Camillo e l’antico Palazzo Bellini.

Durante la sagra viene proposta anche la rappresentazione teatrale che rievoca il tempo della pesca di frodo. Da una parte il grisolino che stava tutto il tempo a mollo nelle valli per costruire il lavoriero, la trappola per pesci e anguille e dall’altra il fiocinino, il pescatore di frodo che si muoveva rapido come un gatto a bordo dei vulicepi, piccoli, leggerissimi natanti chiamati anche saltafossi. Quello del grisolino era un mestiere ben pagato e ambito: nessuno come lui era in grado di assemblare a regola d’arte nel fango delle valli il lavoriero, una sorta di tonnara di legno e canna (oggi di metallo) con la punta rivolta verso il mare che intrappolava pesci e anguille. Nella prima trappola rimanevano bloccati branzini, cefali e orate mentre le scivolose anguille continuavano la loro corsa fino alla punta del lavoriero, che si restringeva sempre più. Guadagnavano molto, i grisolini, ma ad alcuni non bastava. Succedeva infatti che facessero accordi con i fiocinini: il grisolino disonesto praticava un buco nel lavoriero e il pescatore di frodo rubava le anguille consegnandogli una parte del guadagno.

A volte però, come accade alla sagra durante la rappresentazione teatrale da parte degli attori della compagnia teatrale Al Batal, interveniva la guardia valliva che portava tutti in galera. Vedrete in Via Cavour-l’arrivo in barca del fiocinino, la concitata scena dell’arresto, grida e pianti di mogli e madri (i personaggi sono in costume d’epoca), e poi nel pomeriggio la sentenza del tribunale nel Piazzale Trepponti, sullo sfondo del meraviglioso omonimo ponte seicentesco in cotto e pietra d’Istria, con cinque scalinate, archi a tutto sesto e due poderose torri fortificate. Quanto restava in carcere un fiocinino? Pochi giorni; a volte nemmeno quelli, perché la guardia faceva uscire di notte il pescatore di frodo e quando al mattino tornava riceveva in cambio un bel po’ di anguille.

La letteratura locale è piena di pescatori di frodo ammanettati, ma nessuno a memoria d’uomo ha superato il record di Policronio Norbi, attivo a metà del secolo scorso, che fu imprigionato ottantatré volte. Oltre a osservare la cottura nei grandi camini alla Manifattura dei Marinati, sede del Museo dell’Anguilla, potrete ammirare la calata dove approdavano le barche cariche di pesce destinato alla marinatura, vedere le marotte – vivai galleggianti a fondo piatto bucherellati sui fianchi – e la Sala degli Aceti con i grandi tini e le botti per la salamoia. Alla Manifattura, a metà degli anni Cinquanta, durante le riprese de La donna del fiume, manipolò il pesce persino Sofia Loren. Sono numerosi i film girati da queste parti. I meravigliosi scenari tra acqua e ciclo hanno calamitato celebri registi: Michelangelo Antonioni, Wim Wenders, Lina Wertmùller, Pupi Avati, Mario Soldati.

Una volta c’erano tredici isole raggiungibili solo con le baiane e Cornacchie era completamente circondata dall’acqua; la veduta dall’argine Fattibello regala le suggestioni di un tempo. Partendo dalla stazione Foce potete percorrere a piedi o in mountain bike i sentieri che s’allungano lungo gli argini delle valli, tra due ali d’acqua. Per esempio lungo il sentiero Foce-Donnabona-Fosse (circa sei chilometri) incontrerete i ruderi del casolare che fu il set de L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo (tratto dal romanzo di Renata Viganò) e poi, dopo un paio di chilometri, collegato alla terraferma da un ponticello, il Casone Donnabona che appare come un miraggio in mezzo all’acqua.

A tal proposito, escursioni su barconi elettrici lungo le valli portano a scoprire i casoni, quei magnifici reperti d’archeologia industriale dai lunghi camini che specchiano nell’acqua le loro forme squadrate: Casone Coccalino, Pegoraro e oltre ancora la Serilla, uno dei più grandi, ancora con gli ambienti di un tempo e all’esterno uno splendido esempio di lavoriero di canna con la punta rivolta verso l’Adriatico. Di fronte c’è la vecchia rimessa che ospita una marotta, il tradizionale barcone chiuso che cent’anni fa veniva usato per il trasporto di anguille vive.

Mentre andate in lenta e tranquilla navigazione vedrete in volo spatole, cavalieri d’Italia, avocette, volpoche, il raro gabbiano roseo: alcune delle trecentoventi specie di uccelli che vivono nei bacini salmastri del Parco del Delta del Po, tra cui non mancano i signori delle valli di Cornacchie, i fenicotteri rosa: ce ne sono quindicimila, quasi tutti stanziali.
L’alta salinità dell’acqua ne impedisce il congelamento e così trovano nutrimento in ogni stagione. Pescano con i grandi becchi uncinati tutto l’anno, nei vasti paesaggi senza tempo.
…….. Paolo Simoncelli

COSA VISITARE
Casa Museo Remo Brindisi, Via Nicola Pisano 51, Lido di Spina, tel. 0 5 3 3 33 09 63, ‘www.casamuseoremobrindisi.com.
Museo del Carico della Nave Romana, Via della Peschiera 2, tel. 0533 31 13 16.
Manifattura dei Marinati, Corso Mazzini 200, tel. 0 5 3 3 – 81 742.

ATTIVITÀ OUTDOOR
Escursioni in barca fino agli storici casoni di valle: tutti i giorni da marzo a ottobre, un’ora e quarantacinque minuti, tel. 3 4-0 25-34-267.
Bike and Boat, percorso di tre ore in barca e bici nelle valli di Comacchio (noleggio bici in loco), tei. 0 5 3 3 81 302 o 3 4 6 59 26 555. Escursioni in bici nelle saline di Comacchio: partenze nei giorni festivi alle ore 9.30 dalla stazione Foce, durata due ore e mezzo, tel. 0 5 3 3 81 302 o 3 4 6 59 26 555. Stessi recapiti telefonici per le visite guidate alla città di Comacchio (vwvw.vallidicomacchio.info).

INDIRIZZI UTILI
IAT Comacchio, Via Agatopisto 2/A, tel. 0 5 3 3 31 41 54, www.comacchio.it, www.comune.comacchio.fe.it, . Parco Delta del Po, www.parcodeltapo.it.