La consolidata attenzione verso la natura, le erbe , l’ecologia … portano l’uomo ad approfondire questo meraviglioso tema che non finisce mai di stupire;  i segreti delle erbe medicinali ne sono un valido esempio.  Basti pensare che  il loro utilizzo è una pratica  tramandata ai nostri giorni da scritti antichi che non fanno altro che confermare l’utilità di questi rimedi naturali a beneficio  della nostra  salute .

Di Francesco Bianchini  – Francesco Corbetta  – Tavole di Marilena Pistoia –  LE PIANTE DELLA SALUTE   Mondadori Editore

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Apparato DIRIGENTE ( amaro- tonici e colagoghi )

Cardo santo – Agrifoglio – Calcatreppola

Cardo santo

E’ apprezzato soprattutto per le proprietà amaro-toniche il cardo santo, o cardo benedetto (Cnicus benedictus), una composita il cui areale è limitato al bacino del Mediterraneo, ma che allo stato di pianta naturalizzata cresce anche nell’America settentrionale e nel Sudafrica. L’aggettivo specifico della nomenclatura linneana, benedictus, già indica la considerazione in cui questa pianta era tenuta nei secoli passati,
anche se le numerose virtù terapeutiche che le venivano attribuite erano in gran parte frutto di fantasia. La droga viene fornita dall’erba fiorita – sommità fiorite e foglie – privata delle porzioni più grosse dei fusti. Vanno riconosciute al cardo santo doti di amaro-tonico che agisce efficacemente nell’attivare l’appetito, allo stesso modo della quassia. Non sono tuttavia da sottovalutare anche le proprietà diuretiche, diaforetiche e colagoghe. In terapia viene usato soprattutto come eupeptico per curare dispepsie.
A una sommaria osservazione le foglie dellagrifoglio possono assomigliare abbastanza a quelle di certe forme di leccio (Quercus ilex); non per niente la nostra pianta, llex aquifolium, deve la sua etimologia, per quel che riguarda il nome scientifico del genere, al termine specifico della caratteristica quercia sempreverde, con la quale appunto è più o meno accomunato per la morfologia fogliare.

Agrifoglio

L’agrifoglio, arbusto od alberetto sempreverde dell’Europa, dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale, forse non era conosciuto dagli antichi, né dai greci, né dai romani; probabilmente anche nei primi secoli dopo Cristo della nostra pianta non erano apprezzate le proprietà terapeutiche. Notizie molto spesso incontrollabili e spesso fantasiose ci vengono tramandate in tempi successivi da Sant’Alberto Magno, dal Mattioli e da Paracelso. Alla farmacologia interessano le foglie che si possono raccogliere nel corso di tutto l’anno, secondo il giudizio di alcuni autori, prima della fioritura, invece, secondo altri. Sono di sapore amaro per la presenza del glucoside ilicina. Per la loro azione amaro-tonica, febbrifuga e sedativa, venivano usate – oggi la richiesta è pressoché nulla – sotto forma di decozione o di infuso nei casi di coliche, di digestioni difficili e di febbri di tipo malarico e quindi persistenti per lungo tempo. Principi attivi sono stati pure riscontrati nella corteccia, che avrebbe azione febbrifuga e sedativa nei disturbi epatici, e nelle drupe la cui azione purgativa ed emetica ha procurato talvolta gravi casi di avvelenamento e perfino la morte in individui in tenera età.

Calcatreppola

Sono un discreto numero le specie del genere Centaurea impiegate per le loro virtù terapeutiche nella medicina popolare; tra le altre qui ricordiamo Centaurea calcitrapa, la calcatreppola, o cardo stellato, composita che ben può sostituire il già citato cardo santo. Infatti nelle sommità fiorite di questa specie è presente un glucoside amaro che fondamentalmente conferisce alla pianta caratteristiche amaro-toniche. Non vada comunque tralasciato che questa essenza erbacea contiene pure nelle foglie
e nei fiori principi attivi con azione febbrifuga, mentre alla radice e ai frutti sono attribuite proprietà diuretiche.

Querciola Centaurea minore Melissa

Querciola

La querciola (Teucrium chamaedrys), labiata dell’Europa meridionale, Asia occidentale e Africa boreale, deve il suo nome, che significa “piccola quercia”, alla morfologia delle foglie che ricorda quella della quercia. In tempi lontani era esclusivamente apprezzata per le proprietà vulnerarie che ancor oggi vengono sfruttate per curare ulcere e piaghe.
Generalmente oggi però la droga, che è fornita dalla pianta intera e dalle sommità fiorite, date anche le sue doti amaro-toniche, stimolanti, diuretiche, antisettiche, viene impiegata nei disturbi digestivi, nelle malattie del fegato, nelle anemie e nelle bronchiti.

Centaurea minore

La centaurea minore (Erythraea centaurium), genzianacea dell’Europa, dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale, era stimata al tempo di
Dioscoride per le proprietà emmenagoghe e colagoghe, ma soprattutto cicatrizzanti, alla cui fama aveva non poco contribuito la leggenda del centauro Chitone – onde il nome specifico latino – che, si narra, era stato guarito da una ferita a un piede grazie all’applicazione di foglie e fiori freschi di centaurea minore. Molti secoli dopo, nel 1500, correva l’uso di chiamare questa pianta col nome di biondella, poiché le donne dell’epoca la impiegavano per rendere bionde le loro chiome, anche se con scarsi risultati. Quasi contemporaneamente, però, si intravidero nella centaurea quelle proprietà terapeutiche per le quali ancora oggi è abbastanza rinomata. L’intera pianta fiorita o meglio le sommità fiorite, che costituiscono la droga, posseggono proprietà amaro-toniche, stomachiche, digestive, colagoghe, febbrifughe, mentre per uso esterno agiscono come buon cicatrizzante e sono in grado di curare eczemi, piaghe e ulcere. I principi attivi sono dati da sostanze amare di natura glucosidica, quali la centaurina e l’eritrocentaurina, e inoltre da acido oleanolico e da alcuni alcaloidi, tra cui l’eritricina. Sono pure presenti gomme, resine, zuccheri. La centaurea minore è indicata per riattivare le secrezioni digestive nei casi di acidità di stomaco. Ne viene preparato un estratto che entra nella composizione di tinture, pozioni stomachiche, sciroppi e un vino aperitivo. Date le sue notevoli proprietà amare, la centaurea trova largo impiego in liquoreria. È pure usata come febbrifugo, forse il miglior succedaneo del chinino nei casi di malaria.

Melissa

Anche chi non si interessa di botanica avrà sentito parlare della melissa o cedronella (Melissa officinali}, una labiata della regione mediterranea. Melissa è termine di origine greca che indica la pianta e contemporaneamente anche l’ape, insetto assai avido del nettare dei suoi fiori. Coltivata dagli arabi in Spagna, la melissa aveva anche un posto di primo piano nelle antiche farmacopee e nei ricettati soprattutto italiani, e entrava nelle composizioni aromatiche preparate da frati e monaci. La droga è costituita dall’erba fiorita o dalle foglie che vanno raccolte prima della fioritura. I principi attivi che contiene, tra cui un olio essenziale, le conferiscono proprietà stomachiche, diaforetiche, ma soprattutto antispasmodiche e sedative; va quindi impiegata, sotto forma di infuso, nei casi di digestione difficile, nei crampi di stomaco di origine nervosa, nei casi di vomito e insonnia.

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Pepe

II pepe (Piper nigrum), della famiglia delle Piperacee, è un arbusto rampicante munito di tralci lunghi fino a 10-15 m e di foglie sempreverdi.
Originario dell’India, è coltivato anche in altri paesi tropicali.
La droga è data dai frutti, considerati da taluni bacche monosperme, da altri drupe. In commercio si trovano sia il “pepe nero” che il “pepe bianco”.
Il primo ci è dato dai frutti raccolti ancora immaturi. Il pericarpo, essiccando, aggrinzisce e assume il colore nero. Il pepe bianco si ottiene invece raccogliendo i frutti maturi, di colore rosso, e facendoli poi fermentare in mucchi o macerare nell’acqua. Sfregandoli dopo alcuni giorni si determina il distacco della parte carnosa, sicché il pepe bianco è il seme del pepe.
I frutti contengono un principio resinoso, di sapore acre e pungente, localizzato principalmente nel pericarpo (e del quale è ricco soprattutto il pepe nero), gli alcaloidi piperina e cavicina, e un olio essenziale. A piccole dosi il pepe è dotato di proprietà toniche e stimolanti della digestione, ma il suo uso principale è quello di aromatizzante culinario.

Zafferano

Lo zafferano (Crocus sativus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Iridacee. Originario della regione mediterranea orientale e probabilmente derivato per coltivazione da altre forme spontanee affini, oggi è coltivato soprattutto in Spagna, Francia, Persia, Afghanistan, India, Cina e, nel nostro paese, nei dintorni dell’Aquila negli Abruzzi. Fiorisce in autunno. La droga è data – uno dei pochi casi in tutto il mondo vegetale – da stilo e stimmi. Lo zafferano era noto come pianta
medicinale già agli antichi egizi. Ippocrate, Teofrasto e Galeno gli attribuivano varie proprietà, medicinali e condimentarie, ma furono soprattutto gli arabi e i crociati che lo introdussero in Europa. Lo zafferano esplica azione eupeptica e stimolante gastrica; è usato inoltre come sedativo (entra nella composizione del laudano), carminativo e emmenagogo.

Zenzero

Lo zenzero (Zingiber officinale) è una pianta erbacea perenne sconosciuta allo stato spontaneo e coltivata estesamente nelle regioni tropicali in Asia, Africa ed America. Appartiene alla famiglia delle Zingiberacee.
Lo zenzero è il “gengiovo” del Boccaccio e del Mattioli che così lo descriveva: « ha facoltà di scaldare e digerire… muove leggermente il corpo… è utile allo stomaco, vale a tutti gli impedimenti e mettesi negli antidoti ». Lo zenzero è dotato di proprietà stimolanti delle funzioni digestive; esternamente esplica una leggera azione revulsiva.

Cannella

La cannella, o cannella-regina (Cinnamomum zeylanicum) è un albero di media taglia della famiglia delle Lauracee, originario di Ceylon e coltivato anche in altri paesi tropicali (Giava, Brasile, Giamaica, Martinica). Trattando la corteccia con particolari tecniche colturali si favorisce l’emissione di numerosi giovani polloni dai quali
si ottiene la droga. La cannella è dotata di proprietà stimolanti generali e in particolare dei processi digestivi. Vasto è il suo impiego nella tecnica galenica, in cucina, pasticceria e liquoreria.

Timo Cren Senape bianca

Timo

Dal verbo greco tbio, odoro, si fa derivare l’etimologia del timo (Tbymus vulgaris). La pianta infatti, un piccolo arbusto delle Labiate, con diffusione limitata al Mediterraneo occidentale, ha un odore forte e aromatico e un sapore pungente. A scopo medicinale era già impiegato fin dall’antichità, come testimoniano Dioscoride e Teofrasto.
Dimenticato nel medioevo, soltanto nel XVI secolo il timo ritornò a infoltire la numerosa schiera delle piante officinali. Ogni parte della pianta, specialmente i rami laterali raccolti all’epoca della fioritura, costituisce la droga che per la sua azione tonica non solo viene usata come condimento in casi di anemia, ma anche, sotto forma di infuso o di tintura, come stimolante, antispasmodico, anticatarrale ebechico. E dotata pure di un’efficace azione antisettica ed anticarie. Dal timo viene pure estratta un’essenza utilizzata nell’industria dei liquori e in profumeria.

Cren

Di Nasturtium armoracia, il cren, o barbaforte, o rafano – crocifera originaria dell’Europa centro-orientale e altrove naturalizzata – è piuttosto originale
l’etimologia specialmente per quel che riguarda il termine generico: questo infatti deriva dalla fusione di due vocaboli latini, cioè nasus e tortus: il tutto per dire che si tratta di una pianta che per il suo odore bruciante fa torcere il naso. In quanto al termine specifico armoracia, anch’esso è di derivazione latina, significando
la Bretagna, l’antica Armoracia, regione nella quale si coltivava il cren. Proprietà medicinali sono presenti nella radice che tagliata a pezzi emana un debole odore e che
diventa pungente quando viene schiacciata o grattugiata. I principi attivi fondamentali sono dati da un olio essenziale, da asparagina, da glutamina, da glucidi quali il saccarosio, il fruttosio e il glucosio, e dalle vitamine B1 e C. La droga viene usata nelle affezioni bronco-polmonari e delle vie urinarie, come antiscorbutico, depurativo del sangue e in modo particolare come stimolante la secrezione gastrica. Proprio per quest’ultima proprietà, cui si deve aggiungere anche quella eupeptica,
piccole dosi di cren grattugiato e condito con aceto sono utilizzate in cucina per preparare una salsa aromatizzante. Non va comunque dimenticato che la radice pestata ed applicata direttamente sulla pelle agisce come buon revulsivo e vescicante in casi di ascessi.

Senape bianca

Attivatori della secrezione gastrica possono essere considerati anche i semi della senape bianca (Sinapis alba) e la farina che da essi si ricava. I semi vanno raccolti in piena estate quando la pianta comincia ad ingiallire. La ben nota salsa da tavola che si prepara con la loro farina agisce direttamente sulla mucosa gastrica aumentandone la secrezione. La medicina popolare talora propone i semi di senape ingeriti interi come lassativi; tuttavia tale impiego trova con l’andar del tempo sempre minor credito.

Genziane

Delle numerose specie di genziane, appartenenti alla famiglia delle Genzianacee, rivestono particolare interesse in farmacologia ed erboristeria le cosiddette genziane maggiori, e cioè la lutea e altre, esplicitamente ammesse o no, tra cui Gentiana punctata, Gentìana purpurea e Gentiana pannonica. Sotto il nome di genziane minori sono comprese invece Gentiana asclepiadea e Gentiana cruciata, mentre la ben nota Gentiana acaulis va sotto il nome italiano di genzianella. La più importante tra le genziane maggiori – il cui etimo generico deriva, come sembra, dal nome del re dell’Illiria Genzio che ne avrebbe scoperte le proprietà – è indubbiamente la genziana gialla, Gentiana lutea. Questa bellissima specie è presente nei pascoli montani, su suolo calcareo, dell’Europa centro-meridionale. Nel nostro paese è reperibile in certe vallate alpine, qua e là sugli Appennini e in Sardegna sul Gennargentu. La droga è data da rizomi e radici – Gentianae radix – che vanno raccolti in autunno o in primavera. Essi contengono numerosi glucosidi – genziopicrina, genziomarina, genziocaulina, amarogentina – e i pigmenti xantonici genziina, gentisina, isogentisina; l’alcaloide genzianina e zuccheri tra i quali, esclusivi del genere, genzianosio e genziobiosio. Sono inoltre presenti altri zuccheri – saccarosio, maltosio, levulosio, arabinosio, xilosio – amido, galattano, inulina. La genziana esplica un’azione tipicamente amaro-tonica e eupeptica: è nota e largamente usata da gran tempo per favorire la secrezione gastrica e quindi la digestione. Entra anche nella composizione di numerosi aperitivi e pozioni per la terapia della mancanza di appetito, dispepsie e iposucorrea. In aggiunta a composti di ferro e ad altri ricostituenti è usata nella cura delle clorosi, linfatismo, anemia e negli stati di convalescenza e di esaurimento fisico. È assai usata pure in liquoreria e nell’industria dolciaria. A chi voglia farsi da solo un amaro di genziana, attenzione: a prima vista potrebbe essere confusa con il velenoso veratro (vedi).

Un altro uso della genziana, meno noto ma molto antico nella medicina popolare, è quello antimalarico. Specifiche ricerche hanno dimostrato che un suo componente, la genziopicrina, è effettivamente dotato di proprietà antifebbrili e antimalariche. A piccole dosi la genziana esplica anche un’azione eccitante sul sistema nervoso centrale, mentre a più alte dosi risulta depressiva e perfino paralizzante. Per completare il discorso due parole di carattere soprattutto fitogeografico sulle altre Gentiana.
Tra le maggiori, Gentiana punctata, di taglia più piccola della lutea e a corolla gialla picchiettata di violaceo, è presente sulle Alpi e talvolta commista con la lutea con la quale anche si ibrida.
Molto più rara è invece Gentiana purpurea, reperibile sulle Alpi e sugli Appennini su terreni silicei.
Gentiana pannonica è reperibile sulle Alpi orientali.
Tra le minori, Gentiana asclepiadea (Europa centro-meridionale; Caucaso) è presente sulle Alpi e sugli Appennini nei boschi e nelle radure. È assai caratteristica per i suoi lunghi “tralci” fioriferi mollemente ricadenti.
Gentiana cruciata (Europa centrale; Asia occidentale) è presente in pascoli e boschi in Istria, Colli Euganei, Alpi ed Appennini fino alla Campania. Gentiana acaulis,
la genzianella, specie dell’Europa centrale e meridionale, è presente da noi in prati e pascoli montani. Se ne distinguono alcune varietà tra le quali la kochiana (Alpi, Apuane, Appennino fino alla Majella) e la clusii (Alpi, Apuane, Appennino ligure e pavese).

Rabarbaro Alloro

Rabarbaro

II rabarbaro o, più specificatamente, il rabarbaro “chinese” (Rheum palmatum) è una grande pianta erbacea perenne originaria del Tibet e della Cina nord-occidentale e talora coltivato anche in Europa in zone a clima umido e fresco e su terreno fertile e profondo. Appartiene alla famiglia delle Poligonacee. Nella grande confusione terminologica che si faceva con i vecchi termini “chinese”, “persiano”, “russo”, “turco” e che indicavano semplicemente, da un punto di vista merceologico, la provenienza, si può aggiungere e insinuare anche il dubbio se il vero rabarbaro sia fornito anche da Rheum officinale. Di Rheum palmatum si coltivano inoltre la forma tipica, derivata da semi introdotti nel ‘700, e due razze che prendono il nome dai loro importatori, Przewalsky (1872) a foglie incise meno profondamente che non nella forma tipica, e Tafel (1906) a foglie, invece, più profondamente incise che nella forma tipica e ritenuto da taluni autori una specie a sé stante (Rheum tangutkum). Sotto il nome di
rapontico si intende poi Rheum rhaponticum, originario dell’Asia centrale e coltivato in parecchi paesi dell’Europa centrale – Francia, Svizzera, Austria – e in Inghilterra. Fornisce un prodotto meno pregiato (“rabarbaro rapontico”, o “rabarbaro francese”) e i piccioli delle foglie vengono usati in cucina alla stregua degli asparagi. Tornando al rabarbaro “chinese”, diremo che la droga è data dal rizoma. Contiene composti antracenici – crisofanina, crisofanolo, alizarina, emodina, isoemodina,
reocrisina e altri ancora – tannino, acido gallico, resine, sterine, acidi organici, olio essenziale e molte altre sostanze. L’uso del rabarbaro nei paesi di origine è certamente molto antico: documenti scritti sulla sua efficacia risalgono a due millenni prima di Cristo. In Europa il rabarbaro pare fosse noto anche ai romani, ma la sua origine rimase a lungo ignota. Il rabarbaro esplica numerose e varie azioni. A piccole dosi agisce come stomachico e amaro-tonico; a dosi medie come lassativo; a dosi maggiori, analogamente alle altre droghe a contenuti antracenici (aloè, frangola, spino cervino), come purgante.
Viene anche ampiamente usato nella tecnica galenica come amaro aromatico -e in liquoreria entra in una vasta gamma di liquori, amari ed aperitivi.

Alloro

L’alloro, o lauro (Laurus nobilis), appartenente alla famiglia delle Lauracee, è un arbusto, o più raramente un albero anche di notevoli dimensioni (fino a 15-20 m), a foglie sempreverdi, spontaneo in macchie e boschetti della regione mediterranea. Nel nostro paese è presente qua e là lungo le coste e con esemplari colossali nel bosco di Policoro, in Lucania. Sfugge facilmente, inoltre, dagli orti e dai giardini, ove è spesso coltivato. La droga è data dalle foglie e dai frutti. Le foglie contengono olio essenziale ricco di cineolo, geraniolo, eugenolo, terpeni, acidi organici, sostanze amare, tannini. Oltre che in cucina come aromatico, le foglie di alloro si usano, in infuso o in decotto, come stimolanti in generale e della secrezione gastrica in particolare, e inoltre come sudorifero e carminativo. I frutti sono drupe ricche
di olio essenziale, grassi, tannino. Vengono usate esse pure come stimolanti (bagni) ma soprattutto per l’estrazione del cosiddetto olio o burro di alloro che entra con altre sostanze nella composizione dell’unguento laurino usato nella medicina popolare contro le affezioni reumatiche e gottose.

Aloe Limone Peperoncino rosso

Aloe

Sotto la denominazione farmacologica di aloe vengono indicati vari prodotti ottenuti con procedimenti diversi dal succo fogliare di diverse specie del genere Aloe della famiglia delle Liliacee. Si tratta di caratteristiche piante “grasse” perenni, a crassulenza fogliare – e pertanto talora grossolanamente confuse con le Agave – e che possono anche assumere, in talune specie, un portamento arboreo. Le principali specie che interessano dal punto di vista erboristico sono Aloe vera (o Aloe vulgaris,
o Aloe barbadensis), originaria del Nordafrica e talora naturalizzata, oltre che
coltivata, nelle regioni meridionali del nostro paese; Aloè socotrina, di Socotra, coste del Mar Rosso e isole dell’Oceano indiano; Aloe perryi, a distribuzione analoga; Aloe ferox, della regione del Capo; Aloe abyssinica, dell’Eritrea, e altre ancora. La droga è data dal succo condensato ed essiccato delle foglie e comunemente si distingue un “aloe lucido” a frattura vetrosa, da un “aloe epatico” a frattura ceroide. Contiene numerosi composti antracenici (aloina e barbaloina, aloemodina,
crisofanolo, isochinolina), olio essenziale e resine. A piccole dosi l’aloè esplica un’azione amaro-tonica, eupeptica e colagoga; a dosi maggiori è lassativa con la controindicazione, tuttavia, della possibilità di assuefazione da parte del paziente. Per uso esterno è stata usata nella cura di dermatiti e ulcerazioni della pelle. È dotata anche di attività batteriostatica.

Limone

Il limone (Citrus medica var. limon, o Citrus limonum), appartenente alla famiglia delle Rutacee-Auranzioidee, è un piccolo albero sempreverde originario dell’India e della Cina e ampiamente coltivato nella regione mediterranea, in California, in Argentina. Nel nostro paese è coltivato nelle regioni meridionali e anche al nord intorno ai grandi laghi e in Liguria. La droga è data dalla parte colorata della scorza del frutto, il cosiddetto “flavedo”. Il limone, oltre alle ben note proprietà antiscorbutiche e antiinfettive generali derivantigli dalla ricchezza in vitamina C del succo, esplica numerose altre e interessanti azioni: come depressivo sul sistema nervoso centrale; come antibatterico e disinfettante con interessanti applicazioni nella preparazione del campo operatorio e in dermatologia nella cura di alcune affezioni della pelle; come revulsivo; come ipo o iperglicemizzante, come amaro-aromatico, tonico ed eupeptico e, nella tecnica galenica, come correttivo.

Peperoncino rosso

Il peperoncino rosso, o capsico (Capsicum minimum) è un piccolo arboscello, perenne in condizioni climatiche adatte, ma coltivato più spesso alla stregua di annuale, originario delle regioni intertropicali. Altri “peperoncini” ci sono dati da alcune varietà di Capsicum annuum, il comune peperone, e cioè la varietà szegedinense, che fornisce la ben nota paprika, o di Capsicum frutescens. Appartengono tutti alla famiglia delle Solanacee. La droga è data dai frutti. Contengono i carotinoidi capsantina, capsorubina, zeaxantina, luteina, le vitamine C, 62 ed E, acidi organici, olio essenziale e la capsaicina. Il peperoncino rosso esplica localmente un’azione rubefacente
indiretta e, per via orale, azione eupeptica. L’uso culinario come condimento è infatti estesissimo. Viene usato anche sotto forma di pomate come revulsivo per la cura dei geloni, nevralgie e reumatismo articolare.

Rosmarino Boldo Carciofo

Rosmarino

Si fa derivare l’etimologia del termine rosmarino da ros maris, cioè rugiada marina, una simpatica espressione per indicare quell’abbondante umidità tipica dei luoghi prossimi al mare. Tale habitat sembra particolarmente gradito al rosmarino (Rosmarinus offìcinalis), labiata a diffusione tipicamente mediterranea, ma che allo stato di coltura si può rinvenire in luoghi anche lontani dal suo tipico areale. Gli antichi conoscevano questa pianta, tanto è vero che ne intrecciavano corone con il mirto e con l’alloro e la impiegavano anche nelle feste erotiche per il suo profumo aromatico un po’ canforato. Le vennero in seguito attribuite numerose proprietà, trovò molteplici applicazioni da parte dei medici arabi, fu iscritta nei “capitolari” di Carlo Magno ed entrò a far parte della medicina popolare fin dal medioevo. Oggi il rosmarino gode fama di specie con proprietà toniche, coleretiche, eupeptiche, carminative, emmenagoghe e in genere modificatrici della secrezione bronchiale.
La sua azione è particolarmente efficace nella cura di dispepsie e gastralgie.
La parte usata della pianta è costituita dalle foglie che vengono raccolte durante la fioritura, ma specialmente in primavera, con o senza rametti. Non va comunque dimenticato l’uso alimentare come aromatizzante e il suo impiego nell’industria dei profumi.

Boldo

Studi a livello farmacologico sul boldo (Peumus boldus) furono intrapresi solamente un secolo fa e misero in evidenza un’azione, quella di aumentare l’eliminazione dell’urea, che, pur essendo ritenuta valida ancor oggi, non è certamente la più importante. Attualmente infatti la droga che si ricava da questa pianta, e precisamente dalle foglie che devono venir raccolte in autunno, agisce come un buon colagogo e per questo trova largo impiego nella cura di malattie epatiche e nella calcolosi;
tuttavia non va neppure taciuto l’uso del boldo come tonico-digestivo. Questa specie cresce allo stato spontaneo nell’America meridionale, in modo particolare nel Cile e nel Perù, da dove è stata importata anche in Europa; qui ha trovato una buona acclimatazione nelle zone aride del Mediterraneo.

Carciofo

Già i romani conoscevano i carciofi, non solo per le proprietà terapeutiche, ma anche, forse ancor più, per quelle alimentari. Cynara scolymus, il carciofo, deve la sua etimologia in parte alla consuetudine di concimare questa pianta con la cenere, in parte al termine greco scols, cioè spina, elemento presente nelle brattee – e non foglie – involucrali che circondano il capolino e che costituiscono la tipica parte commestibile. Sono invece le foglie caulinari dal sapore amaro che hanno in sé principi
attivi per alcune ben precise azioni farmacologiche. Il carciofo infatti possiede proprietà colagoghe, epato-protettive, toniche, stomachiche, diuretiche e ipoglicemizzanti; pertanto i suoi preparati, succhi, decotti, estratti fluidi o tinture che siano, possono trovar impiego in tutti i casi in cui si renda necessario stimolare la coleresi e le funzioni antitossiche del fegato, la diuresi, nell’albuminuria, nelle anurie e nell’arteriosclerosi.
Somministrato parenteralmente, il carciofo trova anche applicazione in dermatologia per debellare forme di prurito infantile, orticaria ed eczemi.

Aglio Salvia Salvia sclarea

Aglio

II termine aglio – attribuito al comunissimo Allium sativum abbondantemente coltivato nelle nostre regioni come aromatizzante dei cibi – deriverebbe, secondo l’interpretazione di Sweet, dal celtico ali, cioè bruciante, con riferimento al sapore del bulbo. Più controversa è la determinazione del luogo d’origine: Linneo propose la Sicilia, Kunth l’Egitto; De Candolle sostenne che allo stato spontaneo era stato rinvenuto unicamente nel deserto dei Kirghisi, mentre Wallich dichiarò di averlo trovato in India. Di sicuro si può affermare che l’aglio era usato fin dai tempi più antichi sia come alimento sia come pianta della medicina popolare. Gli egiziani, i
greci e i romani lo coltivavano copiosamente e ne apprezzavano le virtù terapeutiche. Dioscoride e Plinio ne esaltavano l’azione tonica, diuretica, antiasmatica e vermifuga, mentre nel medioevo l’aglio aveva addirittura acquistato fama di rimedio contro la sordità. È interessante notare che le applicazioni e gli usi di un tempo hanno trovato oggi in gran parte conferma, confortata da studi farmacologici e sperimentazioni cliniche. La droga di questa liliacea è contenuta nel bulbo, o
meglio ancora nei bulbilli, ossia gli spicchi in cui è suddiviso:
essi sono composti da due terzi d’acqua, da sostanze azotate, da pochi lipidi e ceneri e da quasi un terzo di glucidi. I principi attivi sono dati da un olio essenziale e da composti solforati. L’aglio esercita un’azione stimolante, digestiva, eupeptica, vermifuga; favorisce la secrezione bronchiale e agisce come vasodilatatore, per cui alcuni preparati trovano applicazioni nelle bronchiti asmatiche e nell’arteriosclerosi. Per uso esterno è considerato un buon rubefacente e vescicatorio.

Salvia

La salvia (Salvia officinali^), appartenente alla famiglia delle Labiate, deve il suo nome al latino salvere, cioè guarire: quanto basta per testimoniarci la considerazione in cui era tenuta nell’antichità.
Anche nel medioevo la salvia godette buona fortuna, e i “capitolari” di Carlo Magno ne consigliavano la coltivazione, contribuendo con ciò a diffonderla nell’Europa centrale e settentrionale. Infatti essa è specie a tipica diffusione europea meridionale, ma con particolari accorgimenti è possibilecoltivarla anche in regioni fuori del suo areale naturale. La droga è costituita dalle foglie, per le quali si raccomanda la raccolta alla fine della primavera prima della completa schiusura dei fiori.
Le foglie hanno odore gradevole e sapore amarognolo aromatico.
Oltre ad essere usata in cucina come condimento, eupeptico e aromatizzante, la salvia agisce come stimolante nelle dispepsie e atonie gastro-intestinali e esercita pure un’azione ipoglicemizzante, emmenagoga, diuretica, colagoga, vulneraria, nonché astringente e antisettica. Per quest’ultima proprietà trova applicazione nelle infezioni del cavo orale e nelle emorragie gengivarie.

Salvia sclarea

Quanto detto per la salvia vale anche per la salvia sclarea (Salvia sclarea}, labiata dell’Europa meridionale e dell’Asia sud-occidentale. La droga è costituita dalle sommità fiorite da cui si ricava un’essenza usata in profumeria e in distilleria. La salvia sclarea, oltre a essere usata come condimento e per aromatizzare vini e liquori, è impiegata pure per le sue proprietà stomachiche, antisudorali e emmenagoghe.

Salvia pratense Canapa acquatica Felce dolce

Salvia pratense

Proprietà analoghe a Salvia officinali! e a Salvia sclarea (vedi) possiedono le foglie della salvia pratense (Salvia pratensis). Di questa labiata in terapia vengono sfruttati i principi attivi in preparati validi per curare un’eccessiva secrezione sudorifera ed assai efficaci in particolari periodi critici per l’organismo, quali la pubertà e la menopausa. Sono pure apprezzate le qualità amaro-toniche di questa pianta, in modo particolare da individui colpiti da atonia o soggetti a periodici stati depressivi.

Canapa acquatica

11 re Mitridate Eupator sembra sia la fonte alla quale si sono ispirati i botanici del XVIII secolo quando si trattò di dare un nome al genere Eupatorium, al quale appartiene anche la specie cannabinum, più familiare col nome di canapa acquatica, o eupatoria di Avicenna. Si tratta di una composita abbastanza comune, diffusa nel Vecchio Mondo ed in Australia. Questa pianta attualmente, dal punto di vista medicinale, non ha un grande interesse ed è poco o nulla richiesta; nel passato invece
godette di una certa popolarità presso i greci, i romani e i medici del medioevo.
Si può ritenere che tutta la pianta costituisca la droga: dev’essere raccolta al momento della fioritura, ripulita dei fusti più legnosi e utilizzata se non allo stato fresco in un tempo relativamente breve. In caso contrario la sua attività si riduce notevolmente. La radice della canapa acquatica possiede proprietà colagoghe, lassative, mentre le foglie mettono in evidenza maggiormente quelle amaro-toniche, diuretiche e diaforetiche. La droga agisce sulla bile in modo particolare, incrementandone la secrezione e riuscendo così efficace nei casi di costipazione per insufficienza ghiandolare e di congestioni e malattie sia del fegato che della milza.

Felce dolce

La felce dolce, o liquirizia selvatica (Polypodium vulgaré) è una simpatica felce molto comune nelle regioni temperate dell’Eurasia e dell’Africa.
Polypodium è termine di derivazione greca e significa “molti piedi”, con allusione ai numerosi moncherini, se così si può dire, che rappresentano i resti delle vecchie foglie sul rizoma della pianta.
L’aggettivo italiano con il quale siamo soliti indicare questa felce si riallaccia invece al sapore dolciastro del rizoma, che ricorda vagamente quello della liquirizia. È proprio anzi il rizoma che costituisce la parte farmacologicamente attiva del Polypodium; va raccolto nell’estate e deve essere liberato delle sottilissime squame color bruno (palee) che nascondono quei “moncherini” a cui si accennava precedentemente.
Quando arriva in commercio ben pulito il sapore è già di gran lunga meno dolce, anzi dopo una breve masticazione diventa amarognolo e nauseabondo. I principi attivi contenuti esplicano azione purgativa e colagoga; per questo motivo la droga sotto forma di tisana, di estratto fluido o altro può essere somministrata con buoni risultati a pazienti itterici o a coloro che sono sofferenti di stitichezza cronica aggravata da insufficienza della funzione epatica. Così afferma il celebre Ledere, che nega al Polypodium qualsiasi effetto drastico ed un’azione diretta sull’intestino.

Tarassaco Cicoria

Pianta generalmente inquadrata nella folta schiera di quelle alimentari, il tarassaco (Taraxacum officinale) non può essere passato sotto silenzio quale specie con proprietà terapeutiche conosciute da moltissimi anni e sperimentate a lungo soprattutto nella medicina popolare.
Proprio il suo uso a livello familiare ha contribuito in maniera determinante ad arricchire di nomi il già lungo elenco di appellativi con i quali viene indicata or qua or là questa composita. Ne citiamo alcuni: soffione, dente di leone, piscialetto, quest’ultimo invero assai azzeccato con evidente allusione alle proprietà diuretiche della pianta. Il tarassaco oggi è naturalizzato praticamente in tutte le regioni temperate e fredde del globo, anche se originariamente la sua area di diffusione era limitata
all’Europa, all’Asia centrale e settentrionale, all’Africa e all’America boreale. In Francia, specialmente nel secolo scorso, il tarassaco ebbe un momento di grande celebrità, tanto che ne vennero selezionate varie forme migliorate. Se dal punto di vista alimentare il tarassaco non è molto pregiato – basso contenuto di sostanze proteiche e di glucidi ed assenza completa di grassi – da quello officinale o medicinale che dir si voglia assurge ad una certa importanza per le sue proprietà amaro-toniche, diuretiche, colagoghe ed epato-protettive.
La droga è costituita dalle radici e dal succo delle foglie fresche; la radice dev’essere raccolta in autunno, lavata, fatta seccare a circa 30° e quindi conservata all’asciutto. Generalmente in commercio si trova intera o tagliata per il lungo o sezionata in fettine molto sottili. I principi attivi contenuti nella radice sono dati da inulina, tannino, zuccheri, un succo lattiginoso formato tra l’altro da tarassacina, sostanze cerose e resine, ed inoltre da colina e mucillagine; nelle foglie oltre a tarassacina sono presenti una certa quantità di inosite, mucillagine, zuccheri e sostanze resinose. Per le sue proprietà farmaceutiche il tarassaco è impiegato nelle terapie dell’insufficienza epatica, nelle gastriti, nelle malattie renali e colecistiti, nelle dispepsie; inoltre viene usato come amaro-tonico e depurativo. Per uso esterno trova applicazione contro ulcere ed eczemi. La cicorm (Cichorium intybus), una composita dell’Eurasia e dell’Africa settentrionale, naturalizzata altrove, era già conosciuta all’epoca di Plinio che oltre ad apprezzarne le virtù alimentari, del resto ben note anche oggi, ne conosceva le ottime qualità depurative. A queste, un po’ per merito delle tradizioni ed esperienze popolari accumulate nel tempo e molto più per merito degli studi e delle ricerche compiute in campo farmacologico, vanno aggiunte anche quelle amaro-toniche, stomachiche, colagoghe, lassative ed infine, solo rispettando un ordine cronologico, quelle ipoglicemizzanti. La droga è costituita dalle foglie, che devono venir raccolte all’inizio della fioritura, e dalle radici, la cui raccolta va effettuata verso la fine dell’autunno. Le prime contengono la cicoriina, inulina, colina e levulosio, le seconde terpeni, derivati terpenici, gomma e grassi. La cicoria viene impiegata per combattere l’atonia gastrica e l’insufficienza biliare, mentre si rivela un prezioso rimedio in casi di affezioni cutanee croniche. Per uso esterno inoltre, mediante applicazione delle foglie, è ottima per curare foruncoli e ascessi.

Melanzana Trifoglio fibrino Vaniglia

La melanzana (Solarium melongena), appartenente alla famiglia delle Solanacee, è una pianta erbacea originaria dell’India e comunemente coltivata nelle regioni calde per i suoi frutti largamente impiegati in cucina. La droga è data appunto dai frutti, grosse bacche di forma e colore diverso nelle diverse cultivars, che contengono composti caffeici cinarinosimili, cioè presenti anche nel carciofo, come gli acidi caffeico e clorogenico, il glucoalcaloide solasonina, vitamine, antociani e numerose altre sostanze. Se l’uso alimentare della melanzana è noto da tempi antichissimi, le conoscenze sui suoi poteri farmacologici sono molto recenti, risalendo agli anni ’40. La melanzana esplica azioni molto simili a quelle del carciofo: colagoga, coleretica e epatoprotettiva, nonché azione depressiva del tasso colesterinico del sangue e diuretica.

Il trifoglio fibrino (Menyantbes trifoliata) è una pianta erbacea perenne diffusa nell’emisfero boreale nei luoghi palustri. Nel nostro paese è reperibile soprattutto nelle regioni settentrionali specialmente in paludi o in laghetti montani in via di interramento; più rara nell’Italia centrale e meridionale, ove è limitata alla catena appenninica.
Appartiene alla famiglia omonima o, secondo altri autori, alla famiglia delle Genzianacee, tribù Meniantee. La droga è data dalle foglie raccolte all’epoca della fioritura. Già gli antichi autori classici conoscevano il trifoglio fibrino come pianta medicinale per gli usi più diversi. Nel XVII secolo gli furono attribuite le proprietà più svariate: era ritenuto antiscorbutico, efficace nella cura dell’idropisia, delle affezioni catarrali, di svariati malanni ginecologici, delle ulcerazioni, della scabbia. Dagli inizi del nostro secolo gli vengono riconosciute proprietà stimolanti dell’appetito e della digestione, collegate, si ritiene, a un miglioramento della funzione epatica. Questa azione è dovuta alla presenza nelle foglie di sostanze cinarinosimili, come gli acidi caffeico e clorogenico. Anche l’azione antiscorbutica anticamente attribuita al trifoglio fibrino ha trovato recente conferma nell’indagine clinica.

La vaniglia (Vantila planifolià), appartenente alla famiglia delle Orchidacee, è una pianta erbacea epifita originaria del Messico e dell’America tropicale – Colombia, Venezuela, Andile, Centro-America – ed estesamente coltivata anche a Ceylon, Giava, Madagascar, Seychelles. La droga è data dai frutti, capsule lunghe e sottili, di colore nero lucente, detti nel gergo erboristico “stecche” o, impropriamente, “baccelli”.
I frutti freschi, che vanno raccolti ancora immaturi, non sono profumati, ma dopo particolari trattamenti, atti a favorire lo svolgimento principi profumati, si ottengono i frutti, quali si trovano in commercio, di colore nero lucente e ricoperti di minuscoli cristalli di vaniglina. La vaniglia è stata introdotta in Europa dopo la scoperta dell’America, e dalla Spagna il suo uso si è diffuso verso la Francia, l’Inghilterra e gli altri paesi europei. Oltre che come aromatizzante in pasticceria e in liquoreria, e come correttivo nella tecnica galenica, la vaniglia è usata per le sue proprietà stimolanti e coleretiche nella terapia dell’inappetenza e dell’atonia gastro-intestinale. Ad alte dosi risulta tossica.

Arancio amaro Angelica Amarena Lampone

L’arancio amaro (Citrus aurantium var. bigaradià) è un albero della famiglia delle Rutacee probabilmente originario dell’Assam, della Birmania e dell’India peninsulare. Pur non essendo commestibile – il frutto ha polpa acida e amarissima – l’arancio amaro viene utilizzato in tutte le sue parti per molteplici usi: la droga infatti è data dalle foglie, dai fiori, dai frutti preferibilmente di piccole dimensioni e dal pericarpo, cioè dalla scorza, di frutti pressoché maturi. In profumeria sono conosciute l’essenza di néroli, data dai fiori, e l’essenza di petit-grain, data o dai piccoli frutti, o dai rametti e dalle foglie raccolte al tempo della potatura. In farmacologia le foglie e i fiori, ma soprattutto la scorza, vengono utilizzati come amaro-tonici, con proprietà stomachiche e eupeptiche, efficaci in casi di inappetenza e dispepsia, e come correttivi di sapori e odori sgradevoli di particolari medicine.

Tutte le parti dell’angelica, Angelica archangelica delle Ombrellifere, emanano un profumo assai gradevole, aromatico, quasi canforato. Vengono di solito utilizzate le radici del primo anno e più ancora i frutti che comunemente sono ritenuti semi. Con le radici può essere preparato un infuso con proprietà terapeutiche amaro-toniche, diaforetiche, carminative e leggermente diuretiche. Di più largo consumo è invece l'”essenza di angelica”, cioè un olio essenziale che si estrae sia dai frutti che dalle radici. Tale essenza è assai usata in liquoreria, ad esempio in liquori come la Strega e la Chartreuse, in profumeria per preparare profumi soprattutto di tipo maschile e in cosmetica per aromatizzare i dentifrici.

L’amarena fa parte di quel complesso di forme derivanti da Prunus cerasus caratterizzate da polpa acidula o acida in contrapposizione a quelle derivanti da Prunus avium a polpa più soda, dolce e che globalmente costituiscono le ciliegie. L’amarena, pur non possedendo particolari doti terapeutiche, nell’industria farmaceutica viene usata largamente come edulcorante acidulo aromatico, correttivo insomma di alcuni prodotti come quelli a base di tetraciclina, di sulfamidici, di vitamine e negli sciroppi per la tosse.

Il lampone (Rubus idaeus), una rosacea ad ampia diffusione eurasiatica, era probabilmente conosciuto molti secoli prima di Cristo, come testimoniano reperti fossili rinvenuti in palafitte svizzere.
Dall’Inghilterra, dove era largamente coltivato intorno alla metà del XVI secolo, il lampone venne introdotto negli Stati Uniti. Contrariamente a quello che capita altrove, in Italia il lampone non compare molto frequentemente nei mercati e nei negozi di frutta. Eppure avrebbe molte qualità per essere apprezzato; possiede proprietà vitaminiche simili a quelle degli agrumi, ma di questi ha un più alto valore calorico; contiene sali, soprattutto di calcio, magnesio e ferro; ha un discreto potere lassativo e nello stesso tempo è un buon diuretico.
Nell’industria farmaceutica il lampone trova impiego, come l’amarena, quale edulcorante correttivo del sapore e dell’odore.

Menta Issopo Anice verde Cardamomo

II genere Mentha è uno dei più complessi sistematicamente per la facilità con cui molte specie ad esso appartenenti variano e si incrociano: tra esse citiamo Mentha aquatica, Mentha viridis, Mentha Inngifolia e Mentha piperita, vale a dire la menta che viene maggiormente coltivata a scopo medicinale e industriale. Mentha piperita è probabilmente un ibrido tra Mentha aquatica e Mentha viridis, ed è coltivata da lungo tempo soprattutto in Inghilterra, onde il nome di “menta inglese”. La menta in senso lato è pianta conosciuta da moltissimo tempo; era certamente coltivata dagli egiziani, mentre i giapponesi conoscono il mentolo da almeno duemila anni. Si attribuivano ad essa notevoli proprietà terapeutiche già in epoca greco-romana: così per Ippocrate risultava un buon stomachico e diuretico; di essa inoltre ci parlano Dioscoride, Teofrasto, Plinio, Ovidio e altri autori; insieme a altre essenze medicinali Carlo Magno ne ordinava la coltivazione. La vera menta piperita entrò in scena però soltanto nella seconda metà del XVIII secolo quando si diffuse dall’Inghilterra all’Europa continentale, all’America e al Giappone. I principi attivi sono contenuti nelle foglie o nell’erba intera. Più di ogni altro elemento, è fondamentale la presenza del mentolo la cui azione farmacologica si esplica sia stimolando i nervi, motori e di senso, sia agendo come sedativo ed antispasmodico. La classica impressione di freddo che si manifesta mentre ad , esempio si consuma una caramella di menta, è dovuta al mentolo che procura alla parte con cui viene a contatto una leggera forma di anestesia locale. Nello stesso tempo, naturalmente a dosi più elevate, il mentolo causa un aumento della pressione sanguigna e del tono cardiaco. La menta piperita trova quindi applicazione per le sue proprietà analgesiche per curare nevralgie, dolori sciatici, carie dentarie, e per quelle antispasmodiche contro tossi e nei casi di disturbi digestivi e intestinali. Va pure segnalata un’azione colagoga e una tonica a livello intestinale.

Per le sue proprietà stomachiche e stimolanti l’issopo (Hyssopus officinali!), una labiata a diffusione circum-mediterranea, ma con penetrazione fino all’Himalaja e alla Siberia, può essere avvicinato alle mente di cui si è parlato. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una pianta conosciuta da tempo remoto e alla quale si ricorreva in parecchie occasioni: presso i persiani, ad esempio, veniva usata un’acqua distillata di issopo che doveva in qualche modo rendere bello il colorito della pelle. Le foglie e le sommità fiorite costituiscono la droga che perlopiù viene impiegata per le sue virtù balsamiche e di risolvente delle affezioni bronchiali.

Accomunati per le loro proprietà possono essere l’anice verde (Pimpinella anisum) e il cardamomo (Elettaria cardamomum). Di entrambi vengono utilizzati i frutti che, a parte il loro impiego in liquoreria come aromatizzanti, trovano un discreto uso per i loro principi carminativi, sudoriferi, espettoranti, correttivi, aromatici e stimolanti.

Iris Calamo aromatico

L’iris, o iride fiorentina, o ireos, o giaggiolo è – propriamente – Iris pallida che da taluni viene considerata varietà della più grande specie Iris fiorentina. Questa pianta è originaria della regione mediterranea, spesso coltivata, caratteristicamente a Firenze, appunto, e spesso anche inselvatichita, su muri, rupi, luoghi sassosi aridi e incolti. Per gli stessi suoi scopi può essere usata anche Iris germanica, originaria più o meno delle stesse zone e diffusa negli stessi habitat, di taglia leggermente maggiore, anche più frequente in coltivazione e espressamente coltivata nel veronese.
Da Iris germanica la nostra Iris pallida può essere facilmente distinta in base alla presenza di brattee scariose pergamenacee che ne avvolgono i bocci fiorali e per la tonalità dei fiori, di colore azzurro chiaro in Iris pallida, azzurro più scuro in Iris germanica.
Bisogna fare attenzione poi agli equivoci nomenclaturali: l’iris che si coltiva a Firenze, e che tra l’altro ne ha suggerito l’emblema, il “giglio”, è Iris pallida e non Iris fiorentina in senso lato. La droga è fornita dal rizoma, che va decorticato e lasciato essiccare in modo che perda lo sgradevole odore che ha quando è fresco e ne assuma uno molto più gradevole. La droga è ricca di olio essenziale costituito soprattutto da acido miristico, la parte solida dell’essenza, detto anche “burro” o “canfora” o “concreto” di iris; inoltre acidi grassi, alcoli – linaiole, geraniolo, eugenolo – aldeidi, e infine chetoni noti sotto il nome specifico di “ironi”, ai quali è dovuto principalmente il profumo di violetta dell’olio essenziale. Le proprietà farmacologiche dell’iris sono molteplici.
È dotato di blanda azione espettorante o, a più alte dosi, emetica. Può essere usato come correttivo nella tecnica galenica e nell’industria liquoristica. Particolarmente viene poi usato nell’industria dei cosmetici (ciprie, dentifrici, profumi).
Un caraneristico uso, un tempo in voga nella medicina popolare, era quello di dare da masticare ai lattanti afflitti dai disturbi della dentizione un rizoma decorticato a mo’ di tettarella.

Il calamo aromatico (Acorus calamus) è una pianta erbacea palustre appartenente alla famiglia delle Aracee. Originario dell’India, è ora diffuso in molti paesi tropicali e temperati ed anche da noi è reperibile, qua ‘e là, lungo i corsi d’acqua e nelle paludi della Pianura Padana e di talune località dell’Italia centrale. Fiorisce in primavera ma moltissime piante, sia spontanee che coltivate, non generano semi sicché la sua riproduzione avviene soprattutto agamicamente. La droga è data dal rizoma – Calami aromatici rhizoma – che andrebbe raccolto in autunno, mondato e decorticato. Contiene olio essenziale – con asarone, eugenolo, terpeni – e numerose altre sostanze, molte delle quali non ancora ben conosciute o sufficientemente indagate. Il calamo aromatico gode di numerose proprietà. In Italia è usato soprattutto, anche in liquoreria, come correttivo, amaro-aromatico ed eupeptico. Nella medicina indiana viene vantaggiosamente usato nella cura di numerosi disturbi di origine nervosa (insonnia, isterismo, nevrastenia) ed anche come sedativo, analgesico e antispasmodico. Gli sono riconosciute anche proprietà carminative, antibatteriche e antiprotozoarie.

Orchidee

Chi ha avuto la ventura di visitare l’Asia minore, la Grecia o la lontana Russia avrà certamente sentito parlare del salep o, se la fortuna lo ha assistito, avrà avuto modo di assaporare ciò che si cela dietro questa misteriosa parola, sotto forma di gelati, bibite rinfrescanti, dolci, minestre. Che cosa s’intende però con questo termine, o, meglio ancora, con tale sostanza che non solo è alla base, come abbiamo detto, di alcune ricette alimentari, ma che possiede anche ben precise proprietà farmacologiche?
Ebbene, con salep s’intende una sostanza alimentare oppure una droga (se si considera il salep dal punto di vista farmacologico) costituita dai tuberi di alcune specie di orchidee (raccolti quando la pianta fiorisce, quando sono cioè ben rigonfi e pieni di elementi nutritizi) che vanno immersi in acqua bollente, per arrestarne la vitalità, e poi messi a seccare infilati a mo’ di grani di rosario.
Quando ne venga richiesto l’uso si polverizzano e se ne ricava una specie di fecola costituita in percentuale da circa la metà di una sostanza mucillaginosa, da circa un terzo di amido e il resto da proteine, zucchero e da tracce di cumarina che le conferiscono un leggero profumo.
L’uso del salep come commestibile è antichissimo, perfino anteriore a Teofrasto e a Dioscoride, e turchi e persiani ne erano, come del resto lo sono oggi, dei buoni consumatori. Bisogna giungere però al XV secolo perché anche l’Europa conosca questa polvere, ma le diverse consuetudini alimentari degli abitanti del nostro continente ne limitano assai la diffusione come sostanza alimentare, favorendone nel contempo l’affermazione in campo medicinale. L’alta percentuale in mucillagine contenuta nel salep lo rende assai adatto per preparare decotti emollienti efficaci nel curare infiammazioni della mucosa gastro-enterica, sia per via orale che rettale. Un tempo, ora non più, l’impiego del salep era consigliato nei casi più gravi di diarrea infantile, in quanto non solo ne venivano sfruttate le proprietà sedative, ma soprattutto
contemporaneamente quelle nutritive, anche se in realtà a quest’ultime veniva spesso data un’importanza eccessiva.
Come si è lasciato intendere poco sopra, l’uso commerciale su vasta scala era, ed è tuttora, prerogativa di alcune popolazioni dell’Asia minore o ad essa vicine. Esclusivamente come sostanza medicinale il salep venne importato in Europa e quindi anche nel nostro paese fin tanto che non ci si accorse che alcune orchidee della nostra flora e sufficientemente frequenti nei prati, nei boschi, dal livello del mare all’orizzonte montano, producevano tuberi dai quali era possibile ricavare dell’ottima droga e con minor spreco di denaro. Sono infatti parecchie le orchidacee nostrane che producono tale sostanza, come Orchis morto, Orchis militaris, Orchis purpurea e altre ancora appartenenti al genere Ophrys o come Aceras anthropophora che contiene principi sedativi. Per concludere c’è da aggiungere che il salep ha goduto per lungo tempo presso gli orientali la fama di afrodisiaco, la qual cosa era certamente legata alla forma dei tuberi delle orchidee che vagamente ricordano i genitali maschili. In realtà in tutto questo non vi è alcunché di vero; si trattava evidentemente di un pregiudizio radicato nella mente di quei popoli che cercavano in tutti i modi di potenziare, anche con l’aiuto del salep, facoltà amatorie, in particolare virili, che costituivano valori basilari della loro civiltà, ma che non potevano certamente essere stimolate con una droga del tutto innocua.

Rosa di macchia Olivello spinoso Ribes nero

La rosa di macchia e l’olivello spinoso sono due arbusti con proprietà medicinali ben diverse, pur avendo in comune la caratteristica di possedere frutti con una percentuale elevata di acido ascorbico, vale a dire di vitamina C. La storia di questa e delle altre vitamine è piuttosto recente; risale infatti a una sessantina di anni fa, anche se la loro presenza in alcuni alimenti era stata intuita già da qualche secolo. Fu il polacco Punk nel 1911 a indicare con il termine vitamine sostanze notevolmente complesse che, pur trovandosi sia nel regno vegetale quanto in quello animale in quantità assai ridotte, svolgono un ruolo eminente negli organismi animali e quindi nell’uomo perché regolano funzioni vitali di capitale importanza. Gli organismi animali, tuttavia, non sono in grado di sintetizzare le vitamine, ma sono costretti a introdurle attraverso gli alimenti vegetali, direttamente o sotto forma di provitamine che solo in un secondo tempo possono venir trasformate in vitamine. Quelle attualmente individuate sono una ventina, e possono venir inquadrate in due grandi gruppi principali: quelle idrosolubili, vale a dire solubili in acqua, che comprendono la vitamina C e il complesso B, e quelle liposolubili, cioè solubili nei grassi e nei loro solventi, che comprendono le vitamine A, D, E e K. L’importanza della presenza contemporanea nell’organismo umano, o comunque animale, di più d’una vitamina è confermata dall’insorgere di gravi disturbi
di varia natura dovuti alla carenza (avitaminosi e ipovitaminosi) di vitamine tanto che le stesse vengono indicate in base alla funzione che presiedono.
Cosi la vitamina A è detta antixeroftalmica, dell’accrescimento e antinfettiva; la B, antineuritica e antiberiberica, la PP antipellagrosa, la D antirachitica, la K antiemorragica e la C antiscorbutica.
Agrumi, bacche eduli, meloni, peperoni, pomodori, cavoli verza, nonché insalate e verdure in genere sono le principali fonti di vitamina C, la quale, tuttavia, essendo termolabile e idrosolubile, si perde in grande quantità con la cottura a cui viene sottoposta gran parte delle verdure prima di essere consumate. Restano così in lizza quali fornitori di vitamina C gli agrumi e molta della frutta che viene gustata allo stato fresco: albicocche, fragole, ciliegie, fichi, lamponi, pere, mele, pesche ecc. A ciò sia ora consentito di aggiungere qualcosa di più modesto e meno saporito dal punto di vista alimentare, ma altrettanto valido per quanto riguarda quello terapeutico. Alludiamo cioè ai frutti, o meglio ai ricettacoli fruttiferi, della rosa di macchia (Rosa canina) e ai frutti dell’olivello spinoso (Hippophae rbamnoides) della famiglia delle Eleagnacee. Di questi due arbusti certamente quello che più facilmente ci capita di incontrare è la rosa di macchia, che ci ha dato anche l’occasione di raccogliere i grandi fiori che si schiudono da maggio a luglio; meno frequente anche perché meno vistoso è l’olivello spinoso, tipico rappresentante della flora dei greti dei corsi d’acqua dell’Italia boreale e centrale.
Un cenno per finire al ribes nero (Ribes nigrum), le cui foglie e frutti contengono principi attivi efficaci per curare gotta e reumatismi, esplicando inoltre azione tonica e cordiale, diuretica, rinfrescante e depurativa.

Tamaro Asaro

Tamus communis è una dioscoreacea nota volgarmente come tamaro, vite nera, sigillo della madonna, radice vergine. Di questa pianta, diffusa in tutto il bacino mediterraneo e nell’Europa media, si sfruttano i principi attivi che sono contenuti nella radice allungata, carnoso-tuberosa e nera, uno dei quali, appartenente al gruppo delle saponine, esplica in misura notevole azione emetica e purgativa. Se la nostra pianta però in erboristeria è pressoché dimenticata, un discreto interesse, legato
alla medicina popolare e avallato del resto da una lunga esperienza, suscita invece come essenza con spiccate doti vulnerarie, capace cioè di guarire con [[sorprendente velocità contusioni di una certa gravita. Per questo motivo ben si adatta quindi l’appellativo che le donne di campagna francesi hanno attribuito al tamaro, cioè herbe-aux-femmes-battues. Fino a qualche lustro fa si diceva che Asarum europaeum, asaro, baccaro o erba renella in italiano, era un discreto emetico, capace cioè di provocare il vomito, ma la sua richiesta era pressoché nulla anche perché la pianta, una volta raccolta, perdeva in breve tempo ogni carica terapeutica. Quasi contemporaneamente però si metteva in rilievo che due erano le principali sostanze attive dell’asaro, l’asarone ed un olio essenziale. Il primo, volatile e che scompare in gran parte col disseccamento, è facilmente eliminabile e non è affatto velenoso, agisce da emetico e secondariamente da espettorante; il secondo, l’olio essenziale, al contrario è tossico, può procurare nefrite, metrite, iperemie degli organi interni e perfino la morte. Tutto ciò ne ha sconsigliato l’uso a livello di rimedio popolare. L’asaro è una aristolochiacea diffusa nell’Europa centrale e meridionale e nell’Asia occidentale. I greci, anche se non dal punto di vista farmacologico, dovevano conoscere l’asaro, la cui etimologia, di chiara origine greca, sta ad indicare press’a poco che questa specie non poteva entrare a far parte di quel gruppo di piante destinate ad intrecciare ghirlande di fiori, motivo che ricorre anche presso i latini per i quali si esprime Plinio, che in un passo della sua voluminosa opera afferma: « Asaro» inverno vocitari, quoniam in coronis non addatur». Le parti dell’asaro che interessano la farmacologia sono in primo luogo il rizoma, che va raccolto in primavera o meglio ancora in autunno, e poi le foglie, che vanno raccolte in aprile-agosto. L’impiego di asaro sotto forma di polvere era, come si è detto, consigliato un tempo come emetico efficace ed ottimo espettorante in dosi ridotte. Alla luce di recenti scoperte, dovute perlopiù ad autori polacchi, verrebbe scoraggiato l’uso dell’asaro come emetico, fermo restando, anzi notevolmente avallato, quello dell’asaro come espettorante. Si è arrivati infatti a dimostrare che l’azione emetica è dovuta perlopiù all’olio essenziale, a cui abbiamo accennato poco sopra, che non agirebbe « direttamente sul centro del vomito, ma perifericamente sulle terminazioni emetico-sensitive della mucosa gastrica ». Ciò che ha indotto a sconsigliare l’asaro come emetico è l’elevata dose di olio essenziale che dovrebbe venir somministrato, olio che può dar luogo a gravi disturbi in quegli organi che provvedono all’eliminazione dello stesso, in modo particolare reni e polmoni. Dosi assai ridotte sono invece sufficienti per esaltare le doti espettoranti dell’asaro, assai indicato nelle bronchiti secche o croniche e nei casi di laringo-tracheiti.

Elleboro nero Elleboro verde Pie di gallo

L’elleboro nero, o rosa di Natale (Helleborus niger) è una pianta erbacea perenne a rizoma strisciante munito di poche foglie, lucide e cuoiose; appartiene alla famiglia delle Ranuncolacee. Fiorisce durante l’inverno, da dicembre a febbraio, spesso anche nei giorni che precedono il Natale, donde il nome volgare. Gli scapi fioriferi portano 1-2 grandi fiori bianchi o leggermente venati di rosso all’esterno, inodori. È una pianta dei luoghi boscosi montani dell’Europa centro-meridionale e nel nostro paese è reperibile, qua e là, nei boschi, soprattutto sulle Alpi ma talora anche lungo la dorsale appenninica. La droga è data dal rizoma. Contiene lipidi, tracce di olio essenziale, resina, un principio amaro e soprattutto due saponine, l’elleborina e l’elleboreina ed inoltre un glucoside detto ellebrina o ellebroside. Si tratta di pianta velenosa che va usata con grande circospezione e che possiede comunque svariate proprietà. La polvere del rizoma è dotata di proprietà starnutatorie; l’elleboreina possiede proprietà cardiotoniche; l’elleborina agisce come drastico e narcotico ed anche come emetico ed emmenagogo.
L’elleboro verde (Helleborus viridis) è pure una pianta erbacea perenne propria dei boschi, delle macchie, delle siepi, diffusa nell’Europa occidentale e centrale, piuttosto comune anche nel nostro paese in diverse varietà tra le quali la boccomi, propria dei Balcani e da taluni ritenuta anche buona specie, diffusa in particolare in Istria, Friuli e poi lungo la penisola fino in Sicilia. Produce in abbondanza fiori verdastri retti da un fusto fiorifero più lungo che nel niger, la fioritura dura da dicembre a marzo-aprile. Oltre alle sostanze già elencate per l’elleboro nero, esso contiene alcuni alcaloidi come la spintillamina, la celliamina e la sprintillina. Anche l’elleboro verde ha sostanzialmente le stesse proprietà dell’elleboro nero: usato anch’esso un tempo come cardiotonico, emetico, purgativo e antielmintico, è oggi caduto piuttosto in disuso a causa della sua velenosità.
Entrambi furono poi anche variamente utilizzati nella medicina veterinaria. Analoghe proprietà, soprattutto purgative e antielmintiche, possiede anche l’elleboro fetido, Helleborus foetidus, più o meno con la stessa distribuzione del viridis, munito di un fusto persistente e ben evidente e di foglie più coriacee e finemente incise. Emana dai suoi tessuti verdi uno sgradevole odore che ne giustifica il nome.
Assai caratteristico è il pie di gallo (Eranthis biemalis), piccola pianta erbacea munita di rizoma tuberoso. Nel breve volgere di un paio di mesi, o anche meno, la pianta vegeta, fiorisce e fruttifica. Produce – anche nel bel mezzo dell’inverno – piccoli fiori giallo-dorati. È diffuso in Europa e naturalizzato nell’America settentrionale; nel nostro paese è reperibile soprattutto nei campi e ai bordi dei fossati e dei ruscelli in tutta la penisola. La pianta sembra contenere gli stessi principi attivi del genere Helleborus (col quale del resto ha molta affinità visto che Linneo l’aveva primieramente inclusa in questo stesso genere) e può essere usata con le stesse indicazioni (e precauzioni) degli ellebori ma si tratta di pianta ancora poco studiata.

Assenzio Melograno Corallina Chenopodio antielmintico

Fama di pianta con proprietà amaro-toniche, eupeptiche, febbrifughe e in minor misura antielmintiche e emmenagoghe si è guadagnata Artemisia absinthium, l’assenzio, composita diffusa in Europa, parte dell’Asia, Africa settentrionale e altrove naturalizzata. I principi attivi di questa pianta dal forte odore aromatico sono contenuti nelle foglie e nelle sommità fiorite: un olio essenziale, l’absintolo, il tuiolo che viene esterificato in acido acetico, valerianico e palmitico, sostanze amare tra cui l’absintina e ancora le vitamine C e BÓ.

Bella pianta ornamentale sia per i fiori rosso scarlatti sia per i frutti, discreto interesse dal punto di vista alimentare, il melograno, Punica granatum delle Minacce, si è tramandato fin dall’antichità una buona fama per le proprietà medicinali. Originario forse della Persia, questo arbusto o alberello presso egizi, greci e romani era legato a riti e cerimonie religiose. Di pari passo in quei popoli si affermò l’uso del melograno come pianta medicinale e la sua azione antielmintica ci è segnalata da Dioscoride, Plinio e Gelso fino a giungere all’inglese Barthelemy, vissuto nel XIII secolo. Passati alcuni secoli dutante i quali il melograno vive, per cosi dire, nell’ombra, all’inizio dell’Ottocento venne nuovamente usato come pianta medicinale con proprietà vermifughe e in secondo luogo, secondo quanto appreso dalla Cina, astringenti nella cura della dissenteria e della diarrea. La droga, costituita dalla corteccia della radice e in minor misura dal pericarpo del frutto e dalla corteccia del fusto, contiene numerosi alcaloidi: tra essi la pelletierina agisce da vermifugo. I vermi, quelli del genere Taenia e Botriocephalus, mediante infuso, pozione o decozione a base di corteccia di radice di melograno rimangono paralizzati; sarà sufficiente ingerire un buon
purgante per eliminarli eompletamente.

Proprietà antielmintiche possiede pure Corallina officinali*, la corallina, alga rossa abbastanza frequente sulle coste del Mediterraneo e dell’Atlantico e particolarmente efficace contro Ascaris e Oxyuris. Il suo uso però venne più o meno a cadere alla fine del 700 quando fu sostituita da una mescolanza di altre alghe, almeno una quarantina, molto più comuni e con la medesima efficacia e che nel complesso presero il nome di corallina grigia o muschio di Corsica. La droga è costituita dall’insieme dei talli delle alghe che vanno ben ripuliti da tutte le impurità (detriti di rocce, granelli di sabbia, piccole conchiglie). I principi attivi sarebbero dovuti alla gelatina, contenuta in proporzione del 60% nei talli, tra i cui componenti sembra vi siano modeste quantità di bromo, iodio, qualche traccia di arsenico e pentosani. Si somministrasotto forma di infuso o di decozione.
Discreta azione antielmintica possiede pure Chenopodium ambrosioides, il chenopodio antielmintico, originario dell’America, nella varietà appunto anthelminticum, del quale si usano le sommità fiorite.

Felce maschio Santolina Partenio

Si può dire che attualmente l’estratto etereo di felce maschio (Dryopteris filix-mas), una polipodiacea piuttosto comune nell’emisfero boreale, è uno dei migliori tenifughi ed è forse quello più richiesto. La felce maschio era conosciuta fin dall’antichità, poi, come spesso è avvenuto per altre piante con spiccate proprietà officinali, cadde in disuso e conscguentemente nell’oblio più assoluto. Solo in epoca relativamente recente è ritornata in auge tanto da trovarsi nel nostro tempo in una posizione di rilievo nella farmacologia moderna. Vediamo ora un po’ più da vicino la sua storia Gli autori classici, fonte preziosa di ogni genere di notizie, soprattutto naturalistiche, parlano di questa pianta più o meno allo stesso modo: così Teofrasto, Dioscoride e Plinio presso i romani mettono in evidenza le proprietà antielmintiche. Si diceva che il rizoma della felce maschio misto al miele era assai efficace per combattere la tenia, mentre per debellare altri piccoli vermi era necessario unirlo al vino e alla farina d’orzo. Poco o nulla si sa del periodo medievale e così bisogna arrivare al secolo XVIII per sentir parlare con una certa frequenza della felce maschio: sembra anzi che Luigi XV di Francia e Federico II di Prussia abbiano pagato cifre favolose per acquistare specifici in cui entrava tale droga.
Il periodo d’oro della felce maschio ebbe inizio però all’inizio del XIX secolo quando due fratelli farmacisti in Ginevra consigliarono l’uso dell’estratto etereo che si ricava dai rizomi freschi, anziché la polvere dei rizomi stessi.
Tale consiglio si dimostrò assai assennato e nello stesso tempo la droga, sotto questa forma, si affermò con tutta la sua efficacia. Come si è accennato. la parte farmacologicamente attiva è rappresentata dal rizoma che va raccolto in estate, stagione in cui sembra maggiormente dotato di principi attivi medicinali. Viene considerato un ottimo antielmintico che agisce in modo particolare sulle tenie e sul botriocefalo. Il suo impiego, soprattutto sotto forma di estratto etereo, dev’essere assai limitato nel tempo, qualche giorno al massimo, va evitato nell’età infantile, e comunque condizionato da una prescrizione medica. Dosi eccessive infatti possono essere causa di forme di avvelenamento anche gravi.
La santolina, o abrotano femmina (Santolina chamaecyparissus), è una composita a diffusione mediterranea. Si trova spontanea nei luoghi sassosi di pianura e di collina dell’Italia centro-meridionale.
Oltre a virtù antielmintiche possiede alcuni principi attivi che esplicano modeste azioni antispasmodiche, stomachiche, emmenagoghe e vulnerarie.
Vengono o meglio venivano usate in medicina le sommità fiorite e i semi. Proprio da questi ultimi si ricava una polvere vermifuga, la cui richiesta però attualmente è pressoché nulla.Alla santolina può essere accomunato per alcune proprietà terapeutiche Chrysanthemum parthenium, il partenio o matricaria come viene
chiamato volgarmente. I suoi capolini infatti contengono principi attivi che esplicano un’azione emmenagoga e vulneraria. Inoltre il partenio viene impiegato spesso come succedaneo della camomilla nei casi di mestruazioni difficili: per questo motivo può essere causa di possibili e abbastanza facili sofisticazioni della camomilla stessa.

Gelso nero Carrubo Frassino da manna

II gelso nero (Morus nigra), appartenente alla famiglia delle Moracee, è un albero di media taglia originario del medio ed estremo Oriente, un tempo estesamente coltivato nelle nostre regioni, insieme al gelso bianco, per l’allevamento del baco da seta.
Se ne usano i frutti, che contengono zuccheri e acidi organici, con i quali si confeziona uno sciroppo – Syrupus mororum – ad azione espettorante e blandamente lassativa, che ha il grosso pregio di poter essere assunto anche ripetutamente. Le foglie hanno invece azione blandamente astringente e, si ritiene, anche ipoglicemizzante.

Il carrubo (Ceratonia siliqua) è un albero di discreta taglia a foglie cuoiose e persistenti appartenente alla famiglia – intesa in senso lato – delle Leguminose. Originario dell’Asia minore, è ampiamente coltivato nelle zone costiere dell’Italia meridionale e insulare, ove talora si trova anche inselvatichito. Il nome volgare del carrubo deriva dal persiano harubu, mentre il nome scientifico del genere, Ceratonia, è dovuto alla somiglianzà più o meno reale che i legumi hanno con un corno.
Anticamente i semi del carrubo venivano usati come unità di peso per oro e gioielli – i carati – e questa unità di misura è rimasta tuttora nell’uso.
La droga è data dai frutti, che tra l’altro trovano impiego nell’alimentazione del bestiame, in particolare degli equini, e più raramente in quella umana. Essi
contengono abbondante saccarosio – tanto che potrebbe anche essere estratto industrialmente – acidi organici, tannino, mentre i semi all’analisi chimica rivelano la presenza di zuccheri complessi quali il mannano e il galattano. Contrastante è l’azione del carrube: se è vero che la decozione del frutto ha proprietà lassative, è anche vero che la farina ha una pregevole azione antidiarroica dovuta all’esplicazione di un meccanismo fisico (effetto meccanico-adsorbente), chimico (potere tampone) e chimico-fisico (attività antitossica). La farina di semi, inoltre, aggiunta al latte, è assai indicata nel trattamento del rigurgito e del vomito dei lattanti.

Il frassino da manna, o orniello (Fraxinm ornus) è un alberetto o più frequentemente un grosso cespuglio appartenente alla famiglia delle Oleacee. È piuttosto comune nei boschi aridi e assolati del piano collinare e montano. Viene coltivato per estrarvi la “manna” soprattutto in Sicilia, nei dintorni di Palermo. D’estate si incide la corteccia delle giovani piante con una sorta di roncola, la falce “mannarola”: ne sgorga un liquido – la manna appunto – che rapprendendosi assume un aspetto amorfo zuccherino. Tra le diverse qualità di manna in commercio la più pregiata è quella rappresa in masserelle allungate dette “cannoli” o “cannelle” (“manna cannellata”). La manna è particolarmente ricca di una sostanza detta impropriamente “zucchero di manna” o “mannite” che è però, chimicamente, un alcole (mannitolo). La mannite si usa come blando purgante, rinfrescante, regolatore intestinale. Può essere facilmente somministrata anche ai bambini sciogliendola nel latte; associata ad altre droghe – la sena, ad esempio – serve a preparare pozioni purgative più energiche.

Verbasco Lino Tamarindo

Sotto il nome di verbasco, o tasso barbasse, si includono almeno tre specie e cioè Verbascum thapsus, Verbascum phlomoides e Verbascum thapsiforme appartenenti alla famiglia delle Scrofulariacee. Sono piante erbacee biennali, caratterizzate, nel primo anno, da una grossa rosetta di foglie estremamente tomentose e vellutate (e che venivano usate per sofisticare la digitale) e nel secondo, con fioritura primaverile ed estiva, dal grande fusto fiorifero, talora foggiato a candelabro e stracarico di fiori giallo-oro. Sono assai comuni negli incolti, nei rudereti, ai bordi delle strade.
La droga è data dalle foglie e dai fiori. Questi ultimi contengono una saponina, acido tapsico, saccarosio, olio essenziale e, soprattutto, mucillagini. Le foglie, oltre alle mucillagini, contengono principi amari, cere e resine. Sotto forma di pozioni o clisteri il verbasco si usa come antiinfiammatorio della mucosa intestinale. Gli impacchi di decotto di fiori o di cataplasma di foglie esplicano azione antiinfiammatoria locale.

Il lino (Linum usitatissimum) è una pianta erbacea annuale appartenente all’omonima famiglia delle Linacee (ma secondo altri va ascritta alle Geraniacee), originaria dell’Europa meridionale^ e ampiamente coltivata per le fibre tessili che si ricavano e per i sèmi che forniscono abbondante olio siccativo. Per scopi terapeutici si usano i semi, ovoidali e caratteristicamente lucidi, che contengono soprattutto olio e mucillagini. Per combattere la stitichezza e come rinfrescante delle mucose intestinali si usano interi, a cucchiaiate, previa macerazione. Ancora più usata per fare cataplasmi al petto e all’addome o per risolvere raccolte purulente superficiali è la farina, spesso associata alla senape. L’olio, largamente usato nell’industria delle vernici, può servire come lassativo o come coadiuvante nei clisteri.

Il tamarindo (Tamarindus indica) è un grande albero (20-30 m) originario dell’Africa tropicale e ora estesamente coltivato. Malgrado il nome, è molto dubbio che sia specie spontanea dell’India, ove probabilmente si è inselvatichito. Appartiene alla grande famiglia delle Leguminose e più specificatamente alle Cesalpiniacee. La droga è data dalla polpa dei baccelli – Tamarindi fructus – ed è una pasta che contiene inglobate scaglie pergamenacee e “fili” che altro non sono che fasci vascolari. Questa polpa contiene in elevata percentuale acidi organici – soprattutto tartarico e secondariamente malico, citrico, ossalico – e inoltre zuccheri e pectine. Il tamarindo era noto da gran tempo nelle regioni africane, ma non sembra che lo fosse nei paesi dell’antichità classica. Gli arabi lo diffusero in Europa portandolo dall’India – ecco dunque spiegato il tamar hindi, il “dattero” dell’India – e sono arabi i primi medici che ne riconobbero l’azione emolliente e lassativa. Il tamarindo era noto alla scuola medica salernitana e a Pier Andrea Mattioli il quale purcadendo nel solito equivoco del “dattero” – si credeva infatti che il tamarindo fosse dato da una palma – sapeva e scriveva che « fa muovere il corpo ». Attualmente il tamarindo viene usato soprattutto per preparare ottime bevande, gradevolmente acidule e dissetanti, ad azione rinfrescante e, a dosi maggiori, come blando lassativo, specie se associato ad altre droghe.

Corbezzolo Galle di quercia Salvastrella

II corbezzolo (Arbuttis unedo) appartiene alla famiglia delle Ericacee ed è un grosso arbusto (ma raggiunge talvolta anche le dimensioni di un alberello) tipico esponente della macchia mediterranea e pertanto diffuso nel nostro paese e nei paesi circummediterranei – spingendosi però fino alle Canarie e all’Irlanda – dove alligna questa ben nota e caratteristica formazione vegetazionale. Potrebbe essere vantaggiosamente coltivato a scopo ornamentale, per la bellezza del fogliame e dei frutti, anche al nord in posizioni bene esposte. È pianta carica di significati simbolici: il tricolore nazionale deriva dai colori del corbezzolo: verdi le foglie, bianchi i fiori, rossi i frutti; su una barella di rami fioriti di corbezzolo fu adagiato, morente, il giovinetto eroe Pallante. Le foglie, verdissime e cuoiose, sono ricche di tannino e inoltre contengono gaulterina e arbutina.
Il corbezzolo, come altre Ericacee, fra cui mirtillo rosso, uva ursina, Gaultheria procumbens, può essere usato come antisettico urinario e antireumatico. Il contenuto in tannino delle foglie, poi, ne consiglia l’uso come astringente intestinale. Nella medicina popolare delle regioni mediterranee, infatti, era abbastanza diffuso l’uso del decotto di foglie di corbezzolo come regolatore intestinale. Anche dai frutti, aciduli e dolciastri, si possono ricavare confetture dotate di proprietà astringenti.

Le galle, o cecidi, sono curiose formazioni determinate dalle punture di certi insetti (generalmente imenotteri) sui tessuti di varie piante: querce, faggio, rosa canina. Nella fattispecie le galle di quercia, o noci di galla, sono provocate dalle punture di insetti del genere Cynips. Vi sono galle perfettamente sferiche (provocate da Cynips kollari, dette galle marmorine); altre dotate di una sorta di corona (e sono indotte da Cynips quercus-tozae); altre ancora (knopperne, gallone d’Ungheria o del Piemonte) di forma più complessa, detta a testa di maiale, sono provocate da Cynips calicis.
In certe farmacopee sono iscritte le galle d’Oriente, o di Aleppo, provocate da Cynips tinctoria su Quercus lusitanica. Le galle sono assai ricche di tannino (fino al 40% nelle più pregiate tra le nostrali, quelle indotte da Cynips calicis) e quindi dotate di proprietà astringenti. Si usano anche nell’industria degli inchiostri e dei coloranti.

La salvastrella, o pimpinella, o bibinella (Poterium sanguisorba, o Sanguisorba minar) è una pianta erbacea perenne di modesta taglia appartenente alla famiglia delle Rosacee e ad ampia diffusione nell’emisfero settentrionale: Europa, Asia, Africa settentrionale. Nel nostro paese è abbastanza comune nei prati, nei pascoli, negli incolti erbosi e anche su rocce, muri, macerie. La droga è data dalle foglie o dalla pianta intera che emana un caratteristico odore aromatico. Contiene, analogamente a Poterium officinale, che cresce nelle Alpi e sporadicamente negli Appennini, tannino e una saponina. Entrambe queste specie hanno azione astringente intestinale e carminativa. Le giovani foglie di salvastrella, delicatamente aromatiche, sono un delizioso additivo per insalate miste primaverili.

Ortica bianca Salcerella

Sotto il nome, assai improprio per le confusioni sistematiche che potrebbe ingenerare, di ortica bianca si intende definire Lamium album (per il quale occorrerebbe invece rafforzare l’altro termine volgare di lamio bianco), pianta erbacea perenne di modesta taglia che, botanicamente, non è affatto una Ortica ma una Labiata. È una pianta diffusa nei prati e negli incolti erbosi freschi in Europa e Asia; anche nel nostro paese è presente negli stessi habitat con maggiore frequenza a nord del Po. La droga è data dall’erba intera fiorita, o secondo altri autori dalle sole corolle. La pianta, nel fresco, emana odore sgradevole che perde però con l’essiccamento. Fiorisce in primavera e poi ancora durante l’estate.
Contiene un glucoside, una §aponina, olio essenziale, tannino, sostanze mucillaginose e un alcaloide detto lamiina. Si usa come astringente sia intestinale, ad esempio in casi di diarrea o di altri consimili disturbi dell’apparato digerente, sia come emostatico e astringente uterino per la cura di vari disturbi (leucorrea, amenorrea, annessiti). Può essere vantaggiosamente usata anche nella terapia degli inconvenienti derivanti, nelle persone anziane, da cattiva circolazione nell’apparato urinario con conseguenti disturbi specialmente alla prostata e all’uretra.
Per uso esterno l’ortica bianca agisce come vulnerario e risolutivo in casi di scottature, varici, ulcerazioni. A seconda delle varie necessità si usano polveri, infusi o sciroppi. Nella pratica capita di vedere richiesto Lamium album anche per uso veterinario, ad esempio per la cura di infezioni intestinali in allevamenti di piccioni.

La salcerella, o salicaria (Lytbrum salicaria) è una grossa pianta erbacea a fusti annuali ma a base perenne, assai diffusa nelle zone temperate e assai comune nel nostro paese nei luoghi umidi: paludi, lungo i fossati, bordi di stagni o maceri. Appartiene alla famiglia delle Litracee.
Fiorisce a lungo nell’estate, fino all’autunno spesso anche inoltrato e la droga è data dalle sommità fiorite. Tutte le parti verdi della pianta, comunque, contengono un glucoside, la litrarina, tannino, pectine. Appunto il contenuto in tannino giustifica le ben note proprietà astringenti della salcerella, conosciuta fin dall’antichità classica tanto che fu usata in numerosissimi casi anche da Dioscoride. Cadde poi in disuso nei secoli successivi fino a che nel XVIII secolo ritornò nella pratica medica soprattutto come antidiarroico e antidissenterico. Recentemente le è stata riconosciuta anche una proprietà antibatterica – che torna assai utile nella terapia delle dissenterie – ed è stata inoltre riconosciuta la sua efficacia nella cura di forme di dissenteria dovute ad infezione amebica. Per uso esterno può essere adoperata come collutorio per irrigazioni vaginali e anche come emostatico in caso di epistassi.
L’industria erboristica ne prepara degli estratti che possono entrare (con lo sciroppo di tormentilla ed altri componenti) in una pozione antidiarroica di indubbia efficacia.

Cocomero asinino Robbia Spino cervino Frangola

Le proprietà purgative del cocomero asinino, o elaterio (Ecballium elaterium) sono conosciute da lunghissimo tempo: così i seguaci di Ippocrate usavano foglie e radici di questa pianta, Teofrasto prima e Dioscoride poi parlano nei loro scritti delle sue virtù sia purgative che emmenagoghe.
Nome generico, Ecballium, e aggettivo specifico, elaterium, significano entrambi lanciare fuori, spingere fuori; il primo è riferito al frutto che a maturità lancia lontano i semi, il secondo allude alla proprietà medicinale prevalente, appunto quella purgativa. Di questa cucurbitacea, che è a diffusione mediterranea sebbene si spinga a oriente fino all’India, la medicina usa il sedimento del succo dei frutti immaturi che costituisce la droga e che comunemente viene indicata con il nome di elaterio bianco o elaterio inglese, sostanza pulverulenta di colore giallastro.
Il principio attivo contenuto è l’elaterina, assai amara e acre; inoltre sono presenti amido, fitosterolo e acidi grassi. Il cocomero asinino va somministrato con molta prudenza perché la sua azione è molto energica. Pochi milligrammi in eccesso sono capaci di provocare nausea, vomito e diarrea.

La robbia (Rubia tinctorum) un tempo era coltivata per l’estrazione dell’alizarina, sostanza appartenente al gruppo degli antrachinoni e impiegata industrialmente come colorante. Quando l’alizarina cominciò a essere prodotta artificialmente, la robbia venne quasi dimenticata. In medicina sono usate – oggi invero molto limitatamente – le radici e anche il rizoma, che per le loro proprietà di aumentare la secrezione biliare e di stimolare la peristalsi intestinale esercitano alla fine un’azione purgativa. La robbia inoltre ha proprietà diuretiche e astringenti.

Lo spino cervino (Rhamnus catbartica), appartenente alla famiglia delle Ramnacee, è un arbusto spinoso dell’Europa, dell’Asia occidentale e dell’Algeria. La parte impiegata in medicina è costituita dalle bacche, che possono essere usate sia allo stato fresco che secche e vanno raccolte in autunno inoltrato quando raggiungono la maturità.
Esse svolgono azione purgativa drastica, tanto da poter procurare oltre a vomito e dolori addominali anche scariche diarroiche e disturbi gastro-intestinali. Vanno perciò prese con parsimonia, aumentando cautamente la dose a seconda se si vuole combattere un’abituale stitichezza o se si vuole ottenere un buon effetto purgativo.
In tal caso eventuali dolori addominali possono essere alleviati bevendo, assieme al succo delle bacche, un bicchiere di decotto di malva o di altea.

La frangola (Rhamnm frangala), anch’essa appartenente alla famiglia delle Ramnacee, è un arbusto la cui area di diffusione comprende l’Europa, la Siberia, il Caucaso e l’Armenia. La droga è costituita dalla corteccia dei rami e del fusto e generalmente va raccolta in primavera. La frangola è considerata un ottimo purgante, forse meno attivo dell’aloe e del rabarbaro, ma con effetto più prolungato; viene impiegata negli stessi casi in cui si usa la cascata sagrada, cioè nella terapia della stipsi cronica.

Vilucchione Fitolacca Ricino

La radice e le parti verdi del vilucchione, o campanella (Convolvulus sepium) esercitano azione colagoga e purgativa. Il principio attivofondamentale è dovuto ad una resina, che aumenta le peristalsi nell’intestino tenue, ma nello stesso tempo influisce anche sull’attività dell’intestino crasso.

La fitolacca o uva turca (Phytolacca decandra), una fitolaccacea di origine nordamericana, deve la sua etimologia ad un insieme di vocaboli greci ed arabi; il suo nome infatti è formato dal greco pbyton, cioè pianta, e dall’arabo lakka, cioè colore, con riferimento al violaceo dei suoi frutti. Non è mai stata pianta di grande interesse, né farmacologico né letterario, se si eccettua l’uva turca della vigna di Renzo di manzoniana memoria. Talvolta la pianta è venuta alla ribalta per alcuni casi di avvelenamento per l’incauta ingestione delle bacche, di sapore tra l’altro gradevole, e che un tempo potevano essere utilizzate per dar colore al vino.
Della fitolacca viene impiegata a scopo medicinale soprattutto la radice, anche se le altre parti della pianta contengono i medesimi principi attivi, tossici in dosi eccessive; la radice stessa è dotata di proprietà emetiche ed in terapia viene usata appunto come emetico, purgativo o depurativo; la sua azione, inoltre, risulta efficace nella cura dei reumatismi cronici e dell’artrosi.

L’uso della pianta del ricino si perde nella notte dei tempi: semi che risalgono a quattromila anni prima di Cristo sono stati rinvenuti in tombe egiziane. Non si sa bene quale ne fosse allora l’uso: forse da essi veniva estratto l’olio come illuminante. La stessa cosa, del resto, ci viene confermata molti secoli dopo da Erodoto. L’impiego dell’olio di ricino nel modo a noi più familiare, vale a dire come purgante, è piuttosto recente in Europa, risalendo al XVIII secolo. Ricinus communis, il ricino, deve la sua etimologia al termine latino ricinus, cioè zecca, per la somiglianzà dei suoi semi con il noto parassita. È una specie appartenente alla famiglia delle Euforbiacee e nativa delle regioni tropicali asiatiche, forse dell’India, ma ormai coltivata in tutte le regioni del mondo, dove qua e là spesso si trova anche inselvatichita. Della pianta in farmacologia vengono utilizzati i semi, che costituiscono la droga. Essi contengono in una percentuale piuttosto elevata, fino al 70%, un olio grasso alla cui composizione partecipano in gran parte ricinoleina, acido ricinoleico, a cui è dovuta l’azione purgativa, e inoltre zuccheri, resine, acido succinico, la ricinina e una tossialbumina, la ricina, che rende fortemente velenosi i semi del ricino. Basta l’ingestione di pochi semi perché si verifichino gravi casi di avvelenamento, generalmente mortali. Tuttavia molte sostanze, tra cui la ricina, non passano nell’olio estratto per pressione a freddo: per questo motivo esclusivamente i semi ingeriti interi risultano velenosi, mentre l’olio non è affatto pericoloso. Anche se di sapore nauseante, che può essere però mascherato con caffè caldo o altre bevande, l’olio di ricino rimane ancor oggi uno dei migliori purganti, d’azione mite, capace soprattutto di combattere la stitichezza dovuta a fatti infiammatori degli organi addominali.

Aristolochie Brionia Evonimo

Piante oggi esclusivamente ornamentali, le aristolochie avevano nell’antichità una discreta fama di specie medicinali. Aristolochia infatti, è termine greco derivante da due vocaboli che complessivamente mettono in risalto le qualità abortive e emmenagoghe della nostra pianta. Farmacologicamente la parte interessata è costituita dal rizoma i cui componenti esplicano azione di purgante drastico, procurando una forte congestione degli organi addominali con risultati che molto sovente vanno al di là delle aspettative. I principali componenti sono l’acido aristolochico, l’aristolochina, un alcaloide altamente tossico, acido malico e tannico, nonché resine, allantoina e fitosterina. L’uso dell’aristolochia, fiore e radice, avrebbe dato non molti anni or sono soddisfacenti risultati in ginecologia, curando casi di sterilii, di oligomenorrea, dismenorrea e le turbe dovute alla menopausa.

Anche la brionia, Bryonia dioica delle Cucurbitacee, è conosciuta da lungo tempo come pianta medicinale. Essa è rampicante, più o meno come la vite, tanto che fin dall’epoca di Dioscoride ebbe anche il nome di vite bianca per il colore globalmente verde pallido, in contrasto con quello cupo e lucido di Tamus communis a cui andò l’appellativo di vite nera. I principi attivi della brionia sono contenuti nella grossa radice carnosa che va raccolta in primavera prima della fioritura. La
droga è costituita da due glucosidi, la brionina e la briogenina, da un olio essenziale, da sostanze pectiche e resinose, nonché da olio e gomma.
La principale azione della brionia è quella purgativa drastica, tanto violenta da essere altamente irritante per le mucose del tubo digerente. Tuttavia, pur con una certa prudenza, secondo alcuni autori agirebbe, come purgativo, allo stesso modo della gialappa e della sena. La brionia inoltre può essere usata come diuretico e espettorante nei casi di asma umida e nella tosse canina.
È necessario tuttavia ricordare che l’uso irrazionale di questa pianta porta a sicura congestione degli organi pelvici con gravi turbamenti nel flusso emorroidario e mestruale; è assai breve il passo per giungere a dire che la brionia può considerarsi anche abortiva e per questo motivo è abbastanza familiare negli ambienti di medicina legale.

Alla famiglia delle Celastracee appartiene l’evonimo (Evonymus earopaeus), piccolo arbusto facilmente riconoscibile per gli strani frutti rosati subglobosi a quattro lobi che gli hanno meritato il nome popolare di berreti da prete. L’evonimo produce un’azione lassativa paragonabile a quella della cascara o del rabarbaro; i principi attivi più rimarchevoli sono contenuti nella corteccia, ma anche nella radice e nei frutti. In primo luogo va segnalata l’evonimina, un glucoside che fa aumentare la peristalsi intestinale, ma nello stesso tempo è capace di procurare dolori colici di una certa consistenza. L’attenzione tuttavia, e qui ci rivolgiamo soprattutto agli adolescenti, va posta ai frutti, belli, invitanti, ma tossici. Un piccolo numero, tre o quattro, è sufficiente per agire come drastico purgante in un uomo adulto. Pochi frutti in più possono provocare gravi coliche, diarrea, e in taluni casi forme di avvelenamento anche mortale.

Digitale Digitali gialle

La digitale (Digitatis purpurea) è una scrofulariacea tipica dei terreni silicei delle zone montuose dell’Europa centrale e occidentale; nella nostra penisola allo stato spontaneo, limitatamente a alcune zone della Sardegna, cresce soltanto la varietà tomentosa. Tuttavia Digitalis purpurea è pianta piuttosto comune in quanto, assieme a Digitalis lanata, è spesso coltivata a scopo ornamentale per la straordinaria bellezza del fiore e a scopo farmaceutico-industriale per le sue proprietà medicinali. La digitale infatti è pianta ricca di principi attivi, tra le più importanti tra quelle della botanica farmaceutica e certamente tra le più studiate. Proprio per questi motivi che hanno reso la digitale tanto celebre, a stento si arriva a credere che le sue straordinarie proprietà medicinali siano state scoperte, e da allora studiate ad un ritmo vertiginoso, da poco più di un secolo. Invano si potrebbero scorrere gli scritti di Dioscoride e Plinio per trovare qualche citazione sulla digitale come pianta medicinale usata tra i greci e i romani e inutilmente si consulterebbero le opere a carattere scientifico del Medioevo e del Rinascimento, i cui autori ben poco mettevano della loro esperienza, ma molto, fin troppo, si basavano su quello che avevano tramandato gli antichi. Bisogna infatti giungere in epoca piuttosto recente, e cioè intorno al 1850, per avere notizie precise sulla digitale come pianta medicinale dotata di principi cardiotonici.
La droga, secondo la farmacopea italiana, è costituita dalle foglie, mentre in altre farmacopee sono ammessi non solo i fiori e le sommità fiorite, ma anche i semi, la pianta intera e le radici. Limitando il discorso alle foglie, esse vanno raccolte all’inizio del secondo anno vegetativo, prima della fioritura o al momento della stessa, prive di picciolo; si essiccano all’ombra in luogo ben ventilato, evitando che si verifichi qualsiasi fenomeno di fermentazione. Allo stato fresco le foglie emanano un odore abbastanza sgradevole, mentre essiccate sono gradevolmente profumate.
I principi attivi sono dati da due glucosidi caratteristici e cioè digitossina e digitalina ed inoltre da altre sostanze quali la digitonina, enzimi organici ecc., che agiscono come cardiotonici. Infatti la digitale, aumentando l’elasticità del cuore e diminuendo la frequenza dei battiti, regolarizza la funzione del muscolo cardiaco, innalza la pressione arteriosa mentre contemporaneamente si assiste ad una riduzione di tutta quella serie di turbe, le cui cause sono da ricercarsi in una circolazione ostacolata (quali congestioni, stasi, edemi), e a una regolarizzazione della funzione renale. La somministrazione dei principi attivi della digitale va limitata nel tempo in quanto gli stessi vengono eliminati dall’organismo con difficoltà, subentrando di conseguenza un pericolo di accumulo con forme di avvelenamento talvolta assai gravi.
Per queste ragioni l’uso della digitale deve avvenire sotto sorveglianza medica.

Accanto alla blasonata Digitalis purpurea esiste un gruppetto di altre specie, perlopiù spontanee della flora delle Alpi e degli Appennini, che per comodità vengono indicate come digitali gialle, dal colore, come è ovvio, della corolla. Esse sono Digitalis lutea, Digitalis ambigua, Digitalis ferruginea e Digitalis micrantba, che esplicano azione simile a quella della digitale, contenendo analoghi glucosidi con proprietà cardiotoniche e diuretiche.

Mughetto Oleandro Biancospino

Del mughetto come pianta medicinale gli antichi non se ne occuparono; ne apprezzavano soltanto l’elegante fioritura che avviene perlopiù in maggio.
come mette in evidenza il termine specifico latino. Convallaria majalis, ecco il nome scientifico di questa liliacea dell’Europa, dell’Asia e dell’America boreale, cominciò a far parlare di sé per le proprie virtù terapeutiche soltanto nel 1500, ma bisogna arrivare agli ultimi anni del 1800 quando alcuni studiosi russi, basandosi su esperienze e tradizioni popolari, portarono a termine studi e ricerche sui suoi principi attivi.

La droga potrebbe essere l’intera pianta, ma è consigliabile usare soltanto l’infiorescenza perché un importante glucoside che contiene, la convallatossina. è presente soprattutto nei fiori. Il mughetto, agendo come cardiotonico e cardiocinetico, è indicato in alcuni casi di insufficienza cardiaca, nei vizi valvolari, nei disturbi nervosi dell’attività cardiaca. Anche questa pianta può sostituire la digitale della quale è meno tossica e non presenta azione cumulativa.

Pianta a grandissima diffusione nei paesi a clima mediterraneo, Nerium oleander, l’oleandro, deve il nome latino del genere a un vocabolo di origine greca, neros cioè umido, per la tendenza che ha questo arbusto cespuglioso sempreverde di popolare allo stato spontaneo greti di fiumi e torrenti. Già i greci conoscevano le proprietà tossiche dell’oleandro, mentre quelle medicinali sono note solamente da un secolo circa. Tutte le parti della pianta contengono principi attivi altamente tossici; in farmacologia vengono usate le foglie, che si raccolgono in maggio-luglio, e molto più scarsamente la corteccia e i frutti immaturi. Laprincipale azione dell’oleandro è quella cardiotonica; agisce inoltre come bradicardizzante e diuretico, analogamente alla digitale, della quale tuttavia è più blando e non da fenomeni di accumulo. L’azione farmacologica dell’oleandro è dovuta fondamentalmente a due glucosidi, la neriina e l’oleandrina, fortemente tossici. Alcuni soggetti estremamente
sensibili mal tollerano l’assunzione di preparati a base di oleandro, che possono provocare una forma di avvelenamento piuttosto grave. Pertanto l’uso interno di preparati come l’estratto fluido o la tintura deve essere praticato sotto controllo medico. Nessuna controindicazione, invece, per l’uso esterno: così la polvere, che non solo è starnutatoria, ma è anche efficace contro i parassiti cutanei, in particolare pidocchi e scabbia.

Del biancospino (Crataegus oxyacantha) si hanno notizie fin dai tempi preistorici, quando alcune popolazioni lo usavano per scopi alimentari; numerose sono poi le testimonianze di vari autori, da Teofrasto a Dioscoride fino al Mattioli. La pianta da un punto di vista strettamente scientifico viene studiata soltanto nella seconda metà del 1800, allorché se ne scoprono le proprietà antispasmodiche e sedative, particolarmente nei casi di disturbi cardiaci e di origine nervosa. La droga è costituita dai fiori quando nelle infiorescenze comincia a schiudersene qualcuno; con essa vengono preparati vari tipi di estratti che trovano impiego come regolatori cardiovascolari, come vasodilatatori, soprattutto delle coronarie, e nell’angina pectoris. Non danno luogo a accumulo.

Scilla Adonidi

La scilla, o cipolla marina (Scilla maritìma, o Urginea mari timo), appartenente alla famiglia delle Liliacee, è una pianta caratteristica della regione mediterranea dove allo stato selvatico vive in prossimità della costa, sia sabbiosa che rocciosa, e solo raramente si spinge all’interno. Esistono due tipi di scilla, che differiscono per le dimensioni del bulbo: la scilla bianca, o scilla femmina, a bulbi più piccoli, delle dimensioni di quelli di una cipolla, e la scilla rossa, o scilla maschio, con bulbi spesso enormi, delle dimensioni di un melone e del peso di 3-4 kg.

La scilla bianca è diffusa in Asia minore, Grecia, Malta, Spagna, Marocco; nel nostro paese è meno frequente: talvolta si rinviene in Sicilia. La rossa è molto più frequente nel resto dell’Italia meridionale e insulare, in Libia, e qualche volta abbondantissima nei luoghi aridi presso il mare. La scilla è velenosa, specialmente fresca. La droga è data dal bulbo – Scillae bulbus delle farmacopee ufficiali – che va raccolto in agosto, prima della fioritura che di solito avviene dopo gli acquazzoni della tarda estate, tagliato a fette ed essiccato. Esso contiene – con alcune differenze tra le due varietà – glucosidi tipo lo scillarene-a, a sua volta costituito da scillabiosio e scillaridina; inoltre glucoscillarene, scilliglaucoside, poliosi, svariati acidi organici e lo sterolo scillisterina. La scilla rossa contiene inoltre un pigmento flavonolico, l’isoramnesina. La scilla è uno dei “semplici” di più antico e accertato uso tra le popolazioni del bacino mediterraneo. Per la sua azione diuretica la ricordano Teofrasto e Plinio, Dioscoride la consiglia nell’idropisia e nell’asma, Alberto Magno ne cita l’ uso come emmenagogo.

L’azione farmacologicamente più importante, tuttavia, esercitata da questa droga è quella cardiotonica, scoperta verso la fine del XVIII secolo e assai simile a quella della digitale e delle altre droghe dette appunto “digitaliche” come oleandro, strofanto, convallaria e adonide primaverile. Non è esatto tuttavia considerare la scilla semplicemente come un succedaneo digitalico. Altre applicazioni della scilla, oltre a quella diuretica, si hanno nella cura dell’eclampsia tossigravidica.
Particolari preparazioni note da gran tempo e ancora in uso sono il vino, l’aceto e Tossirmele scillitico. Un altro uso, curioso e assai particolare. è l’impiego dei bulbi freschi di scilla come veleno per topi.

Azione fondamentale di tipo digitalico possiedono anche gli adonidi, piante erbacee appartenenti alla famiglia delle Ranuncolacee.
Tra essi il principale è l’adonide primaverile, o vernale (Adonis vernatisi, diffuso nelle montagne della Spagna, della Francia e dell’Europa centrale ma assente nel nostro paese. Nella nostra flora sono presenti invece altri adonidi, detti “estivali” in contrapposizione al “vernale”, tra i quali particolarmente comune è Adonis autumnalts, che malgrado il nome fiorisce esso pure all’inizio dell’estate. Degli adonidi si usa la pianta intera raccolta prima della fioritura – Adonidis herba – che contiene svariati glucosidi – adonina, adonidoside, cimarina – saponine, resine, acidi grassi. L’adonide primaverile viene usato come cardiotonico per cure prolungate intervallandolo alla digitale e come diuretico per risolvere edemi da insufficienza cardiaca.

Ginestra dei carbonai Amamelide

La ginestra dei carbonai (Sarothamnus scoparius, o Cytisus scoparius) è un arbusto di modesta taglia, a fusti e rami sempreverdi, diffuso pressoché in tutta Europa dalla pianura alla montagna laddove le condizioni pedologiche lo consentono, e cioè su terreni a reazione acida. Nel nostro paese è reperibile e spesso abbondante nella Pianura Padana (“sabbioni” e brughiere), sull’Appennino emiliano ad alta quota (dove cioè affiora il cosiddetto “macigno”), nei terreni vulcanici della Toscana e del Lazio.

È stata anche ampiamente usata, e con successo, per consolidare le scarpate di lunghi tratti dell’Autostrada del Sole. Attenzione poi a non confonderla con altre ginestre, ad esempio con lo Spartium junceum, dal quale si riconosce facilmente perché Sarothamnus scoparius ha rami angolosi mentre Spartium li ha lisci. Appartiene alla famiglia delle Leguminose-Papilionacee. La droga è data dai giovani rami raccolti al momento della fioritura o dai fiori appena schiusi, di un bel color giallo oro. Raccolti in tempo e ben essiccati, i fiori diventano dopo l’essiccamento color giallo arancio; se raccolti troppo tardi 0 schiacciati nella raccolta, o se essiccati male, imbruniscono facilmente. Contengono gli alcaloidi 1-sparteina (o lupinidina), sarotamnina, 1-a-isosparteina (o genisteina). Il contenuto in sparteina è assai variabile nelle diverse parti della pianta e nei vari mesi di vegetazione, ma i dati al riguardo sono abbastanza discordanti. Rami e fiori contengono inoltre scoparina e altri flavoni, alcoli e acidi organici.

Mentre il principale componente, la sparteina, è stato largamente usato come analettico cardiovascolare, oggi si usa perlopiù la droga in foto soprattutto per la sua azione diuretica e declorurante dovuta, pare, al contenuto in scoparina che agisce determinando una modica irritazione a carico degli epiteli secretori del rene. Questa azione, già nota agli antichi autori, è assai utile anche come coadiuvante nella cura di malattie dell’apparato respiratorio come bronchiti, pleuriti, polmoniti. Alcuni autori le riconoscono anche proprietà emostatiche atte a frenare emorragie post-partum, curare varici e ulcere cutanee, nonché virtù oxitociche.

L’amamelide (Hamamelis virginiana) è un piccolo arbusto caducifoglio comune nel versante atlantico del Nordamerica e spesso coltivato anche nei nostri giardini. Appartiene alla famiglia delle Amamelidacee. La droga è data dalla corteccia e dalle foglie – Hamamelidis folta delle varie farmacopee – che contengono tannino e olio essenziale. Distillando in corrente di vapore rametti e foglie di amamelide si ottiene un'”acqua aromatica” che è propriamente idrolato o acqua distillata di amamelide. Sia nelle foglie che nella corteccia sono poi presenti altri e svariati composti, tra i quali la cosiddetta hamamelina, una sostanza di natura resinosa.
L’amamelide è stata introdotta in terapia verso la fine del secolo scorso come decongestionante, astringente, vasocostrittore periferico e regolatore dei rapporti tra circolazione arteriosa e venosa. Oltre che in cosmetica – lozioni e creme astringenti – l’amamelide viene largamente usata nel trattamento di emorroidi, flebiti, varici e nella cura delle turbe dell’apparato genitale femminile (emorragie, congestioni, dismenorree, disturbi da menopausa).

Cardiaca Aconiti

La cardiaca (Leonurus cardiaca) è una pianta erbacea perenne diffusa nelle zone temperate dell’Asia e dell’Europa. Nel nostro paese si trova qua e
là nei luoghi incolti o maceriosi, lungo le siepi, ai bordi delle vie. Appartiene alla famiglia delle Labiate. La droga è data dall’erba intera fiorita. Contiene olio essenziale; un alcaloide dapprima denominato leonucardina e che è poi risultato essere stachidrina; alcuni glucosidi, di natura non ben definita tra cui uno, amaro, detto leonurina; tannini, resine e saponine; acidi organici (citrico, malico e tartarico); fosfati di sodio, calcio e potassio. Le attività terapeutiche di questa pianta – come sedativo del sistema nervoso centrale e periferico e dell’apparato cardiovascolare – sono note dal XVII secolo, quando veniva usata nella cura dell’epilessia e come sedativo nervoso in generale. Attualmente le vengono riconosciute proprietà di sedativo delle nevrosi cardiache con diminuzione della frequenza delle pulsazioni, nonché azione preventiva e sedativa dei dolori da angina pectoris. Può essere impiegata da sola o in pozioni e confetti sedativi associati ad altre droghe ad azione analoga come biancospino e valeriana.

L’aconito (Aconitum napellus), appartenente alla famiglia delle Ranuncolacee, è una pianta erbacea perenne dei boschi e dei luoghi erbosi, pingui e freschi, diffusa nell’Europa e nell’Asia centrale e da noi, sulle Alpi. Ha foglie picciolate e finemente laciniate e caratteristici tuberi, generalmente appaiati e fusiformi. Dei due tuberi raffigurati nella tavola a fianco quello più vecchio è di colore bruno e a superficie grinzosa; quello più giovane è più chiaro, più turgido e liscio. Secondo alcuni autori possiede analoghe proprietà terapeutiche anche Aconitum variegatum, ad habitat e diffusione pressoché uguali e che si distingue dal primo per il fusto flessuoso e ramificato. La droga è data dai tuberi – Aconiti tuberà della farmacopea ufficiale – che vanno raccolti alla fioritura e secondo alcuni autori anche dalle foglie. Il napello, in particolare, contiene svariati alcaloidi e cioè aconitina, picroaconitina, aconina, neopellina, neolina, napellina e altri; 1-sparteina e I-efedrina e poi resine, grassi, numerosi acidi organici (malico, citrico, tartarico, ossalico, succinico), zuccheri ed altre sostanze ancora.

Le proprietà farmacologiche e terapeutiche – e, come controindicazione, anche tossiche – dell’aconito variano con la diversa combinazione degli alcaloidi, sicché è più corretto parlare dell’azione del complesso piuttosto che dell’azione di una singola sostanza. Localmente le preparazioni di aconito hanno proprietà eccitanti sulle terminazioni nervose cui segue formicolio, sensazione di calore e attenuazione o perdita della sensibilità. Sul cuore l’aconito agisce con aumento della diastole e diminuzione della sistole. Per questo fu usato in passato come sedativo dell’attività cardiaca e respiratoria, e anche in casi di tossi ostinate. Oggi viene pure usato come analgesico nella terapia di nevralgie, emicranie e mali di denti, soprattutto per le zone innervate dal trigemino. L’elevata tossicità dell’aconito, tuttavia, consiglia utilizzazioni estremamente caute e comunque sempre sotto sorveglianza medica.

Vischio Olivo

Non ha certo bisogno di presentazione il beneaugurante vischio tanto comune nei giorni delle festività di fine d’anno. Eppure ben pochi sono a conoscenza che questo arbusto emiparassita a ramificazione apparentemente dicotomica ed appartenente alla famiglia delle Lorantacee, oltre ad essere un tradizionale simbolo di augurio, possiede in alcune sue parti sostanze con proprietà medicinali. Le notizie riguardanti Viscum album si perdono nella notte dei tempi e sono sempre legate a leggende e a tradizioni popolari già conosciute presso greci e romani che, tra l’altro, con il termine vischio solevano indicare quella sostanza appiccicaticela, appunto vischiosa, contenuta all’interno dei frutti bacciformi. L’uso poi di scambiarsi sul finire dell’anno il rametto di vischio è relativamente recente, ma se tale cerimoniale dapprima era limitato alle genti nordiche, con il tempo è entrato anche nelle abitudini di popolazioni che vivono a latitudini più meridionali, analogamente all’albero di Natale.

Più contenuta è invece la fama del vischio come pianta medicinale; nell’antichità erano conosciute le sue proprietà antispasmodiche, ma bisogna giungere alla seconda metà del secolo scorso perché i suoi principi attivi fossero studiati profondamente. E come spesso accade in campo scientifico, sorsero controversie tra i vari autori per l’accettare o meno la presenza di alcune sostanze ad azione farmacologica.
Diremo in sintesi che foglie e rametti contengono elementi con spiccate proprietà ipotensive; la droga agisce sui centri vasomotori, si determina una vasodilatazione con conseguente abbassamento endovasale della pressione.
Il suo uso (infuso o decotto) è pertanto consigliato nei casi di ipertensione, di arteriosclerosi, nonché in pazienti nefritici cronici o soggetti a emorragie degli organi interni. Meno frequente è invece l’impiego della polvere delle foglie di vischio come medicamento antispasmodico: è abbastanza efficace nei casi di asma cardiaca, di tosse canina, di singhiozzo.

Può sembrare strano che in questa sede si parli dell’olivo; ciò che si estrae dalle sue drupe carnose, l’olio cioè, divenuto, almeno per alcuni popoli, il principe degli alimenti, fa sì che questa pianta sia collocata tra l’elite di quelle alimentari. È pur vero però che l’olio, oltre che per le proprietà organolettiche, dietetiche e per l’alto contenuto vitaminico può venir impiegato nella pratica terapeutica come blando lassativo nei casi di stitichezza cronica. Il centro di diffusione dell’olivo (Olea europaea) non è ben chiaro anche se recentemente lo si è identificato in una zona compresa tra i monti a sud del Caucaso, le propaggini occidentali dell’altopiano iraniano e le coste della Siria e della Palestina, da dove, attraverso l’Egitto e l’Asia minore, la pianta avrebbe raggiunto prima la Grecia ed in seguito il resto dell’Europa occidentale.

Nelle nostre regioni è possibile distinguere la forma spontanea, cioè l’oleastro (Olea europaea var. oleaster), tipico delle macchie vicino al mare e delle altre zone a clima mite, e la forma coltivata, cioè l’olivo domestico (Olea europaea var. sativa). La farmacologia è interessata non ai frutti, ma alle foglie che costituiscono la droga; preparati a base di foglie, oltre a essere fin dall’antichità impiegati come astringenti, tonici e febbrifughi, sono ora soprattutto indicati nella terapia di parecchie forme di ipertensione. Contemporaneamente alle foglie viene attribuita un’azione ipoglicemizzante.

Malva Altea Malvone

La diffusione di Malva silvestri*, la malva, interessa l’Europa, l’Asia occidentale, la Siberia e l’Africa boreale. Già l’etimologia – malva deriverebbe dal greco malakein, ammorbidire – ci fa intravedere quanto in seguito è stato confermato sia dalla medicina popolare sia dalla farmacologia: i principi attivi contenuti nei fiori e nelle foglie fanno della malva silvestre un buon emolliente nei casi di tosse e bronchite.
Per questo scopo fiori e foglie vanno raccolti in estate durante la fioritura, fatti essiccare all’ombra, mantenuti in luogo asciutto e consumati nel giro di un anno. Le qualità emollienti della malva silvestre sono anche utili per lenire infiammazioni del tubo digerente e degli organi urinari, mentre per uso esterno recano sollievo ad infiammazioni della pelle e delle mucose.

Se è vero, come sembra, che il verbo greco altaino, guarisco, sia alla base del termine altea, nome volgare della classica Althaea officinali^ è fuor di dubbio che questa malvacea eurasiatica era conosciuta molti secoli prima di Cristo. Al tempo di Ippocrate l’altea era ritenuta efficace per curare le ferite, ma non siamo certi che si tratti della medesima pianta indicata oggi con tale nome. Con certezza invece ne parla Dioscoride, che ne da una descrizione morfologica piuttosto precisa insieme a suggerimenti sul suo impiego, sia esterno che interno; altre notizie successivamente ci provengono da Teofrasto e da Plinio, mentre Carlo Magno nei suoi “capitolari” ne ordina la coltivazione e la diffusione.

Un’ulteriore conferma del valore officinale dell’altea ci è data dagli erboristi del Rinascimento, che considerarono questa pianta una vera e propria panacea, in grado di dare sollievo a innumerevoli guai corporei: dalla tosse alla diarrea, dalla gonorrea alla leucorrea, dal mal di stomaco al mal di gola, dall’enterite al mal di denti.
Oggi l’altea è iscritta in quasi tutte le farmacopee e di essa vi è sempre notevole richiesta. La droga è costituita in modo particolare dalla radice, in secondo luogo dalle foglie e dai fiori che contengono all’incirca gli stessi principi attivi della prima, ma in quantità nettamente minore.
La radice va raccolta nel secondo anno di vita, ripulita, raschiata e seccata al sole, mentre le foglie vanno staccate durante la fioritura. Per le sue proprietà emollienti, calmanti e rinfrescanti l’altea è usata nelle forme catarrali delle vie respiratorie, nonché nella gastrite, nell’enterite e nella dissenteria. È utilizzata inoltre per uso esterno per gargarismi e per curare infezioni orali e faringee.

Althaea rosea, il malvone, o malvarosa, è specie affine a Althaea officinali* non solo botanicamente ma anche farmacologicamente, per quanto risulti meno usata nella medicina popolare. Di questa pianta, originaria dell’Europa sud-orientale, sono impiegati esclusivamente i fiori, di solito quelli delle forme a colore rosso cupo. I loro principi attivi esplicano un’azione emolliente; sono inoltre calmanti e rinfrescanti.
L’impiego del malvone è quindi indicato principalmente contro la tosse e in secondo luogo per alleviare forme infiammatorie intestinali quali gastriti, enteriti, cistiti.

Primula Viola mammola Lichene islandico Lichene polmonario

Azione farmacologica preminentemente espettorante e pettorale hanno i rizomi delle primule (Prìmula officinalis e Primula elatior) che ricoprono copiosamente i prati montani all’inizio della primavera. I principi attivi sono dovuti oltre alla primaverina e alla primulaverina al conrenuto di saponine sotto forma di un glucoside saponoide, la primulina. Tali saponine attivano la secrezione bronchiale e risultano pertanto efficaci nella cura delle bronchiti e dell’asma bronchiale.

In alcune farmacopee sono iscritte specie di viole la cui fama di solito è legata al profumo, al colore, all’eleganza del fiore, non certamente alle doti medicinali che forse pochi conoscono. Eppure fin dai tempi di Galeno l’umile viola mammola (Viola odorata), tanto comune lungo le siepi e nei boschi, era conosciuta in medicina per le proprietà emollienti e espettoranti, che, pur essendo meno efficaci, molto si avvicinano a quelle dell’ipecacuana. La droga è costituita dai fiori con i quali si prepara un infuso oppure uno sciroppo o un estratto fluido; contiene un principio mucillaginoso, nonché qualche traccia di un particolare alcaloide, la violina, e una sostanza colorante azzurra, la cianina, che ha la proprietà di arrossare con gli acidi e di inverdire con gli alcali. Ugualmente usate sono le radici di Viola odorata alle cui virtù espettoranti e vomitive si possono aggiungere anche quelle lassative.

Anche i licheni, grande gruppo di piante inferiori i cui rappresentanti derivano dalla simbiosi di piccole alghe verdi o azzurre con funghi, hanno un certo interesse farmacologico e il loro impiego terapeutico è conosciuto già da qualche secolo. Il lichene islandico (Cetraria islandicà), appartenente alla famiglia delle Parmeliacee, è forse il più significativo anche perché in tempi molto remoti costituiva per alcune popolazioni dell’Europa settentrionale un discreto alimento. Già Linneo e Scopoli nella seconda metà del XVIII secolo suggerivano l’uso di preparati a base di lichene islandico per curare le malattie polmonari in genere; vale a dire cioè che era considerato un ottimo emolliente, pettorale e decongestionante per tutte le affezioni delle vie respiratorie, anche se, chiaramente, non era in grado di combattere la tubercolosi come si credeva. La droga viene ricavata dai talli secchi che vanno raccolti in primavera o in autunno.
Si fanno bollire per un certo tempo in acqua e a mano a mano che il decotto si raffredderà si vedrà formarsi una gelatina che, tra l’altro, con l’aggiunta di gomma arabica, zucchero ed essenze aromatiche è alla base della preparazione delle famose pasticche di lichene indicate nella cura dei catarri bronchiali.

Un altro lichene, il cui impiego farmaceutico è però relativamente scarso, è Lobarìa polmonaria, il lichene polmonario, che vive sui tronchi degli alberi nei boschi più o meno di tutto il mondo. Per le sue qualità emollienti può essere usato come succedaneo del lichene islandico, ma la sua richiesta per la cura delle affezioni bronchiali è estremamente limitata.

Polmonaria Saponaria Tigli

È molto chiara l’etimologia di Pulmonaria, italiano polmonaria, termine con il quale si allude ad una pianta erbacea della famiglia delle Borraginacee. C’è in comune infatti la radice “polmone”, organo al quale le foglie di questa pianta possono far pensare per le macchie sparse sulla superficie; si tratterebbe in ogni caso di un polmone malato, perlopiù di tubercolosi. E infatti all’epoca di Paracelso vigeva la teoria della segnatura: dato che le foglie della polmonaria, macchiate di bianco, ricordano i polmoni, “necessariamente” esse dovevano essere in grado di curarne le affezioni. Attualmente non si può certo negare qualche azione farmacologica alle foglie di polmonaria. Esse contengono saponine, mucillagine, tannino, sostanze grasse e resinose, carotene e vitamina C, oltre a manganese. Infusi e decotti a base di foglie si ritengono blandamente efficaci nelle infiammazioni delle vie respiratorie per la loro azione emolliente e espettorante; nella cura della tubercolosi, come del resto è chiaro, ben altro è necessario somministrare. Alla luce di studi relativamente recenti si tenderebbe inoltre a attribuire alla polmonaria proprietà diaforetiche, capaci cioè di promuovere un’abbondante traspirazione cutanea; la stessa pianta in un futuro piuttosto prossimo potrebbe acquistare importanza farmaceutica perché ricca di vitamina C.

Pianta medicinale di antichissime origini è la saponaria (Saponaria officinali^ una cariofillacea a diffusione eurasiatica; le sue proprietà curative erano già conosciute presso i medici arabi che la prescrivevano per curare la lebbra, le dermatiti e le ulcere. Tutte le parti della saponaria, ma in particolar modo la radice, contengono un glucoside, la saponina, che in piccola percentuale è capace di rendere saponosa l’acqua. L’estratto acquoso ricavato dalle foglie, lasciate a macerare per non molto tempo, esercita un’azione espettorante e antireumatica, nonché depurativa del sangue.

Teofrasto, Plinio e Galene con le loro testimonianze ci inducono a credere che le proprietà terapeutiche dei tigli erano conosciute fin dall’antichità: corteccia, linfa e foglie erano ritenute efficaci rispettivamente per curare la lebbra, arrestare la caduta dei capelli e risolvere ascessi. Oggi i principi attivi vengono esclusivamente ricavati dai fiori – flores Tiliae delle farmacopee di vari paesi – con i quali si preparano infusi dotati di azioni diverse da quelle tramandateci dall’antichità. Con il termine generico di tiglio ci si riferisce a più di una specie; è abitudine infatti raggruppare i tigli a fiore semplice, Tilia plathyphylla, Tilia vulgaris e Tilia cordata, la cui droga in commercio va sotto il nome di tiglio officinale o gentile, e tigli a fiori doppi, Tilia americana e Tilia argentea, la cui droga prende il nome di tiglio argentato. In Italia, tuttavia, si ricorre quasi sempre al tiglio officinale. I principi attivi contenuti nelle infiorescenze sono costituiti da zuccheri, mucillagine, carotene, sostanze tanniche, il glucoside tiliacina, un olio essenziale assai profumato, gli acidi malico, tartarico e acetico, vitamina C. La medicina popolare consiglia un infuso di fiori, al 15-20 per mille, con proprietà in primo luogo diaforetiche, e inoltre antispasmodiche nelle affezioni nervose e bechiche nell’asma, nella tosse convulsa e nelle bronchiti.

Enula campana Papavero rosso Viola tricolore

Molteplici sono le proprietà farmacologiche, che interessano più di un apparato, attribuite all’enula campana (Inula helenium), composita dell’Europa sud-orientale e dell’Asia. La radice contiene canfora d’enula, olio essenziale, inulina, resine, mucillagine ecc., che agiscono tra l’altro sull’apparato uro-genitale e su quello respiratorio. Perciò gli infusi, i vini, gli estratti fluidi che si preparano con Penula campana riescono efficaci nelle bronchiti, nella tosse asinina, nell’asma umida, regolarizzano il flusso mestruale, mettono infine in evidenza le loro doti depurative, diuretiche e diaforetiche.

Ogni anno dalla primavera inoltrata fino al pieno dell’estate si rinnova il meraviglioso spettacolo della fioritura del papavero.
Il papavero rosso o rosolaccio (Papaver rhoeas) è pianta assai comune, abbondantemente diffusa in Europa (manca soltanto in Svezia e in Norvegia nell’Asia temperata e nell’Africa settentrionale. Già Virgilio in una delle Egloghe parla di questa pianta, ma l’etimologia della parola Papavero non è latina, derivando del celtico papa, cioè pappa, perché presso i celti era corrente l’usanza di mescolare il succo del papavero alle pappe dei bambini, che anche in quei lontani tempi avevano difficoltà ad addormentarsi. Forse per tale motivo la pianta si è acquistata fama di sedativo, seppur blando, dal momento che non contiene morfina come il papavero da oppio. La droga è costituita dai petali del fiore che vanno raccolti con cura, distesi e fatti essiccare rapidamente in modo che non perdano il colore. I principi attivi sono dovuti ad alcaloidi quali la readina, li reagenina, l’isonadina, la protopina; mucillagini e pigmenti antocianici. Isemi invece sono assai ricchi di un olio, circa il 35%, formato in prevalenza dagli acidi linoleico, oleico, palmitico e stearico.

Attualmente il papavero rosso può trovare impiego in pediatria per le sue proprietà blandamente sedative, ma ancor più viene usato come calmante della tosse e pertosse, come espettorante e bechico nelle bronchiti. Della viola tricolore (Viola trìcolor), così detta perché spesso la sua corolla appare di tre colori, sono note parecchie varietà con diffusione prevalentemente regionale. La specie invece estende il suo areale in Europa, nell’Asia occidentale e settentrionale, nell’Africa boreale. Altrove è presente naturalizzata e da essa si sono ottenute numerose forme coltivate a scopo ornamentale. Le proprietà medicinali di VioL tricolor e delle specie vicine erano conosciute già nell’antichità, con Ippocrati e Dioscoride, e nel medioevo con i medici arabi. La droga è costituita dai fiori, che rappresentano la parte più richiesta, dalle foglie ed anche dall’intera pianta fiorita. I principi attivi contenuti sono mucillagini, zuccheri, tannino, un glucoside, cioè la violaquercitrina, tracce di violina, saponine e vitamina C. I fiori in particolare contengono alcuni carotenoidi con proprietà bechiche ed espettoranti e per questo vengono impiegati per curare la tosse canina. La pianta intera invece dotata di azione diuretica, diaforetica, purgativa e depurativa; gode di un certo impiego per combattere le eruzioni cutanee, per curare l’acne giovanile e nel trattamento della crosta lattea dei neonati.

Pini

Non è certamente questa la sede più adatta per parlare, anche in senso lato, dei pini, essendo la loro importanza in campo medicinale ben poca cosa rispetto, per esempio, all’interesse vegetazionale di queste specie; enorme è di conseguenza il loro peso nell’economia forestale e in quella industriale. Ovunque il nostro sguardo possa spaziare, dal mare, alle colline, alla media e alta montagna, pur nelle forme diverse, questi alberi partecipano in grande misura alla caratterizzazione di questo o quel tipo di paesaggio. Si vedono pini dappertutto, potrebbe qualcuno concludere un po’ frettolosamente; il che non è del tutto giusto perché altri soggetti “piniformi'” sono sparsi qua e là dall’uomo, ma soprattutto da madre natura quasi volesse confondere le idee di coloro per i quali le conifere in qualche modo si identificano con i pini. Non devono venir dimenticati, per citarne alcuni, i cedri, i larici e gli abeti.

Il termine italiano pino deriva chiaramente dalla lingua latina, ma a sua volta pinus trae origine dal vocabolo greco pitus che Teofrasto soleva usare riferendosi al pino selvatico. Anche la mitologia è implicata in qualche occasione con la nostra pianta: pitus doveva essere un’amante del dio Fan, lo stesso dio che la letteratura, tramite Ovidio, ci descrive mentre si cinge la chioma con rametti di pino. Ma anche altri autori, citeremo Virgilio nelle Egloghe e inoltre Plinio, Grazio e Properzio, non tralasciarono nelle loro opere di accennare a queste piante aghiformi, certamente a più di una specie, con ogni probabilità già allora economicamente assai importanti. Anche le proprietà farmacologiche, e di conseguenza l’uso terapeutico di preparati ottenuti dai pini in senso generico, sono noti fin dall’antichità, tanto è vero che Ippocrate e Dioscoride sollecitavano l’impiego di olio essenziale per curare le affezioni infiammatorie riguardanti l’apparato polmonare.

Da quel tempo sono trascorsi molti secoli, eppure anche le terapie moderne non si discostano molto da quelle antiche e l’azione balsamica ed anticatarrale dei preparati a base di pino è assai apprezzata anche attualmente. Si è invece individuato, e d’altra parte era inevitabile che le ricerche e le tecniche moderne approdassero a qualcosa di nuovo, che alcune sostanze medicinali si estraggono con più convenienza da una specie di pino piuttosto che da un’altra, o che una parte di pino contiene principi che la medesima parte di un’altra specie non contiene. Comunque in un modo o in un altro sono interessati alla farmacologia il pino silvestre, Pinus silvestris, il pino marittimo, Pinus pinaster, il pino domestico, Pinus pinea, il mugo, Pinus mugo, a anche il pino d’Aleppo, Pinus halepensis. Le gemme, le foglie dei giovani rami e la corteccia contengono i principi attivi costituiti tra l’altro da olio essenziale e resina con i quali si preparano sciroppi, infusi, tisane, succhi, la cui azione balsamica è terapeuticamente valida per debellare affezioni catarrali dell’apparato respiratorio. Non deve infine passare sotto silenzio l’utilizzazione delle gemme di pino, la cui essenza viene largamente impiegata in profumeria e nell’industria dei saponi.

Grindelia Efedra Lobelia

La grindelia (Grindelia robusta) è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Composite. Originaria delle zone umide e paludose della California, nel nostro paese è facilmente coltivabile nei giardini. La droga è data dalle foglie e dai capolini: questi ultimi sono rivestiti da un essudato resinoso che rende la parte appiccicosa al tatto. Questa caratteristica spiega facilmente il termine volgare di gum-plant dato alla pianta in lingua inglese. La grindelia contiene soprattutto una resina, alla quale sono dovute le proprietà farmacologiche, acidi organici alcoli, fenoli e una saponina ad azione emolitica. Anche se è dotata di altre proprietà – narcotiche, bradicardizzanti, depressive respiratorie -la grindelia sotto forma di polvere, tintura o estratto fluido è usata come sedativo nel trattamento di bronchiti catarrali acute e, associata ad esempio allo stramonio, nella cura dell’asma bronchiale.

L’efedra è data da varie specie di questo genere sia esotiche sia del nostro paese. In Italia sono presenti, infatti, Ephedra dìstachya, diffusa qua e là lungo le coste sulle spiagge sabbiose della penisola e delle isole e più raramente all’interno (Trentino, Marche); Ephedra nebrodensis dei luoghi rocciosi (Madonie; Monte Oliena, in Sardegna); fragilis dell’Italia meridionale, Sicilia, Malta. In Cina si usa Ephedra sìnica e altre specie. Si tratta di piante legnose alla base con rami sottili, fragili, articolato-nodosi, verdi e privi di foglie. La droga è data dai rami che contengono l’alcaloide efedrina (che è poi un miscuglio di numerosi altri alcaloidi), tannino, olio etereo, mucillagini, resine. L’efedra è conosciuta nella medicina cinese fin dall’antichità più remota come antifebbrile e sedativo della tosse. Se le notizie relative all’attività farmacologica e alle proprietà cliniche dell’efedra considerata nel suo insieme sono scarse, abbondantissime sono invece quelle sull’attività dell’efedrina che annovera notevoli proprietà affini all’adrenalina. L’efedrina trova un’infinità di applicazioni: per combattere l’ipotensione, come antiallergico (asma bronchiale, raffreddori e febbri da fieno), nel reumatismo articolare.) nei disturbi della minzione (enuresi notturna), come collirio ad azione midriatica e, ancora, come sedativo della tosse. A tutti sicuramente ben nota è la presenza dell’efedrina – basta leggere la composizione – in certe | pomate che si usano localmente come decongestionanti negli stadi più acuti e fastidiosi del raffreddore.

La lobelia, o tabacco indiano (Lobelia in/lata), appartenente alle Lobeliace è una pianta erbacea annuale originaria delle paludi e degli acquitrini di molte regioni degli Stati Uniti e del Canada, talora anche coltivata come pianta ornamentale. Le proprietà terapeutiche di questa pianta, introdotta in Europa agli inizi del XIX secolo, erano già note agli india d’America. La pianta contiene numerosi alcaloidi raggruppabili sotto il globale di lobelina, acidi organici, olio essenziale. Esplica numerose e complesse azioni: in terapia, sotto forma di estratto, tintura o sigarette, viene usata nel trattamento dell’asma e come espettorante. È stata anche descritta una sua azione antiallergica in casi di orticaria. A dosi elevate la lobelia è velenosa e produce vomito, nausea, tremori e sudorazione diffusa.

Farfara Ruchetta selvatica

La farfara, o tossilagine (Tussilago farfara) è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Composite, molto diffusa nel vecchio mondo – Europa, Asia, Nordafrica – e comunissima nel nostro paese, specialmente al nord, dalla pianura alla montagna, nei luoghi umidi e argillosi. A questo proposito torna d’obbligo citare un saggio proverbio bolognese, riferito dal Lodi, che, per sottolineare la inospitalità del terreno dove cresce la farfara, suggerisce furbescamente « induv vein la farfanela, dal in dota a to surela… » La droga è data dalle foglie e dai capolini. Le foglie vanno raccolte durante la prima estate quando si sono ormai “pelate” del feltro cotonoso che le riveste nelle prime fasi vegetative.
A questo proposito occorre dire che vi sono delle differenze tra le piante di pianura e quelle di montagna, o centroeuropee, che restano cotonose fino all’autunno. Le foglie della farfara contengono un glucoside amaro, la tussilagina, resine, tannino, olio essenziale e acidi organici. La fioritura è primaverile ed assai precoce; negli inverni particolarmente miti può iniziare già a gennaio. In certi ambienti, come le cave abbandonate di argilla, la farfara è talmente abbondante che le sue fioriture si possono notare anche da grande distanza. I capolini vanno raccolti assai giovani, appena schiudono; quelli che cominciano a sfiorire hanno minor valore. Sia foglie che capolini sono dotati di proprietà emollienti e bechiche: calmano la tosse e facilitano l’espcttorazione del catarro. Si possono usare in infuso (5%) associati a fiori di malva e verbasco e a radici di altea senza alcun pericolo anche nella medicina familiare. Entrano nella composizione di caramelle e pastiglie contro la tosse. L’efficacia di questi preparati può essere esaltata sciogliendo pasticche e caramelle nel latte caldo.

Pure usata come espettorante – anche se il suo uso più noto è quello di aromatizzante di sapide insalate primaverili – è la ruchetta selvatica (Diplotaxis tenui folta), crocifera perenne assai diffusa in Europa, Asia minore, Africa settentrionale. Nel nostro paese è comunissima nei luoghi
coltivati aridi e pietrosi, negli incolti, tra le macerie, sui vecchi muri. Produce fiori gialli che compaiono, praticamente, da febbraio a ottobre e spesso anche oltre. Contiene, analogamente alle altre Crocifere, glucosidi solforati, tra cui il solfocianato di aliile. Il succo della pianta fresca esercita, per via interna, un’efficace azione espettorante. La ruchetta possiede inoltre, come altre Crocifere delle quali si usano le foglie fresche comunque le parti verdi (assai affine le è la rucola, Eruca sativa), le consuete proprietà stimolanti, antiscorbutiche, diuretiche e revulsive.

Edera terrestre Eucalipto Bignonia

Si da il nome volgate di edera terrestre a Glechoma hederacea, una labiata eurasiatica piuttosto comune. Per evitare ogni equivoco è bene dire subito che nulla ha in comune con la notissima edera che appartiene a una famiglia ben lontana sistematicamente. L’edera terrestre era conosciuta nella medicina popolare dei tempi passati e usata in terapia per le malattie bronchiali e polmonari. La droga è costituita dalla pianta fiorita che contiene una sostanza resinosa amara, un olio etereo verde e aromatico, capace di fluidificare il catarro e di procurare l’espcttorazione,
e inoltre molte sostanze tanniche, cera e grassi. L’edera terrestre è uno dei componenti del “té svizzero”, assieme all’assenzio, all’issopo, al camedrio. alla maggiorana, all’origano, al millefoglio, al rosmarino, alla salvia, al farfaro e alla veronica. Foglie e sommità fiorite di queste piante costituiscono ottime miscele e infusi stimolanti.

Agli inizi del secolo scorso dall’Australia vennero introdotte nel nostro paese un discreto numero di specie di eucalipto, giganteschi alberi che ben si acclimatarono in alcune regioni italiane. Vennero importate perché si riteneva che queste piante avessero la facoltà, per virtù delle loro emanazioni balsamiche, di tenere lontane le zanzare e pertanto ci si preoccupò di diffonderle nelle zone costiere e paludose colpite dalla malaria. Qua e là, anche perché poco dopo venne scoperto il ciclo biologico del plasmodio della malaria, qualche beneficio si ebbe realmente, non tanto per le benefiche emanazioni balsamiche, ma perché l’enorme apparato fogliare degli eucalipti si dimostrò assai utile, per la vasta superficie soggetta a traspirazione, a prosciugare terreni sempre in fase di impaludamento.
La specie che più delle altre in breve tempo trovò ampia diffusione è stata Eucalyptus globulus, una delle più rustiche e nello stesso tempo di più rapido sviluppo. Dal 1870 l’eucalipto cominciò a interessare il campo medico e farmaceutico. La parte che si è dimostrata ricca di principi attivi e che costituisce la droga è data dalle foglie adulte che vanno raccolte in estate, seccate all’ombra e conservate al chiuso e al buio: hanno odore fortemente aromatico e sapore nello stesso tempo aromatico e amaro. L’eucalipto, per la presenza di tannino, esplica azione tonica e astringente, ma ciò che io ha reso famoso è il contenuto di un olio essenziale che agisce da balsamico, espettorante, antiparassitario e batteriostatico. È consigliato come balsamico nella cura dell’asma e delle bronchiti croniche, come antisettico nelle affezioni delle vie respiratorie, dell’apparato uro-genitale e intestinale. Valide sono anche li fumigazioni e le inalazioni contro la tosse; efficaci sono le pastiglie di eucalipto e le sigarette per asmatici preparate con le foglie preventivamente seccate all’ombra.

Non solo i frutti ma anche la radice, la corteccia e le foglie della bignonia (Catalpa bignonioides) contengono un principio amaro, la catalpina, con proprietà espettoranti e antiasmatiche che trovano applicazione nella cura della pertosse e dell’asma. Questa bignoniacea di origine nordamericana, importata da circa tre secoli, è dotata inoltre di altre proprietà terapeutiche e cioè febbrifughe, antisettiche e astringenti.

Poligala nostrale Lingua cervina

La poligala nostrale, o nostrana, o volgare (Polygala vulgaris), così detta in contrapposizione alla poligala virginiana, è una pianta erbacea perenne, appartenente alla famiglia omonima, diffusa in Europa, Asia occidentale, Africa settentrionale e comune da noi nei luoghi soleggiati ed erbosi come bordi delle vie, pascoli, scarpate. È munita, nelle piante annose, di numerosissimi rami, generalmente ascendenti e di taglia assai variabile, da pochi centimetri fino a mezzo metro. Fiorisce principalmente in aprile-maggio, ma piante isolate continuano poi a fiorire fino all’autunno. I fiori sono generalmente di colore rosso-violaceo ma ne esistono anche di colore bianco-gialliccio, verdognolo o azzurro; talora fiori di diverso colore si trovano anche sulla stessa infiorescenza. La droga è data dalla radice, contorta, irregolare, poco ramificata,
molto dura e tenace, a corteccia sottile e legno bianco e compatto. Emana un odore particolare di salicilato di metile. Si usa intera munita delle basi dei fusti, ma talvolta è richiesta anche la pianta intera fiorita. Sotto lastessa denominazione commerciale viene inclusa comunemente anche la Polygala amara, presente in Europa e reperibile nel nostro paese nei prati delle Alpi e dell’Appennino settentrionale ma molto meno diffusa della volgare e che si usa anche come amaro-aromatico. Le poligale, oltre ai principi amari propri di Polygala amara, contengono nelle parti aeree saponine, poligalitolo e nelle radici ancora poligalitolo, gaulterina e piccole quantità di zuccheri diversi. Analogamente alle altre droghe a contenuto saponinico la poligala nostrale esplica, a dosi elevate, azione tendente a favorire abbondante salivazione, irritazione gastrica, nausea e vomito e, a dosi terapeutiche, azione espettorante indicata in casi di asma e bronchiti. Ha inoltre azione emetica. Analoghe azioni esplica la poligala virginiana (Polygala senega), pianta erbacea perenne originaria di svariate regioni del Canada e degli Stati Uniti d’America, particolarmente della Virginia.

Proprietà simili vengono riconosciure, nella medicina popolare, a Scolopendrium vulgare, o Phyllitis scolopendrium, la lingua cervina, una delle più belle e più grandi tra le nostre felci. È diffusa in gran parte dell’emisfero boreale; nel nostro paese si trova all’imboccatura di pozzi e caverne, in certe vallecole particolarmente fresche e ombreggiate, nel sottobosco o tra le fessure delle rocce sulle Alpi e sugli Appennini settentrionali. Appartiene alla famiglia delle Polipodiacee. Se ne usano le foglie – grandi, praticamente inconfondibili – che contengono tannino e mucillagini e che vengono usate in infuso. Esplicano azione espettorante per catarri bronchiali, diuretica, astringente intestinale e cicatrizzante.

Edera Liquirizia Timo serpillo

Dotata di proprietà espettoranti è l’edera (Hedera helix), liana comunissima nei boschi e nei luoghi ombreggiati dell’Europa, dell’Asia e Africa settentrionali e comunissima anche nel nostro paese nel sottobosco, su rocce, muri, epifita sugli alberi (è il simbolo della fedeltà e “dove mi attacco muoio” è il suo romantico motto) oltreché spesso coltivata – anche in varie forme orticole – a scopo ornamentale. Appartiene alla famiglia delle Araliacee. I suoi frutti neri, che maturano nell’inverno, sono velenosi per l’uomo ma avidamente appetiti dagli uccelli frugivori (merli, tordi) per i quali costituiscono una preziosa fonte di cibo durante l’avversa stagione. La droga, data dalle foglie e dai rami, contiene saponine – alfa, beta e gamma-ederina, ederacoside – rutina, acidi caffeico e clorogenico, zuccheri, ossalato di calcio. L’edera è nota fin dall’antichità ed è ampiamente usata nella medicina popolare come emetico antinevralgico, in molte manifestazioni artritiche e soprattutto come balsamico ed espettorante in casi di bronchiti catarrali croniche. Nell’uso popolare l’edera ebbe anche fama di emmenagogo.

La liquirizia (Glycyrrhiza glabra, etimologicamente la “dolce radice”) è una pianta erbacea perenne originaria dell’Europa sud-orientale e dell’Asia minore, presente nel nostro paese allo stato subspontaneo talora al nord, come alle foci del Reno, in Romagna, e più frequentemente al centro e al sud, specialmente nei luoghi sabbiosi vicino al mare. Appartiene alla famiglia delle Leguminose-Papilionate. La droga è data da radici e stoloni – Ltqueritiae radix – messi in commercio in caratteristici fascetti (erano spariti, ora ritornano nelle drogherie e nelle tabaccherie) e dal succo che si trova in commercio in pani o nelle cosiddette “bilie”, bastoncini cilindri con impresso il marchio del produttore. La droga contiene acido glicirrizico, costituito a sua volta da acido glicirretico e da due molecole di acido glucuronico, glicirrizina, cioè il sale di potassio, calcio e magnesio dell’acido glicirrizico, acido glabrico, flavonoidi – liquiritina, isoliquiritina e altri – vitamine del gruppo B, resine, zuccheri e molte altre sostanze. Nota già ai medici dell’antico Egitto e dell’Oriente, la liquirizia venne usata anche dai medici dell’antichità classica. Dioscoride scriveva che « il succo giova nei casi di raucedine, è un buon medicamento nei bruciori di stomaco, sotto forma di pomata si usa nella medicazione delle ferite. » Erano dunque conosciute le proprietà emollienti, bechiche ed espettoranti da sempre attribuitele, mentre più recenti ricerche le riconoscono anche proprietà antisettiche, antispastiche e soprattutto antiulcerose. Gli estratti di liquirizia sono poi ampiamente usati nella tecnica galenica e nell’industria dolciaria.

Thymus serpyllum, il timo serpillo, o serpillo, o serpolino è una piccola pianta erbacea perenne, assai polimorfa, diffusa in tutto l’emisfero settentrionale e assai comune anche nelle nostre regioni nei luoghi aridi e assolati. Appartiene alla famiglia delle Labiate. Contiene olio essenziale ricco di carvacrolo, timolo, borneolo, terpeni, tannino, saponine.
Si usa come aromatico, antisettico intestinale e bronchiale, colagogo, coleretico e anche come balsamico ed espettorante.

Passiflora Salice bianco Luppolo

La passiflora (Passiflora incarnata) è originaria delle regioni meridionali degli Stati Uniti e viene talora coltivata anche nel nostro paese a scopo industriale. Appartiene alla famiglia delle Passifloracee. Il suo nome di “fiore della passione” è dovuto alla credenza popolare che vede raffigurata nelle curiose ed insolite strutture del fiore la passione, appunto, di Cristo: così la corona di filamenti rievoca la corona di spine; gli stami, i martelli; gli stili, i chiodi. La droga è data da rami, fiori e foglie raccolti prima che inizi la fruttificazione. Contiene vari alcaloidi – arnina, arninina, arnolo – flavonoidi, glucosidi e sostanze amare. Esplica un’efficace azione sedativa nei casi di eretismo, insonnia, stati ansiosi. E dotata anche di proprietà ipotensive.

Dei numerosi salici conosciuti, si ritiene siano dotati di proprietà medicinali soprattutto Salix alba, presente nella nostra flora, e Salix nigra, del Nordamerica. Salix alba, il salice bianco o salice da pertiche – giacché coi rami si fanno pertiche da fagioli e manici di attrezzi agricoli – è un albero con foglie caratteristicamente argentate e spesso alterato nella linea dalla pratica della “capitozzatura”. Diffuso pressoché in tutto l’emisfero boreale nei boschi ripariali e lungo i fiumi, è da noi coltivato soprattutto in alcune zone della Pianura Padana a formare caratteristiche alberature ai bordi dei campi. Appartiene alla famiglia delle Salicacee. La droga è data dalla corteccia che va prelevata dai rami di 2-3 anni. Contiene il glucoside salicina – presente del resto in molti altri salici e pioppi – e tannino. Il salice bianco possiede proprietà antipiretiche e antireumatiche dovute alla presenza, nella salicina, di acido salicilico, ma soprattutto proprietà sedative e anafrodisiache.

Il luppolo (Humulus lupulm), della famiglia delle Urticacee, è una pianta erbacea perenne assai diffusa nell’emisfero settentrionale e largamente coltivata in diversi paesi dell’Europa centrale perché usata per aromatizzare la birra. In Italia si trova abbastanza frequentemente lungo le siepi, ai bordi delle strade, lungo i fossati, nell’alveo dei fiumi e generalmente nei luoghi umidi e pingui. La droga è data dalle infiorescenze femminili foggiate a “coni” grossolanamente simili a quelli delle Conifere e, in particolare, dalle ghiandole assai abbondanti all’ascella delle brattee e che costituiscono il “luppolino”. Contiene resine costituite a loro volta da numerosi principi tra i quali l’umulone e il lupulone – olio essenziale costituito da vari terpeni tra i quali quello già definito umulene è identico al cariofillene dei chiodi di garofano. L’olio essenziale contiene ancora alcoli, acidi organici liberi ed esterificati ed altre sostanze tra le quali flavonoidi ed antociani. Pare che il luppolo, almeno come pianta medicinale, non fosse conosciuto nell’antichità e Plinio ne fa cenno solo come pianta alimentare: anche oggi, resto, in parecchie zone si usano i germogli alla stregua degli asparagi. Come pianta medicinale fu nota invece a Paracelso, a Mattioli e a taluni medici arabi. Nel secolo scorso il luppolo veniva già ampiamente usato come sedativo nervoso ed anafrodisiaco. È dotato anche di proprietà batteriostatiche e di attività estrogena.

Farfaraccio Lavanda Valeriana

Consultando testi di erboristeria e di botanica farmaceutica pubblicati fino a una ventina di anni fa, chiunque interessato a sapere qualcosa sul farfaraccio (Petasites officinali}), una composita erbacea a ampia diffusione mondiale, poteva ritenersi convinto da un’esauriente letteratura che i principi attivi contenuti nella pianta esplicavano un’azione diuretica, diaforetica, antiartritica, astringente e stomatica, nonché emmenagoga, antielmintica e perfino antiasmatica. SecondoDioscoride e Galeno le proprierà farmacologiche dei rizomi e delle foglie erano assai efficaci nel curare piaghe e ulcere. L’impiego del farfaraccio, secondo queste direttive, è pressoché scaduto nella nostra epoca, mentre un’altra utilizzazione, legata a proprietà recentemente scoperte, ha dato buoni risultati. Attualmente infatti è valorizzata l’azione antispastica e sedativa di questa pianta, studiata dapprima su soggetti ipertesi nevrotici e su donne in climaterio, successivamente in casi di stati ansiosi generici o di ipereccitabilità infantile. Gli estratti a base di Petasites officinali* si comportano in modo da regolare la pressione, alzandola o abbassandola rispettivamente in casi di ipotensione o ipertensione.

La lavanda (Lavandaia spica, o Lavandaia officinalis) è una labiata diffusa nei paesi del Mediterraneo occidentale. L’essenza che si ricava dalle sommità fiorite è largamente impiegata in profumeria per la preparazione di profumi, saponi e altri prodotti che interessano la cosmetica. La stessa essenza inoltre contiene principi attivi con azione antispasmodica, bechica, vulneraria e antisettica, nonché stomachica, colagoga, carminativa e diaforetica.

Ancor oggi i vari autori non sono d’accordo nello stabilire a quale principio attivo sia dovuta la blanda azione antispasmodica, sedativa e ipotensiva della valeriana. Secondo recenti esperienze si ritiene che essa provenga non da uno, ma da un insieme di principi attivi, vale a dire «dal sinergismo di fattori non tutti conosciuti, né chimicamente precisabili» (Negri).

Notizie riguardanti una valeriana, probabilmente Valeriana Phu, ci vengono fornite da Plinio e da Dioscoride, mentre la vera valeriana, Valeriana officinali!, entra nella pratica terapeutica con Isaac Judaeus, medico ebreo vissuto nel IX secolo dopo Cristo. Nel corso del medioevo la fama della valeriana si diffonde rapidamente e l’impiego della droga trova applicazioni nella cura delle più svariate malattie: avrebbe risolto, a quel che si tramanda, casi di tisi, pleurite, perfino di gotta; si consigliava per combattere la tosse, la flatulenza, l’asma, nonché per alleviare il dolore dovuto al morso di animali velenosi. Bisogna arrivare alla fine del XVI secolo perché la valeriana si affermi come antispasmodico e sedativo, per merito, come pare, del napoletano Fabio Colonna che sosteneva di essere guarito dall’epilessia grazie alle proprietà medicinali di questa pianta. Altri ne seguirono l’esempio, e anche con buoni risultati.
Venendo ai nostri giorni la valeriana, o meglio la sua parte sotterranea, agisce come antispasmodico, sedativo, blando narcotico, antiepilettico e carminativo; la sua azione è poco violenta e non duratura nel tempo in quanto i suoi componenti, tra cui un olio essenziale di complessa struttura, vengono facilmente eliminati per via renale e cutanea.

Valeriana rossa Bocca di lupo Limoncina

La cosiddetta valeriana rossa (Centranthus ruber) è una grossa pianta erbacea perenne propria delle stazioni rupestri o dei vecchi muri vicino al mare, intorno ai laghi prealpini, e dell’Italia centro-meridionale. Cresce allo stato spontaneo, ma potrebbe anche essere coltivata a scopo ornamentale: i fusti sono alti mezzo metro e anche più, con foglie opposte, glauche e carnosette; i fiori, rossi o rosati, sono raccolti in corimbi che formano a loro volta una grossa pannocchia terminale. Se ne usa il rizoma, munito di grosse radici, che emana profumo di valeriana e ne possiede, sostanzialmente, le stesse proprietà sedative e antispasmodiche.

La bocca di lupo (Melittis melissophyllum), appartenente alla famiglia delle Labiate, è una pianta erbacea perenne dell’Europa centro-meridionale e abbastanza comune nei nostri boschi, dove fiorisce in aprile-maggio. Meriterebbe anche di essere coltivata per la bellezza dei suoi fiori, ma inspiegabilmente non lo è. E bene fare attenzione alle confusioni nomenclaturali: Melittis melissophyllum non ha nulla a che fare con Antirrhinum majus, della famiglia delle Scrofulariacee, che è detta volgarmente bocca di leone, ma talora anche bocca di lupo.
Della bocca di lupo si usa l’erba intera che appena raccolta è quasi inodora, ma essiccata emana un intenso odore di cumarina e, appunto per questo suo contenuto, viene usata come sedativo e antispasmodico.
Inoltre, pare eserciti una leggera ma utile azione collaterale anestetica e stupefacente. I suoi infusi possono essere vantaggiosamente usati da
persone delicate come bimbi o vecchi, o soggette a disturbi neurovegetativi.
La bocca di lupo esplica inoltre una azione diuretica e antisettica delle vie urinarie.

La limoncina, o cedrina, o erba Luigia, o verbena odorosa (Lippiacitriodora) è un delizioso, piccolo cespuglio della famiglia delle Verbenacee originario dell’America meridionale e coltivato da noi a scopo ornamentale più spesso in vaso (nelle regioni fredde settentrionali va ricoverato in aranciera) oppure in piena terra purché protetta alla base constrame o foglie: morirà la parte aerea ma ributterà vigorosamente al piede. Se ne usano le foglie che vanno raccolte subito prima della fioritura. Esse hanno sapore amaro e piccante e, specialmente se soffregate, emanano un grato odore; vengono usate infatti anche per profumare gradevolmente la biancheria. Essiccate, le foglie si accartocciano a tubo e così le troviamo in commercio. Contengono olio essenziale, costituito soprattutto da citrale, terpeni, geraniolo, e due principi specifici, la verbenina e il verbenone.

La limoncina possiede proprietà soprattutto antispasmodiche e calmanti del sistema nervoso, ma anche stimolanti e diuretiche. Si usa in infuso (5-10 grammi di foglie per decilitro d’acqua) per favorire la digestione e anche per aromatizzare il té. In Francia dove è ben nota e largamente usata – i francesi la chiamano verveine odorante – la limoncina viene correntemente servita anche nei bar e nei caffè. La limoncina è una vecchia pianta odorosa del buon tempo antico. Se non l’avete, procuratevela. Vi privereste inutilmente di una piccola gioia!

Lauroceraso Mandorlo amaro

II lauroceraso (Prunus laurocerasus) è un arbusto o alberetto di modesta taglia (4-5 m) a foglie lucide e sempreverdi, originario dell’Asia occidentale e coltivato estesamente da noi a scopo ornamentale. Nei giardininon fiorisce spesso, anche perché disturbato dalle frequenti potature, ma le piante lasciate libere nel loro sviluppo fioriscono abbondantemente in primavera e producono numerose drupe nere, ovali e appuntite, grosse come olive. Appartiene alla famiglia delle Rosacee e malgrado la notevole differenza, capita talvolta di vederlo confuso con l’alloro. La droga è data dalle foglie il cui tempo balsamico cade nell’estate (giugno-agosto). Stropicciate allo stato fresco emanano un caratteristico odore di mandorle amare; nel secco sono inodori. Le foglie contengono zuccheri, tannino e un glucoside, la laurocerasina o prunolaurasina, che per effetto di una emulsina si scinde in acido cianidrico, aldeide benzoica e glucosio. Distillando le foglie fresche di lauroceraso con alcool etilico si ottiene la cosiddetta acqua coobata di lauroceraso dotata di azione antispasmodica e sedativa ed utilizzabile in caso di tossi nervose e di spasmi respiratori o circolatori. Nell’uso familiare il lauroceraso può essere impiegato per aromatizzare bevande a base di latte e budini e, sia pure con molta cautela, per preparare un liquore digestivo. Sulla velenosità della pianta si pone sempre giustamente l’accento ma non è noto che qualcuno si sia avvelenato rosicchiandone foglie e frutti; pare invece che nel romantico ‘800 qualche ghiottone abbia accusato sintomi di avvelenamento per avere mangiato budini o dolci eccessivamente aromatizzati col lauroceraso.

Pure ricco di acido cianidrico e di aldeide benzoica è il seme del mandorlo amaro. Il mandorlo (Prunus communis) è una pianta arborea, parimenti appartenente alla famiglia delle Rosacee, originario dell’Asia occidentale, estesamente coltivato nel bacino mediterraneo e in Italia soprattutto in Puglia e nelle altre regioni meridionali. Nel suo ambito se ne distinguono tre forme: quelle a endocarpo duro e legnoso con seme dolce (forma dulcis, mandorle dolci), con seme amaro (forma amara, mandorle amare) o a guscio fragile e spugnoso (le cosiddette “zaccarelle”). Sia dalle mandorle dolci che dalle amare si ottiene un olio delicatissimo usato come lassativo e regolatore intestinale, per preparazioni farmaceutiche e per la cura delle scottature. Dalle mandorle dolci si ricavano anche sciroppi rinfrescanti come la classica orzata. Le mandorle amare, poi, in particolare, contengono il glucoside amigdalina che per azione dell’enzima emulsina si scinde in acido cianidrico, aldeide benzoica e glucosio.

Dalla poltiglia dei semi, residua della estrazione dell’olio, per distillazione con aggiunta di acqua e di alcool si ottiene l’acqua distillata di mandorle amare, pure dotata di proprietà sedative e antispasmodiche ed utilizzabile nella terapia di tossi nervose, insonnia, stati spasmodici, vomito incoercibile. Tale acqua distillata è detta impropriamente oleum amigdalarum amararum. In materia di mandorle amare, si faccia attenzione agli avvelenamenti che derivano, specialmente nei bambini, dalla ingestione della mandorla di semi di altre Rosacee come pesco, albicocco, susino e per la incauta preparazione di amaretti o croccanti usando tali mandorle.

Anemoni

Al genere Anemone appartiene un buon numero di specie delle più belle non solo tra quelle che in abbondanza crescono spontanee, ma anche tra quelle che copiosamente vengono coltivate a scopo ornamentale per abbellire case e giardini. Tutti gli anemoni sono piante fortemente velenose ma, come sovente accade in erboristeria, sono pure dotati di notevoli virtù terapeutiche. Gli anemoni sono conosciuti fin dall’antichità, anzi sul loro conto sono fiorite numerose interpretazioni mitologiche che hanno avuto per protagonisti Zefiro, la ninfa Anemone, doride, Adone e Venere.

Il termine generico Anemone è di chiara derivazione greca; prende origine infatti da anemos, cioè vento. Gli studiosi però, come spesso accade quando le spiegazioni risultano troppo facili, si sono, per così dire, divertiti a dare interpretazioni diverse al vocabolo anemos riferito al nostro fiore. Questo alla fine ebbe l’appellativo poetico di “fiore del vento”, ma si disse dapprima che tale qualifica ben gli si addiceva in quanto era il vento che generalmente sciupava le variopinte corolle formate da eleganti sepali petaloidi; in un secondo tempo venne sostenuto che anemos non era propriamente riferito al fiore o alla caducità dello stesso dovuta al vento, ma piuttosto al luogo o ai luoghi preferiti da questo gruppo di piante, in zone perlopiù esposte e battute dal vento. Quest’ultimo elemento comunque, in un caso o nell’altro, partecipa sempre e anche attivamente alla vita di questi fiori.

Gli anemoni godono fama per la loro bellezza da molti secoli e numerosi autori ne parlano ripetutamente nelle loro opere. Così Plinio il Vecchio, Teocrito, Ovidio; altri, come Ippocrate e Dioscoride, ne esaminano invece il lato medicinale. Vi è da dire in generale che tutti gli anemoni, e quindi anche quelli che sono raffigurati nella tavola a fronte, contengono più o meno gli stessi principi attivi ed i loro preparati svolgono pertanto la medesima azione. Anemone pulsatilla, la pulsatilla, Anemone nemorosa, Anemone ranunculoides, Anemone bepatica, l’erba trinità, sono le quattro specie che più frequentemente compaiono nei testi di farmacologia.
Della pulsatilla ci parla per la prima volta il Mattioli nel XVI secolo, mentre dell’Anemone hepatica si sa che se ne parlava già nel medioevo, ma anche in questo caso per avere notizie più esaurienti bisogna attendere il Mattioli che la descrive intorno alla metà del 1500.

La forma delle foglie e il colore delle stesse sulla pagina inferiore, che richiamano la forma e il colore del fegato, hanno contribuito a creare attorno a questa pianta la fama di essenza dalle miracolose capacità di guarire le malattie del fegato, secondo la famosa teoria della segnatura per la quale le piante medicinali recavano nella forma qualche segno della loro efficacia. La droga è costituita dall’intera pianta e in linea di massima i principi attivi sono tali maggiormente finché l’essenza è allo stato fresco. Vi sono contenuti anemonina, acido anemonico, tannino, una sostanza resinosa, una saponina e acido isoanemonico. Polveri, infusi, tinture, estratti fluidi hanno proprietà narcotico-sedative, diuretiche, espettoranti e diaforetiche e pertanto possono costituire un efficace rimedio, come dice il Negri, in « casi di nevrosi dipendenti dalla ipereccitabilità del simpatico, negli spasmi dolorosi, specialmente nelle manifestazioni della sfera genitale, nelle nevralgie, nell’emicrania »; inoltre la loro somministrazione ha dato risultati positivi in soggetti colpiti da idropisia, da tosse canina o da tossi spasmodiche.

Panace Coca Chiodi di garofano

Tra le numerose piante fornitrici di droghe utilizzabili come sedativi, analgesici e anestetici locali possiamo segnalare la panace (Heracleum sphondilium), appartenente alla famiglia delle Ombrellifere. È una pianta erbacea perenne, piuttosto polimorfa – anche nel nostro paese se ne riconoscono diverse varietà – diffusa pressoché in tutto l’emisfero settentrionale e reperibile da noi in boschi e prati freschi del settentrione. La droga, costituita dalle parti verdi, contiene sostanze acri e irritanti ed un olio essenziale. Nella medicina popolare, sotto forma di pozione di polvere o anche come alcolaturo, viene usata come sedativo, analgesico e anestetico locale.

La coca, o coca boliviana (Erytroxylon coca) è un arbusto di taglia mediocre (3-4 m) originario dell’America meridionale tropicale (Bolivia e Perù), forse ormai scomparso allo stato spontaneo e coltivato anche in altri paesi tropicali – Giava, Ceylon – nelle varietà bolivianum, spruceanum, novogranatense, da taluni autori ritenute buone specie. Appartieni alla famiglia delle Eritrossilacee. La droga è data dalle foglie, che contengono svariati alcaloidi, e cioè la cocaina e composti analoghi, la igrina e cuscoigrina, e inoltre nicotina, acido clorogenico, colina, cere e olio essenziale. La coca è usata da tempi antichissimi dagli indigeni boliviani, mescolata a calce, come masticatorio, per attenuare gli stimoli della fame e della sete e, in genere, per aumentare la resistenza ad ogni sorta di sforzi e di privazioni. Il suo principale alcaloide, la cocaina, è stato poi ampiamente usato come anestetico locale. Il suo impiego, tuttavia, trova controindicazioni nella sua azione stupefacente e nella sua elevata tossicità. La coca viene utilizzata terapeuticamente come stimolante ed eccitante generale, e anche come stomachico, specie se associata ad altre droghe ad azione analoga come le genziane, la china, la cola. Ancora come leggero anestetico è usata, in forma di collutorio, per la cura delle gengiviti; entra inoltre nella terapia di gastralgie e del vomito incoercibile.

Il ricordo, sempre spiacevole, di una seduta dal dentista sarà, forse, attenuato da un altro ricordo, quello del grato sapore dell’eugenolo ((contenuto nei cosiddetti chiodi di garofano fornitici da Eugenia caryopbyllatt o Caryophyllus aromaticus. È un bell’albero, appartenente alla famiglia delle Mirtacee, originario delle Molucche e delle Filippine e attualmente coltivato in molte regioni’ tropicali e soprattutto a ZanzJìbar, Madagascai, Seychelles, Mauritius. La droga è data dai fiori non ancora dischiusi, che contengono olio essenziale ricco soprattutto di eugenolo e poi ancora cariofillene, salicilato di metile, svariati alcoli, chetoni e aldeidi. I chiodi di garofano – che non hanno nulla a che fare con i garofani coltivati, appartenenti a tutt’altro genere (Diantbus) e a tutt’altra famiglia (Cariofillacee) – si usano ampiamente in cucina e in liquoreria, ma l’olio essenziale esplica anche azione analgesica locale. L’essenza è dotata inoltre di proprietà antisettiche e viene anche utilizzata, come correttivo, nella tecnica galenica.

Agno casto Ninfea Ruta

Proprietà emmenagoghe e anafrodisiache sono riconosciute da parecchi secoli all’agno casto (Vitex agnus castus), cespuglio della famiglia delle Verbenacee: i principi attivi sono presenti nei frutti e nelle foglie. Le spiccate virtù anafrodisiache di questa pianta si possono del resto anche intuire dal nome corrente italiano e forse ancor più dall’altro volgare di “pepe dei monaci”; presso alcune comunità monastiche infatti l’agno casto veniva probabilmente coltivato per frustrare gli impulsi sessuali.
Le proprietà medicinali dell’agno casto sono presenti nelle sommità fiorite, nelle foglie e nei frutti che contengono tra l’altro castina, viticina, vitexina e vitexinina.
Oggi, cadute in disuso le utilizzazioni anafrodisiache, l’agno casto è considerato pianta dotata di virtù eupeptiche, emmenagoghe, antispasmodiche, aperitive e soporifere.

Anche la candida ninfea (Nymphaea alba) dei luoghi acquatici dell’Europa, dell’Asia occidentale e dell’Africa boreale, spontanea in laghetti, stagni e paludi e molto spesso coltivata nelle vasche di parchi e giardini, fin dall’antichità ha goduto fama di pianta anafrodisiaca, o meglio di essere un efficace sedativo nell’eccitamento sessuale. L’azione è dovuta principalmente ad un alcaloide, la nufarina, contenuto nel rizoma; tale sostanza è alla base nella preparazione di un infuso e di un estratto acquoso e fluido.

La ruta (Ruta graveolens), pianta suffruticosa della famiglia delle Rutacee, è un vegetale da prendere con le… molle, vale a dire con mille precauzioni.
Come sovente accade, sono proprio le dosi eccessive che possono procurare gravi disturbi o casi di avvelenamento.
Oltre a essere un eccellente emmenagogo, un buon antiemorragico e antispasmodico, la ruta impiegata in dosi elevate, nel periodo della gravidanza, diventa un terribile abortivo. Per tale motivo alcuni casi sospetti vengono valutati da un punto di vista medico-legale, anche perché, proprietà abortive a parte, non è difficile incorrere in avvelenamenti, anche mortali, accompagnati da convulsioni, vertigini e gastro-enteriti acute. Alla ruta si riconoscono inoltre discrete proprietà vermifughe. Sono molte e di vecchia data le notizie riguardanti le ruta.

Sarebbe stato addirittura il re del Ponto Mitridate ad intuirne le proprietà terapeutiche; così infatti ci tramanda Plinio. Secondo Teofrasto la ruta possedeva capacità atte ad inibire la procreazione, tanto che era ritenuta anafrodisiaca. Del resto, molto più recentemente, cioè nel medioevo, per le stesse virtù medicinali anafrodisiache, veniva coltivata nei campicelli dei monaci dell’epoca che, per conservarsi casti, erano soliti fare uso di ruta nei loro menù. Le parti della pianta con spiccate caratteristiche officinali sono rappresentate dalle foglie, che devono venire raccolte un po’ prima della fioritura e essere messe a seccare velocemente all’ombra. Esse contengono tutina, gomme, sostanze tanniche e resinose, acido malico e amido, ma il principio attivo fondamentale è rappresentato da un olio essenziale, tossico, di struttura assai complessa in cui entra in rilevante percentuale il metilnonilchetone.

Stramonio Giusquiamo Belladonna

Lo stramonio (Datura stramonium), appartenente alla famiglia delle Solanacee, contiene principi attivi di grande importanza farmacologica che, tuttavia, possono risultare molto tossici. Foglie e semi svolgono azioni di tipo antinevralgico, antispasmodico, antiasmatico e antireumatico dovute alla presenza di numerosi alcaloidi, il cui insieme prende il nome di daturina. Le foglie di stramonio di prima scelta sono utilizzate per confezionare sigarette antiasmatiche, ottime calmanti e regolatrici del ritmo respiratorio.

Le virtù medicinali del giusquiamo (Hyosciamus niger), una solanacea del vecchio mondo, erano conosciute al tempo dei babilonesi e degli egiziani, dei greci e dei romani. Nel 1500 il giusquiamo, con il nome di “erba del mal di denti” o “erba di Santa Apollonia”, veniva largamente usato per alleviare il dolore dei denti. Nel giusquiamo è presente giusquiamina, che nel processo di essiccamento in parte si trasforma in atropina, e la scopolamina, un alcaloide che impartisce alla droga un’azione ipnotica. Infusi, estratti fluidi, tinture a base di giusquiamo vanno preparati con estrema cautela e somministrati sotto controllo medico: hanno proprietà antispasmodiche, calmanti, sonnifere, analgesiche e midriatiche, cioè capaci di provocare la midriasi o dilatazione della pupilla; sono efficaci nelle tossi spasmodiche, nelle nevralgie, nelle bronchiti e nell’insonnia.

Atropa belladonna, la belladonna, solanacea spontanea dell’Europa meridionale, dell’Asia e dell’Africa boreale, deve il suo nome a Atropos, la parca che aveva il compito di recidere il filo della vita, e all’attributo veneziano “belladonna”: infatti le donne italiane, e soprattutto veneziane del XVI secolo, ne usavano il succo delle bacche come belletto e impiegavano come cosmetico l’acqua che da essa si distillava. L’uso terapeutico vero e proprio della belladonna risale a qualche tempo dopo. Foglie e radici costituiscono la parte interessante la medicina, ma praticamente tutta la pianta contiene principi attivi anche molto tossici. Le bacche violacee della belladonna hanno causato e causano ancora gravi casi di avvelenamento: l’ingestione da una a quattro bacche può arrecare la morte secondo l’età dell’individuo. I principi attivi fondamentali sono forniti da due alcaloidi: la giusquiamina – isomero levogiro dell’atropina – che si trova in maggiore quantità, e l’atropina, la cui dose, minima nella pianta vivente, aumenta con l’essiccamento per trasformazione della giusquiamina. L’azione farmacologica della belladonna è piuttosto complessa: dapprima paralizza le fibre nervose che interessano i muscoli lisci, successivamente diminuisce fino ad arrestare le secrezioni ghiandolari, aumenta la pulsazione cardiaca avendo eccitato prima e paralizzato poi il vago; ha capacità pure di causare alla fine forti eccitazioni cerebrali.
Per queste ragioni la belladonna è usata come antispasmodico nei casi di angine, asma, coliche epatiche e nefritiche, gastralgie; è impiegata per provocare la diminuzione di eccessive secrezioni sudorifere, salivari, gastriche; è efficace per arrestare « certi movimenti patologici, per esempio tremore nei postumi di encefalite, vomito » (Lodi). Provocando infine l’atropina la dilatazione della pupilla, la belladonna trova largo impiego in oculistica.

Coridale Papavero da oppio

La coridale (Corydalis cava) è una piccola, graziosa pianta erbacea perenne tuberosa, propria dell’Europa centrale e meridionale. Appartiene alla famiglia delle Papaveracee, sottofamiglia Fumarioidee. Produce fiori violetti o bianchi e fiorisce a primavera. Nel nostro paese si trova nei luoghi ombreggiati, nei boschi, qualche volta nei prati o nelle siepi, più frequentemente al nord, più raramente al sud, dove preferisce le faggete d’alta montagna. La droga è data dai tuberi, grossi quanto una noce e cavi internamente. Essi contengono numerosissimi alcaloidi raggnippati in tre gruppi: aporfina, protoberberina, protopina. La droga deve la sua attività principalmente a un alcaloide del primo gruppo, la bulbocapnina, dotata tuttavia di maggiore interesse farmacologico che terapeutico.
Esplica comunque azione narcotica e calmante nei confronti del morbo di Parkinson e azione anestetica in luogo della morfina.

Il papavero da oppio (Papaver somniferum) è una pianta erbacea annuale originaria della regione mediterranea, coltivata e talora naturalizzata in molti altri luoghi. Si tratta di un’entità abbastanza polimorfa nel cui ambito si può distinguere una varietà setigerum, presente nel nostro paese nei seminativi e negli incolti delle regioni tirreniche e meridionali, dalla quale si ritiene siano derivate con la coltivazione le altre due varietà, e cioè il papavero bianco (varietà album) a fiori bianchi e semi chiari, e il papavero nero (varietà horteme, o Papaver nigrunì) a semi scuri, a fiori spesso doppi o stradoppi, coltivato sia a scopo ornamentale sia per i semi, ricchi di olio, con cui vengono aromatizzati pane, grissini, biscotti.
Da un punto di vista farmacologico la pianta che più interessa è il papavero bianco, coltivato soprattutto in Persia, in India, Turchia, Egitto e Marocco e, in Europa, in Grecia, Francia, Jugoslavia, Ungheria e Bulgaria. La droga è data dalle capsule – botanicamente dette “treti”, merceologicamente “teste” – che si possono raccogliere mature o ancora verdi; in tal caso le capsule risultano più ricche di principi attivi. Praticando alcune incisioni superficiali con particolari rasoi bene affilati sulle capsule ancora immature si ottiene la fuoriuscita del latice sotto forma di gocce biancastre che rapprendendosi imbruniscono. Raccolte, esse vengono compresse a formare i pani di oppio di colore nerastro. Sia le capsule che l’oppio contengono numerosissimi alcaloidi classificabili in sei gruppi fondamentali. Di essi i più noti sono quelli del gruppo derivare dalla benzilisochinolina, quali la papaverina, la laudanina, la codamina; quelli del gruppo della morfina quali, appunto, la morfina e la codeina; altri ancora di costituzione non ben definita come la papaveramina. L’uso del papavero da oppio risale a tempi remoti: Galeno individua le origini nella preistoria, mentre gli egiziani lo chiamavano « farmaco dell’oblio e dell’insensibilità ». La sua azione analgesica è dovuta principalmente alla morfina; anche gli altri alcaloidi, tuttavia, contribuiscono all’azione farmacologica. L’oppio può essere usato come costipante in caso di diarrea incoercibile, associato a disinfettanti intestinali per prolungarne l’azione. Per le sue ben note proprietà stupefacenti l’oppio inoltre è usato come voluttuario specialmente presso alcuni popoli orientali: per questo la legge prescrive particolari cautele e limitazioni per il commercio sia dell’oppio che dei suoi derivati.

Caffè Té Cola

L’Abissinia è quasi certamente la regione d’origine del caffè (Coffea arabica): a dimostrarlo basterebbe la parola coffa o koffa, con cui si indica una regione dell’Alta Etiopia. Da qui il caffè giunse ben presto in Arabia, in Egitto, nel Sudan e a Costantinopoli, da dove ad opera dei veneziani sul finire del XVI secolo raggiunse l’Italia e l’Europa. Spetta poi agli olandesi il merito di avere introdotto agli inizi del XVIII secolo questa pianta nelle loro colonie dell’America centro-meridionale, dove trovò un ambiente ancor più favorevole di quello del luogo d’origine, tanto che ancora oggi i principali produttori di caffè si trovano proprio nel continente americano: Brasile, Colombia, Messico. La parte utilizzata della pianta è il seme torrefatto che costituisce la droga. Il principale componente e il miglior principio attivo è la caffeina presente in media dallo 0,3 all’1,9% secondo i vari tipi di caffè tostati; inoltre merita un cenno il caffeone, olio etereo di odore gradevole al quale deve appunto l’aroma il caffè durante il processo di torrefazione.
L’azione della caffeina risulta piuttosto complessa: essa infatti, oltre che i centri nervosi e in particolare il cervello, eccita anche la funzione circolatoria rinforzando la contrazione cardiaca, aumentando la pressione sanguigna e diminuendo la frequenza del polso. L’uso del caffè sotto forma di infuso risulta efficace in qualsiasi stato di depressione nervosa e aiuta a superare la sonnolenza. Questa azione stimolante è ottenuta con piccole e medie dosi; al contrario dosi elevate, oltre ad altri disturbi dovuti a una vera e propria intossicazione, provocano uno stato di depressione.

Un altro nervino di grande importanza e diffusione è il té (Tbea sinensis), una cameliacea probabilmente nativa della Cina sud-occidentale e dell’Indocina settentrionale. Si sa che il té, o meglio l’infuso ottenuto con le sue foglie, era già conosciuto dai cinesi fin dal VI secolo dopo Cristo e dai giapponesi intorno all’anno 1000. In Europa il té è stato introdotto dagli olandesi nel XVII secolo. In commercio attualmente sono presenti numerose qualità di té che assumono il nome del luogo di provenienza; inoltre è interessante ricordare che mentre nei paesi orientali viene generalmente consumato il té “verde” – ottenuto facendo torrefare le foglie dopo la raccolta – in Europa e nei paesi anglosassoni si consuma di preferenza il té “nero”, le cui giovani foglie vengono lasciate a seccare dopo un processo di fermentazione. La droga è costituita dalle foglie che contengono caffeina, teofillina, un olio essenziale, sostanze resinose e tanniche. La caffeina è il principio attivo più importante ed è presente,
secondo le qualità, dall’I,35 al 5,20%, anche se normalmente vengono riportati valori medi compresi dall’I al 3%. Il té dunque è più ricco di caffeina del caffè. L’azione nervina del caffè e del té è pressoché identica, ma il primo produce un’eccitazione maggiore, il secondo più blanda ma più duratura.

Accanto al caffè e al té vanno pure ricordate le noci di cola, la cui droga è costituita dalla parte embrionale dei semi, privi di tegumenti, di Cola nitida, una sterculiacea dell’Africa occidentale. Per il loro contenuto in caffeina vengono utilizzate come stimolanti, ma la loro richiesta è scarsa.

Piantaggini Ononide Asperula

Delle piantaggini v’è chi prende in considerazione solo la major, altri la lanceolata, altri anche la media. Si ritiene comunque comunemente che tutte e tre godano di proprietà analoghe.
Sono piante erbacee perenni assai diffuse, specialmente le prime due, nei luoghi erbosi e incolti e, la major, anche nei luoghi calpestati come selciati e strade campestri. Appartengono alla famiglia delle Plantaginacee. Note ai più grandi medici dell’antichità da Dioscoride, a Plinio, a Galeno, furono poi usate anche da quelli della famosa scuola medica salernitana che le impiegarono anche, come astringente, nelle metrorragie, e per simulare la verginità in fanciulle che l’avevano perduta. Attualmente vengono usate soprattutto come diuretici ma anche come topici e astringenti: entrano così in infusi e in impiastri per la cura di ulcere, pustole, morsicature di insetti e anche come collutori per congiuntiviti o per gargarismi. È opinione qualificata che le piantaggini dovrebbero trovare maggiori possibilità di impiego di quanto oggi non avvenga, naturalmente dopo che opportune ricerche scientifiche abbiano approfondito le loro proprietà.

L’ononide, o bonaga (Ononis spinosa) è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Leguminose. È ampiamente diffusa in Europa, Asia occidentale e Africa settentrionale e nel nostro paese è abbastanza comune nei pascoli e negli incolti collinari. La droga è data dalle radici, lunghe fino a mezzo metro e del diametro anche di un centimetro. Contiene alcune saponine (alfa-onocerina, ononina, onospina), tannino, acido citrico, oli essenziali. Già nota ai medici classici dell’antichità come Dioscoride e Plinio che la usavano appunto come diuretico e nella cura dei calcoli renali, venne usata più tardi per gli stessi scopi anche dal famoso Pier Andrea Mattioli. Si usa l’infuso, associandolo spesso al finocchio, ma v’è chi ritiene che così facendo la massima parte dei principi attivi vada perduta perché evaporerebbero con l’acqua. Se ne preparano perciò l’estratto fluido e uno sciroppo.

L’asperula, o stellina odorosa (Asperula odorata) è una piccola pianta erbacea perenne a diffusione europea e asiatico-occidentale appartenente alla famiglia delle Rubiacee. Nel nostro paese è reperibile nei boschi freschi delle Alpi e degli Appennini, specialmente nel sottobosco delle faggete dove può costituire veri e propri ampi tappeti. I fiori sono bianchi e stellati; il frutto assai caratteristico: globoso, doppio e irto di peli uncinati. Si usa l’erba intera raccolta all’epoca della fioritura o, secondo altri, immediatamente prima. Nel fresco è inodora; secca emana il caratteristico odore di fieno delle droghe ricche di cumarina. Se ne usa l’infuso, fatto in macerazione al 5% nell’acqua o nel vino (così si ottengono, in Austria e in Germania, il Maitrank – bevanda di maggio – e il Waldmeisterbowlè). Esplica azione diuretica, antisettica renale e inoltre, come le altre droghe cumariniche, anche sedativi antispasmodica, leggermente ipnotica. È pertanto indicata anche nella cura dell’insonnia e dell’eretismo specialmente in persone delicate come vecchi, bambini e convalescenti.

Pungitopo Asparago Parietaria

Non c’è bosco o boschetto asciutto dalla pianura alla media montagna che non annoveri tra le sue specie il pungitopo o rusco, Ruscus aculeatus delle Liliacee, piccolo suffrutice perenne, sempreverde, dotato di un rizoma grigiastro strisciante. La pianta, coltivata anche come ornamentale per il bel “fogliame” e per le decorative bacche di color rosso brillante, ben si adatta su terreni a composizione prevalentemente calcarea e la sua diffusione interessa l’Europa centro-meridionale, l’Asia occidentale e l’Africa boreale. Dal punto di vista morfologico questo piccolo arbusto presenta una peculiarità comune a non molte altre piante, quella cioè di possedere cladodi ben sviluppati. Con tale termine vengono indicati i rami terminali di forma ovale ed appuntiti e che nell’aspetto assomigliano a normali foglie. Di queste, ridotte a minute squame poste alla base dei cladodi stessi, svolgono praticamente le medesime funzioni, tra cui quella fotosintetica. Non è però di tali particolarità che qui vogliamo parlare, ma delle sue virtù officinali.

È noto fin dall’antichità che Ruscus aculeatus ha proprietà diuretiche, tanto che Dioscoride proponeva “foglie” e bacche macerate nel vino e un decotto ottenuto con il rizoma. Oggi è proprio tale parte che generalmente viene usata dopo una buona essiccazione. Emana allora un leggero, ma caratteristico odore di trementina ed il sapore, inizialmente dolciastro, diviene ben presto amarognolo. Le proprietà diuretiche ed in secondo luogo aperitive sono dovute al contenuto in sali di calcio e di potassio, nonché ad una resina e ad un olio essenziale. Le particolari doti stimolanti l’appetito presenti nel rizoma del pungitopo vengono ancor più messe in evidenza nel caratteristico aperitivo delle “cinque radici” ottenuto da asparago, finocchio, sedano, prezzemolo e pungitopo in parti uguali.
Non è un mistero che dopo aver consumato degli asparagi si nota un aumento della diuresi e che l’urina emana un tipico odore piuttosto disgustoso. In un certo senso è la prova lampante che Asparagus officinali!, liliacea a diffusione fondamentalmente eurasiatica, possiede anche nei commestibili turioni proprietà diuretiche. Sono però le radici ed il rizoma di questa pianta che trovano impiego farmacologico avendo dato buoni risultati non solo come diuretici, ma anche nella cura dell’idropisia, nel reumatismo, nella gotta ed anche in certe affezioni cardiache. L’efficacia medicinale è dovuta alla presenza, tra l’altro, di mucillagine, di resina e sostanze amare, nonché di asparagina, delle vitamine A e B le cui azioni rispettivamente antixeroftalmica ed antineuritica sono ben note.

Ricca di nitrato di potassio e quindi con proprietà diuretiche è la parietaria (Parietaria officinali^), urticacea di scarsa importanza botanica, ma conosciuta ai più per la sua enorme diffusione su detriti, macerie, vecchi muri, dove affonda le radici sgretolandone l’intonaco.
Tutta la pianta può ritenersi sede di principi attivi, tuttavia di gran lunga più frequente è l’uso delle foglie, dalle quali si può ricavare un buon infuso diuretico, un estratto fluido ed un succo che la medicina popolare propone nella nefrite, nella cistite e nell’idropisia. Non va dimenticato infine che la parietaria, contenendo una sostanza mucillaginosa, agisce da emolliente.

Borragine Alchechengio

La borragine non può certo considerarsi un’eletta tra le piante, sia spontanee che coltivate, eppure è riuscita in qualche modo a far parlare di sé non solo per quel che riguarda il luogo d’origine, ma anche per una certa disputa sorta sul modo corretto di scrivere il corrispondente nome scientifico latino. Dapprima si pensava che la borragine fosse nativa dell’Asia Minore e della Siria, uno dei centri più importanti dal quale numerosissime piante si sono diffuse; in seguito invece gli studiosi sono giunti alla conclusione che questa specie probabilmente fosse originaria del bacino occidentale del Mediterraneo, precisamente della Spagna e dell’Africa settentrionale. Per quel che riguarda la grafia latina, anche se in contrasto con quanto ha accettato Linneo, la pianta dovrebbe essere indicata come Borago officinali! e non Borrago, come più correntemente ci è dato di scrivere. La borragine è piuttosto comune in tutti i terreni coltivati, dagli orti ai giardini, poco frequente allo stato selvatico, dal mare alla zona submontana della nostra penisola. Le sue proprietà medicinali sono ben note fin dal medioevo. Fiori e foglie sono rinfrescanti, sudoriferi, emollienti, ma soprattutto ottimi diuretici per il contenuto di nitrato di potassio, il nitro, che si può osservare sotto forma di piccoli cristalli dopo evaporazione del succo concentrato. Oltre al nitrato di potassio sono presenti sostanze gommose (almeno il 30% della pianta seccata è costituito da mucillagine) e ancora resine, malato di calcio, fosfati e solfati, magnesio, sodio ed appena qualche traccia di olio essenziale. Foglie e sommità fiorite nella medicina popolare sono alla base della preparazione di un infuso efficace nelle affezioni bronchiali, nella cura della tosse, e soprattutto nello stimolare le funzioni renali dal momento che viene considerevolmente aumentata la diuresi. La borragine assieme ad altte piante erbacee, quali ad esempio la cicoria, il crescione, il tarassaco, l’ononide e la fumaria, viene pure usata per preparare un decotto che è ritenuto un buon rinfrescante primaverile. Inoltte le foglie più giovani e le sommità fiorite della pianta possono essere consumate in insalata oppure essere cotte e servite come gli spinaci o entrare come componenti di sapente minestre di verdura nel cuore della primavera.

L’alchechengio (Physalis alkekengì) è una bella solanacea di tipo erbaceo che cresce spontanea nelle regioni dell’Europa centtale e meridionale e dell’Asia ed è abbastanza ftequente lungo le siepi e nei luoghi boschivi fino alla zona montana dell’Italia settentrionale e centrale, mentre è scarsa nel meridione ed assente o quasi nelle isole maggiori. Morfologicamente la nota più caratteristica è data dal frutto di color rosso-aranciato ed avvolto dal calice accrescente in modo che complessivamente viene a formarsi una sorta di palloncino veneziano. E sono proprio i frutti, dal sapore dolce-acidulo, contenenti zucchwro, acido citrico, tannino e vitamina C, che, cansumati allo stato fresco ed al naturale, sono in possesso di notevoli proprietà farmacologiche. Di una certa efficacia è la loro azione lassativa, rinfrescante, diuretica, antiurica, nonché antiossalurica ed antigottosa. I frutti ancora, sempre liberati dal calice che li avvolge, vengono pute impiegati per preparare marmellate e confetture di sapore gradevolmente acidulo.

Gramigne Erba ruggine Sambuchi

In Italia si da l’appellativo di gramigna a Cynodon dactylon, ma al di fuori dei nostri confini geografici con lo stesso termine volgare, che deriva dal latino gramen, cioè stelo d’erba, si fa riferimento a Agropyrum repens, il cui attributo specifico indica chiaramente l’andamento strisciante del rizoma. Pur non possedendo principi attivi del tutto analoghi. queste due piante si possono tuttavia accostare perché le loro azioni farmacologiche interessano gli stessi apparati, è cioè quello genito-urinario e secondariamente quello respiratorio. La droga sia in Agropyrum sia in Cynodon è costituita dai rizomi, che vanno raccolti verso la metà della primavera e dell’autunno: con essi si fanno decotti 0 tisane la cui preparazione, invero assai semplice, ne ha reso l’uso piuttosto frequente a livello familiare. Nel rizoma della gramignavera e propria, quella italiana, diciamo così, le proprietà terapeutiche sono dovute fondamentalmente alla cinodina, assai affine alla asparagina. Più ricco di principi attivi si è dimostrato il rizoma di Agropyrum: ricorderemo la triticina, una sostanza gommosa che ha la capacità di trasformarsi in zucchero, sali di potassio, mannite ed inosite. I preparati a base di gramigna vengono impiegati per la loro azione depurativa e diuretica, nonché sudorifera e emolliente, e per curare alcuni casi di infiammazione dell’apparato uro-genitale.

Ceterach offitinarum, nota con l’appellativo di cedracca e ancor più con quello di erba ruggine, è una piccola felce, una polipodiacea per l’esattezza, a diffusione eurasiatica e molto comune nella nostra penisola nelle fessure dei muri e sulle rocce dal livello del mare alla zona submontana. Sono fronde e non foglie quell’insieme di segmenti pennatopartiti, brevemente picciolati, che formano una specie di rosetta e che sono caratterizzati dal possedere lobi di color verde superiormente e di color ruggine nella pagina inferiore. In farmacologia interessa praticamente tutta la pianta ad eccezione del rizoma. I principi attivi in essa contenuti sono dati da mucillagine, tannino, e da una sostanza amara che fornisce a infusi e decotti un pessimo gusto tanto da rendere necessaria la loro aromatizzazione con qualche goccia di essenza di anice o menta.
L’erba ruggine è usata come blando bechico e espettorante, ma forse ancor più come diuretico: come tale si è dimostrata particolarmente indicata in quei pazienti afflitti da disuria provocata dalla presenza di acido ossalico o di ossalati, e per prevenire coliche causate da calcoli renali.

I tre sambuchi della nostra flora, Sambucm ebulus, Sambucus nigra e Sambucus racemosa o rosso, possono venire accumunati contenendo sostanze con azione analoga, seppur presenti in percentuale diversa.
Le proprietà medicinali del sambuco, pianta della famiglia delle Caprifogliacee, erano già conosciute al tempo di Teofrasto e Dioscoride, anche se fiori, foglie, frutti e corteccia vennero successivamente indicati per curare un buon numero di disturbi, talora anche assai diversi oa loro. Attualmente al sambuco vengono attribuite doti sudorifere, diuretiche, e in secondo luogo lassative, antireumatiche e antinevralgiche.

Uva ursina Verga d’oro Mirtillo rosso Ginepro

La droga di Arctostaphylos uva-ursi, l’uva ursina, piccolo cespuglio appartenente alla famiglia delle Ericacee e ad ampia diffusione nelle zone montane dell’emisfero boreale, si ricava dalle foglie. Notizie sicure sulle proprietà farmacologiche dell’uva ursina si cominciano ad avere verso la metà del XVIII secolo, ma l’uso terapeutico delle foglie risale a poco più di un secolo fa. Esse sono astringenti intestinali per la presenza di sostanze tanniche nella misura del 30% circa, e diuretiche in quanto contengono arbutina e metil-arbutina che in condizioni fisiche normali vengono regolarmente eliminate impartendo all’urina una colorazione verdognola.

Anche la comunissima verga d’oro (Solivago virgo-aurea), composita delle zone boschive e dei pascoli delle colline e della media montagna, si impiega come diuretico e astringente. La parte usata è generalmente costituita dalle sommità fiorite; tutta la pianta, tuttavia, contiene tannino, una saponina e una piccola percentuale di olio essenziale.
Principi analoghi a quelli dell’uva ursina si trovano nel mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea), ericacea diffusa nelle zone montane dell’emisfero boreale. Le foglie contengono una buona dose di acido tannico, che le rende astringenti, ed inoltre arbutina, vaccinina e idrochinone libero che conferiscono loro proprietà diuretiche, antisettiche e antigottose. Data l’affinità chimica esistente tra il mirtillo rosso e l’uva ursina può essere preparato un decotto con le medesime dosi, vale a dire 30-40 g di foglie in un litro d’acqua da consumarsi nella misura di 2-3 tazze al giorno.

L’uso medico dei frutti del ginepro (Juniperus communio) detti galbuli, ma che generalmente vengono indicati come “bacche”, è molto antico, risalendo a greci, romani e arabi. Catone il Vecchio nel De re rustica si sofferma a parlare delle bacche del ginepro come uno degli elementi fondamentali per una specie di vino con proprietà diuretiche. Anche presso gli egizi erano noti i principi attivi di questo arbusto che oltre ad essere apprezzato per le doti diuretiche, era ritenuto un efficace diaforetico. Oggi le cose non sono molto cambiate e questa cupressacea trova impiego come nel passato; tuttavia, e qui sta l’aspetto nuovo, abbastanza recentemente si sono poste in evidenza nel ginepro anche un’azione balsamica, antireumatica ed in modo particolare antisettica delle vie urinarie. Le parti usate sono costituite dalle bacche che vanno raccolte in autunno ben inoltrato allorquando assumono una. colorazione nera-azzurregnola e hanno press’a poco la grandezza di un pisello. I principi attivi sono dovuti in primo luogo a un olio essenziale presente in una percentuale variabile dallo 0,5 all’I,6%; a questo si aggiungono cere, inosite, resine, nonché una sostanza amara chiamata juniperina.
Con le bacche di ginepro abbastanza di frequente, soprattutto nelle zone di montagna, si preparano infusi o tisane a scopo diuretico.

Mais Licopodio Mercorella

Del mais (Zea mays), ben più noto come cereale di enorme impiego per l’alimentazione umana e, soprattutto, zootecnica, originario dell’America centrale ed oggi ampiamente coltivato in tutte le zone temperato-calde del globo (e nel nostro paese specialmente nella Valle Padana), si usano, per le loro proprietà diuretiche e sedative, i cosiddetti “capelli” che non sono altro che gli stimmi che fuoriescono dalla grossa infiorescenza rivestita di grossolane brattee. Si dovrebbero raccogliere alla fioritura, quando sono, nelle varie cultivars, di colore biondastro o rossiccio, ma per evidenti motivi di praticità si finisce per utilizzare i capelli completamente secchi che si possono ricuperare al momento della raccolta del cereale. Contengono resine, saponine, tannino, acidi grassi e numerose altre sostanze. L’azione diuretica dei capelli, o barbe di mais, è nota fin dai primi decenni del 1700. Sotto forma di decotto o estratto fluido vengono impiegati come diuretici nei casi di edema da insufficienza cardiaca e di idropisia. Sono efficaci anche come decongestionanti in casi di cistiti e cistopieliti. Sono stati usati con successo anche nella cura di gotta, uricemia e artritismo, come disintossicanti e acceleratori del ricambio.

Il licopodio (Lycopodium clavatum) è una pteridofita, e in particolare appartiene alla classe delle Licopodine e alla famiglia omonima delle Licopodiacee. È assai diffuso nei boschi e nei pascoli montani delle regioni fredde e temperate; nel nostro paese è presente sulle Alpi e sull’Appennino settentrionale e centrale, ma solo raramente abbondante. Si ricorda, ormai come nota di curiosità, l’uso che si faceva un tempo della “polvere” di licopodio costituita dalle spore. La polvere serviva dunque per involucrare le pillole, come polvere igienica in sostituzione del talco, per isolare e proteggere piaghe e ferite. Attualmente, per la difficoltà di averlo sterile, non si usa più per questi scopi. Per l’elevato contenuto delle spore in oli essenziali – le spore bruciano infatti con produzione di una fiamma vivida e scoppiettante – il licopodio si usava anche nella preparazione dei fuochi artificiali. Le parti verdi – ed anche quelle di Lycopodium, o Huperzia, selago – contengono invece alcuni alcaloidi ad azione diuretica.

La mercorella {Mercuriali annua) è una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Euforbiacee. Ha un’ampia distribuzione: Europa centrale e meridionale, Asia mediterranea, Nordafrica. Nel nostro paese è comunissima in pianura ed in collina specialmente nei frutteti, nelle colture sarchiate, negli incolti erbosi. È una pianta dioica, cioè con individui maschio ed altri femmina. Vegeta e fiorisce all’autunno e riprende poi in primavera. Della mercorella si usa l’erba intera, che contiene un alcaloide volatile, la mercurialina, un principio amaro e trimetilamina. Secondo alcuni autori bisogna usare preferibilmente l’erba fresca perché con l’essiccamento essa perde gran parte della sua efficacia. L’erba è dotata di proprietà diuretiche e lassative e nella medicina popolare è usata per interrompere la secrezione lattea.

Elicriso Equiseto Olmaria

Pianta molto complessa dal punto di vista farmacologico è l’elicriso (Helicbrysum italìcum), composita la cui area di diffusione è limitata all’Europa meridionale. Facile è individuare l’etimologia dal nome generico: due parole greche, ma chiare, helios cioè sole, e krusos, oro, con evidente allusione ai capolini della pianta che sono di un bel colore giallo brillante. Non può certo dirsi che l’elicriso sia pianta medicinale di recente scoperta, essendo già conosciuta e apprezzata all’epoca greco-romana e ancor più nel medioevo. La novità consiste nel fatto che a partire dagli ultimi decenni non solo sono state confermate le azioni farmacologiche di un tempo, ma altre ne sono state scoperte, per merito inizialmente di un medico condotto toscano, il Santini. La droga è costituita dalle parti erbacee della pianta fiorita che hanno odore caratteristico molto penetrante e aromatico. Essa contiene un olio essenziale, acido caffeico, acido ursolico, resine, mucillagini e sostanze coloranti che nell’insieme prendono il nome di elicrisina. L’estratto fluido, lo sciroppo, l’aerosol, il decotto e l’infuso di elicriso trovano impiego, secondo i casi, nelle malattie dell’apparato respiratorio, nella pertosse e nelle rinopatie, nelle malattie reumatiche e allergiche (asma, orticaria, allergie alimentari), nelle malattie del fegato e delle vie biliari, nelle flebiti, nelle cefalee e perfino nelle ustioni e per curare i geloni.
Con il termine di coda di cavallo vengono contemporaneamente indicate due specie di equiseto, e cioè Equisetum arvense e Equmtum maximum, la cui diffusione interessa i luoghi freschi e temperati di gran parte dell’emisfero boreale. La droga è data dai cauli sterili raccolti durante l’estate; contiene una grande quantità di acido silicico, acido ossalico, acido malico, acido equisetico, equisetina, tannino, resina e materie grasse.
I principi attivi esercitano una notevole azione diuretica, emostatica, rimineralizzante e astringente. Decotti, estratti fluidi e altri preparati trovano impiego nella cura dell’idropisia e delle malattie vescicali e renali, nelle emorragie nasali, bronchiali, emorroidali e uterine.

L’olmaria (Spiraea ulmarìa), o con termine più aulico regina dei prati, è una rosacea a diffusione eurasiatica. Dal punto di vista etimologico il nome scientifico è un insieme di greco e di latino: il nome del genere probabilmente deriva dalla forma attoreigliata dei frutti, mentre quello specifico si ricollega all’olmo, le cui foglie vagamente assomigliano a quelle dell’olmaria. In farmacologia di questa pianta vengono usate di solito le sommità fiorite, che devono essere raccolte all’inizio della fioritura, cioè da giugno ad agosto; tuttavia in commercio si possono trovare ancor più facilmente le foglie e talora anche l’intera pianta, comunque sempre fiorita. I principi attivi sono dati da un glucoside, la gaulterina – che in presenza di un enzima specifico. la gaulterasi, si scinde in glucosio e salicilato di metile – da un olio essenziale, di composizione chimica complessa, e da un altro glucoside, cioè la spiriina. Sotto forma di infuso l’olmaria viene usata per curare reumatismi articolari, gotta e nefriti, e per eliminare edemi, possedendo proprietà antireumatiche, diuretiche, antiidropiche, toniche e astringenti.

Fumaria Capelvenere Dulcamara

Foglie, rametti e soprattutto sommità fiorite della fumaria (Fumaria officinali!), una papaveracea eurasiatica, contengono un alcaloide, la fumarina, acido fumarico, un principio amaro e sostanze resinose. Tali costituenti le conferiscono proprietà depurative, toniche, diaforetiche, che tuttavia non risultano costanti, ma variano col tempo e con l’intensità dell’impiego, mentre la pressione sanguigna subisce una netta diminuzione dopo un primo e non duraturo innalzamento. Per queste ragioni alcune farmacopee ufficiali hanno escluso la fumana dal novero delle piante officinali. Il capelvenere (Adiantum capillus-veneris) è un’elegante felce della famiglia delle Polipodiacee, piuttosto frequente in tutte le regioni temperate e calde del globo. Era già conosciuta presso i romani, e Apuleio e Plinio la menzionano nei loro scritti: il primo paragonando i neri piccioli fogliari, o meglio delle fronde, ai capelli di Venere, il secondo intravedendo nella pianta doti straordinarie per rallentare il processo della caduta dei capelli. Tutta la pianta, che va raccolta all’inizio dell’estate, ha proprietà terapeutiche: i suoi componenti sono acido gallico, tracce di tannino, olio essenziale, mucillagini e zucchero.

L’impiego del capelvenere, attualmente, è ristretto all’uso familiare come blando depurativo e come rimedio per la tosse e il raffreddore, date le sue virtù emollienti e espettoranti. La terapia è basata sulla somministrazione, secondo i casi, di un infuso, uno sciroppo o di un estratto fluido. Fiori violacei con antere giallo carico, frutti bacciformi di un bel colore rosso: ecco come si presenta l’elegante Solarium dulcamara, la dulcamara, solanacea spontanea della flora italiana, comune nei luoghi freschi e umidi, lungo le siepi e nei boschetti dal mare alla regione montana. Meno importante di altre solanacee, sia alimentari – patata, pomodoro, melanzana, peperone – sia medicinali – belladonna, mandragora – la dulcamara era tenuta in gran conto nei secoli scorsi in diverse farmacopee. Oggi il suo impiego a livello familiare si è molto ridotto, mentre industrialmente alcune case farmaceutiche ne usano i principi attivi in determinati preparati. La parte usata della dulcamara è rappresentata dai giovani rametti, chiamati stipiti. Il principio attivo è dato dalla solanina, dalla solaceina che da alla droga un sapore amaro prima e in seguito dolce, e dalla dulcarina.

Dal punto di vista farmacologico la dulcamara possiedeproprietà depurative per il sangue se impiegata con malva, gramigna e bardana; ha pure modeste azioni diuretiche, lassative, diaforetiche, cioè che aumentano la secrezione del sudore, antispasmodiche nei dolori reumatici, stimolanti nei casi di mestruazioni irregolari e espettoranti nelle affezioni bronchiali. La dulcamara esercita inoltre un’azione leggermente anafrodisiaca e ipnotica. Tutte queste doti, tuttavia, sono controbilanciate dal pericolo che si annida nelle rosse bacche della dulcamara, che sono velenose, provocando, se ingerite, morte per paralisi respiratoria in soggetti deboli o in tenera età. Anche forti dosi della droga producono sintomi di avvelenamento, quali vomito, nausea, diarrea, vertigini e sonnolenza. È opportuno quindi considerare Solanum dulcamara pianta da usare con cautela sotto controllo medico.

Borsa del pastore Crespino

La borsa del pastore, o capsella (Capsella bursa-pastora) è una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Crocifere, di taglia assai variabile secondo le condizioni in cui cresce, assai polimorfa – se ne distinguono almeno quattro varietà – e pressoché cosmopolita. È facilmente reperibile negli incolti erbosi, nei rudereti, ai bordi delle vie, negli orti, nelle colture sarchiate. È praticamente inconfondibile per la caratteristica forma triangolare delle sue siliquette. La droga è data dall’erba intera fiorita, privata della radice. Contiene colina, acetilcolina, composti solforati (mercaptani). Per altri composti – tra i quali l’isosolfocianato di allile – i dati sono discordanti. La capsella esplica azioni assai variabili sull’utero: viene usata nella terapia di metrorragie e menorragie, anche se non è noto a quale delle numerose sostanze che contiene si debba attribuire l’azione emostatica. A titolo di curiosità ricordiamo inoltre l’uso delle giovani piante di capsella – le “rosette” fogliari reperibili durantel’inverno e all’inizio della primavera – per la preparazione di sapide minestre paesane primaverili.

Il crespino (Berberis vulgaris), appartenente alla famiglia delle Berberidacee, è un cespuglio di media taglia diffuso in boschi, macchie e siepi d’Europa e d’Asia. Nel nostro paese è presente in boschi, macchie e siepi montane e talora anche in pianura come nel bosco della Mesola, in provincia di Ferrara, e nelle pinete di Ravenna. La sua maggior fama gli deriva forse, più che dalle sue qualità medicinali, dall’essere T’ospite intermedio” della ruggine del grano, una tra le malattie crittogamiche delle piante coltivate più temuta fin dall’antichità. La droga, data dalla scorza della radice e dei rami, contiene svariati alcaloidi – berberina, berberribina, palmatina, ossicantina – e tannino. Il crespino, associato ad altre droghe ad azione analoga come cipresso, amamelide, idraste, viene usato come emostatico nella cura di metrorragie e come astringente.
Possiede inoltre svariate altre proprietà, come deprimente respiratorio e stimolante cardiaco, vasodilatatore e ipotensivo, blando anestetico. È dotato anche di proprietà antiprotozoarie (leishmaniosi, malaria, tripanosomiasi) e batteriostatica sia nei confronti di parassiti dell’uomo (stafilococchi vari, carbonchio, bacillo della tubercolosi) che delle piante. I frutti, di un bel rosso corallo, ricchi di zuccheri e di acidi organici – malico, citrico, tartarico – servono per preparare sciroppi e bibire vitaminiche e rinfrescanti.

Camomilla Senecione Tanaceto

Pur perdendosi nella notte dei tempi l’uso della camomilla, Matricarìa chamomilla, delle Composite, tanto da essere una delle piante medicinali di più largo consumo nelle varie farmacopee, non sono ancora del tutto chiare le sue molteplici azioni farmacologiche e i numerosi principi attivi che le determinano. Come ben si sa con la camomilla, anzi con i capolini o con i fiori staccati che vanno raccolti quando non sono troppo schiusi e con gambo corto, si possono preparare infusi e tisane, nonché vari tipi di estratti. Le loro azioni terapeutiche sarebbero dovute fondamentalmente alla presenza di un olio essenziale, l’azulene, di un principio amaro, l’acido antemico, e di un glucoside. Il principio attivo di maggior interesse farmacologico sarebbe comunque l’azulene, la cui azione sedativa è particolarmente efficace nei casi di ipereccitabilità nervosa, quella antispasmodica nei disturbi dell’apparato gastro-intestinale e annessi (gastrite, enterite, dismenorrea), mentre quella emmenagoga da buoni risultati nei casi di amenorrea dipendente da turbe nervose.

Pianta senza eccessive pretese dal punto di vista estetico, qualcuna in più ne accampa invece in fitoterapia il senecione (Senedo vulgaris), composita la cui presenza nei luoghi incolti, lungo le strade e i sentieri ben difficilmente può passare inosservata anche ai meno esperti di botanica. L’impiego terapeutico di questa specie, alla quale un tempo erano attribuite azioni emollienti, rinfrescanti, antiemorragiche, nonché antispastiche, va oggi molto limitato e prescritto con cautela. La parte sotterranea della pianta più ancora di quella aerea contiene infatti la senecionina e la senecina. La prima, che è un alcaloide, è altamente tossica tanto da poter procurare in dosi sperimentali gravi disturbi all’intestino, allo stomaco, al fegato, mentre la seconda, che si può considerare un principio resinoso, avrebbe un’azione digitalica. Fin dall’inizio del secolo scorso però, come del resto anche attualmente, del senecione venivano messe in evidenza le proprietà emmenagoghe tanto da esser consigliato per curare casi di amenorrea e dismenorrea. Secondo il Negri « il principio attivo ad azione emmenagoga ed emostatica sarebbe un liquido viscoso di odore caratteristico e che da le reazioni di una combinazione non satura di carbonio e di un gruppo aromatico ».
La funzione mestruale molto spesso è accompagnata da disturbi collaterali o da fenomeni dolorosi. L’estratto fluido di senecione, oltre a regolarizzare nei casi difficili il flusso sanguigno, rende più sopportabili quelle manifestazioni tipiche appunto della crisi mensile.
La presenza di tanacetone, ossia di un olio etereo, rende assai tossico e pertanto quasi bandito dalla nostra farmacopea il tanaceto (Tanacetum vulgare), appartenente come i precedenti alle Composite.
Le parti usate di questa pianta, che rappresentano la droga, sono costituite dalie sommità fiorite e dalle foglie. Un tempo in terapia il tanaceto era impiegato, oltre che per le sue proprietà balsamiche, espettoranti, febbrifughe e antielmintiche, per quelle eccitanti l’utero e emmenagoghe nei casi di mestruazioni irregolari e dolorose.

Pallone di maggio Camepizio Tasso

II pallone di maggio (Viburnum opulus) appartiene alla famiglia delle Caprifogliacee. È un grosso cespuglio e nel nostro paese cresce nei boschi umidi, nelle siepi, nei luoghi paludosi della Pianura Padana e zone adiacenti.
Coltivata a scopo ornamentale è la forma a fiore doppio, però sterile.Se ne usa la corteccia che contiene un principio amaro, la viburnina, tannino. acidi organici. Esplica, analogamente al congenere Viburnum prunifolium del Nordamerica, un’azione spasmolitica e sedativa a favore dell’utero.
Viene pertanto usato nella pratica ginecologica come emmenagogo, nella terapia dei disturbi della menopausa e come antiabortivo, Viburnum lantana viene invece usato come collutorio.

Il Camepizio (Ajuga chamaepitys) è una piccola pianta erbaceadiffusa in Europa, Asia e Africa settentrionale. Nel nostro paese è abbastanza comune specialmente nei seminativi e fiorisce quasi tutto l’anno. Appartiene alla famiglia delle Labiate. È stato usato in passato come diuretico e antiartritico e viene usato, secondo il Lodi, nella montagna bolognese come emmenagogo. Sono vecchie tradizioni che meriterebbero una conferma o comunque una risposta dalla scienza ufficiale.

Il tasso (Taxus baccata), noto anche sotto il lugubre nome di albero della morte, una conifera – un po’ sui generis, però, visto che non porta coni – appartenente alla famiglia delle Taxacee, è senz’altro conosciuto da tutti perché ampiamente coltivato nei parchi e nei giardini, anche in quelli all’italiana perché docile alle potature. Specie dell’intero emisfero boreale, allo stato spontaneo è presente qua e là nel nostro paese sulle Alpi, sugli Appennini, nel Gargano (nella famosa Foresta Umbra), nelle isole, particolarmente in Sardegna. È un albero sempreverde di taglia non eccessiva, a fogliame scuro e a corteccia di colore tipicamente ramato.
Foglie e giovani rami contengono gli alcaloidi tassina e milossina e il glucoside tassicatina. Nella medicina popolare furono usati soprattutto come emmenagoghi e come abortivi. Per la loro collaterale azione cardiaca entrarono anche in infusi come succedanei della digitale. Il rosso arillo che avvolge i semi e matura sul finire dell’estate è dolcissimo e assai appetito dagli uccelli, che provvedono così alla disseminazione della specie tutt’intorno ai parchi ove è coltivata. Può essere impunemente mangiato con l’avvertenza però di non inghiottire il seme, velenoso anche per l’uomo. Sulla velenosità del tasso nei confronti degli animali domestici esistono numerose testimonianze: avvelenamenti di cavalli, muli, pecore, bovini. Certo però è che lo scrivente ha notato in talune zone montuose della Lucania (Monte Alpi) alberetti di tasso “potati” dalle capre, e se una azione velenosa ci fosse stata, sarebbe stata senz’altro notata dai pastori. Evidentemente questa velenosità, almeno a piccole dosi, non è così assoluta come si crede. Nei casi di avvelenamento riscontrati in donne sottopostesi a pratiche abortive o in ragazzi che si erano golosamente e imprudentemente cibati di arilli ingoiando anche i semi sono stati osservati vomito, coliche, vertigini e perdita dei sensi con indebolimento del polso e dell’attività respiratoria fino alla paralisi. Per la cura si usano purganti, lavande gastriche e si somministrano analettici.

Violacciocca gialla Sabina Segale cornuta

Cheiranthus cheiri, la cosiddetta violacciocca gialla, è un piccolo suffrutice appartenente alla famiglia delle Crocifere. Di origine mediterraneo-orientale, da noi è spesso coltivata a scopo ornamentale (fiorisce proprio all’inizio della primavera) e si è inselvatichita su rupi o vecchi muri. Le parti verdi contengono un glucoside poco noto detto cheirantina; i semi un altro glucoside detto glucocheirolina. Per la ben nota teoria della segnatura la pianta fu usata in passato nella cura dell’itterizia a causa del colore dei suoi fiori. I semi hanno proprietà abortive.

La sabina (Juniperus sabina) è un piccolo arbusto, appartenente alla famiglia delle Cupressacee, a portamento il più delle volte strisciante, raramente eretto e ancor più raramente della taglia di un piccolo alberetto. È specie dell’Europa centro-meridionale e nel nostro paese è spontanea, ma poco frequente, nei boschi radi e soleggiati del Trentino e di altre parti del Veneto e più raramente anche dell’Appennino ligure, centrale e meridionale. Se ne usano i giovani rami rivestiti di foglie.
Contengono un olio essenziale ricco soprattutto dell’alcool terpenico sabinolo, diversi terpeni, altri alcoli e numerose altre sostanze. La sabina era già nota – sia per le proprietà medicinali che per la velenosità – nel mondo greco e romano. Dioscoride e Plinio già le riconoscevano proprietà abortive ed emmenagoghe e nel medioevo ebbe addirittura l’onore di figurare nel “capitolare” con cui Carlo Magno ordinava ai suoi sudditi di coltivare determinate piante medicinali. Anche ai nostri giorni pare sia ancora usata nella medicina popolare di certi paesi nord-europei, ma la sua pericolosità è tale da sconsigliarne l’uso nella medicina umana. Ha invece interessanti applicazioni in medicina veterinaria.

La segale cornuta è costituita da speciali corpiccioli fusiformi detti sclerozi e prodotti da un fungo parassita, Claviceps purpurea, sulla segale e, talora, anche su altre graminacee. La droga è data appunto dagli sclerozi che costituiscono la forma di resistenza nel complesso ciclo biologico del fungo. Contiene numerosissimi alcaloidi raggruppabili nei tre gruppi dell’ergotamina, ergotossina ed ergometrina, e, inoltre, acido lisergico, grassi, pigmenti e molte altre sostanze. Pare che il suo uso sia stato sconosciuto ai popoli antichi eccetto che ai cinesi, anche se talune citazioni – peraltro non sufficientemente indicative – della Bibbia e di altri libri sacri fanno pensare che già si avesse qualche nozione di essa.
Ben noti invece da tempo sono gli effetti dell’avvelenamento per ingestione di pane confezionato con farine inquinate dagli sclerozi, avvelenamento che si manifesta in due forme e cioè acuta (o convulsiva) e cronica (o gangrenosa). Da un punto di vista farmacologico dobbiamo rilevare che l’azione della segale cornuta sulla muscolatura liscia può provocare – oltre alla mancata irrorazione degli arti inferiori -un’azione contratturante a carico dell’utero con conseguenze abortive; ha però anche utili possibilità di applicazione per frenare le pericolose emorragie post-partum in uteri atonici.

Cipolla Ortiche Mirtillo nero

La cipolla (Allium cepa) è una pianta erbacea bulbosa originaria della Persia e del Belucistan e largamente coltivata in tutto il mondo in numerose cultivars con bulbi di taglia, forma e colore assai diversi.
Appartiene alla famiglia delle Liliacee. I bulbi della cipolla che costituiscono la droga, esplicano svariate funzioni. Sono dotati di proprietà coleretiche (dovute alla presenza di sostanze cinarosimili come gli acidi caffeico e clorogenico), diuretiche e decloruranti, batteriostatiche, vasodilatatrici e ipoglicemizzanti. Non è da trascurare inoltre la benefica azione regolatrice intestinale dovuta all’abbondante presenza di pectine e mucillagini.
Delle ortiche possono essere utilizzate varie specie: in particolare, anche per la facilità di raccolta, Urtìca dioica, pianta erbacea perenne diffusa nelle regioni temperate del vecchio mondo e naturalizzata in America ed Australia; Urtica urens, pianta annuale di più modeste dimensioni, diffusa nelle regioni temperate dell’emisfero settentrionale;

Urtica pilulifera, annuale o biennale, tipica di rudereti e macerie e diffusa nell’Europa occidentale e nella regione mediterranea. Il genere Urtica appartiene alla famiglia delle Urticacee. La droga è data dalle foglie o dall’erba intera fiorita o, nelle specie perenni, anche dai rizomi, raccolti in autunno.
Nelle foglie è stato riscontrato un elevato contenuto di proteine, olio essenziale, acido formico e acetico, fitolo, carotinoidi, vitamine (acido pantotenico, C, 62, K, acido folico), tannino, cere e mucillagini. Anticamente l’ortica era già nota non solo come pianta medicinale ma anche alimentare – quest’uso è tuttora in voga in alcune regioni italiane, come il Piemonte – e, le forme perenni e di maggior taglia, anche come piante tessili.
Da un punto di vista terapeutico l’ortica era usata esternamente per produrre le “urticazioni”, irritazioni cutanee estese ed atte, si riteneva, a risolvere stati comatosi e letargici; in alcune malattie infettive, come colera e tifo, e a scopo revulsivo. In seguito le vennero riconosciute numerose altre proprietà: astringenti e antidiarroiche, efficaci nella cura delle enteriti (decotto), emostatiche (uso già noto dal ‘600), ematopoietiche, cardiotoniche e ipertensive, diuretiche e decloruranti, galattogene e, infine, ipoglicemizzanti. Sarebbe auspicabile una maggiore sperimentazione e utilizzazione dell’ortica che oggigiorno viene usata quasi esclusivamente per uso esterno nella preparazione di lozioni antiseborroiche ed antiforfora.

Il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) è un piccolissimo arbusto caducifoglio diffuso nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Nel nostro paese è reperibile nei boschi montani – castagneti, faggeti – e nelle praterie di vetta sulle Alpi e sull’Appennino settentrionale e centrale, fino al Monte Vettore. Appartiene alla famiglia delle Ericacee. La droga è data dalle foglie e dai frutti. Contengono tannino, zuccheri, pectine, svariati acidi organici (citrico, malico, succinico, ossalico), antociani (mirtilline a e b).
I frutti del mirtillo, ben noti anche a scopo alimentare, sono dotati di proprietà toniche, astringenti e antisettiche e sono indicati in casi di diarrea, come antiemorroidari, per irrigazioni della mucosa nasale, per la cura di forme piodermitiche; le foglie contengono principi ipoglicemizzanti, antireumatici e antiuricemici.

Galega Anice stellato Pinocchio

La galega (Galega officinalis), appartenente alla famiglia delle Leguminose, è una pianta erbacea perenne di grande taglia diffusa nell’Europa  centro-meridionale e nell’Asia occidentale. Nel nostro paese è abbastanza comune nei luoghi erbosi – prode di fossati, scarpate -specialmente se umidi. La droga, data dall’erba intera, contiene l’alcaloide galegina, acido ascorbico, arginina, guanidina e nei semi anche galuteolina. L’azione galattogena della galega, già adombrata nel nome scientifico datole da Linneo, deve essere evidentemente nota da maggior tempo di quanto non ammettano alcuni testi che ne farebbero risalire la scoperta al secolo scorso. Questa azione, tuttavia, è ritenuta abbastanza generica e comune del resto ad altre Leguminose, e non sempre viene confermata anche se non si può escludere un’azione favorevole sulla circolazione sanguigna della ghiandola mammaria che rende anche ragione dello sviluppo del seno indotto dall’uso della galega. È dotata inoltre di proprietà ipoglicemizzanti.

L’anice stellato, o badiana della Cina (lllicium verum) è un albero di una decina di metri originano della Cina meridionale e dell’Indocina dove è anche coltivato; appartiene alla famiglia delle Magnoliacee. La droga è data dai frutti – Anisi stellati fructus – foggiati caratteristicamente a stella e costituiti da un numero variabile, intorno all’otto, di follicoli contenenti ciascuno un seme. I frutti contengono olio essenziale costituito soprattutto da numerosi terpeni, anetolo e altri alcoli, e inoltre grassi, resine, tannino e saponine. Le applicazioni terapeutiche dell’anice stellato sono molteplici. Si usa ampiamente in liquoreria (liquori dolci tipo sambuca o anisetta), come correttivo nella tecnica galenica, come carminativo, stomachico, stimolante della peristalsi, antispasmodico per stomaco e intestino e espettorante, mentre nella medicina popolare è anche usato come galattogeno.

Il finocchio (Foeniculum officinale, o Foeniculum vulgarè) è una pianta erbacea] di grossa taglia, assai polimorfa, ampiamente diffusa nella regione mediterranea e in Europa, e anche estesamente coltivata come verdura. Nel ambito si possono annoverare la varietà capillaceum (finocchio selvatico),
perenne, presente nella penisola e nelle isole dell’Istria (incolti erbosi, scarpate, bordi delle vie); le forme annue sativum, coltivato per gli acheni aromatici e dulce, coltivato come verdura per le grosse guaine fogliari carnose eduli. La varietà piperitum, a distribuzione mediterranea, perenne, con frutti a sapore acre e sgradevole, è da taluno ritenuta buona specie a parte. Del finocchio si usano le radici, dotate di proprietà diuretiche, e i frutti comunemente ed impropriamente detti semi – foeniad fructus – che contengono olio essenziale ricco soprattutto di anetolo e di numerosi altri alcoli, terpeni, aldeidi. I frutti del finocchio – oltre che in liquoreria e in pasticceria e ai vati usi di cucina come aromatizzanti di fichi secchi, salumi, antipasti – sono dotati di numerose proprietà: stimolanti della digestione, carminative, pare emmenagoghe, batteriostatiche ed eccitanti della secrezione salivare e lattea. La radice del finocchio, inoltre, si usa come diuretico.

Noce Consolida maggiore Camomilla romana Occhio di bue

Proprietà astringenti e che facilitano la cicatrizzazione di ferite possiede il noce (Juglans regia), pianta arborea di gran lunga più rinomata in campo alimentare e in quello industriale del legno. Originario probabilmente dell’Asia occidentale, il noce è stato diffuso rapidamente per coltura in quasi tutte le regioni temperate del globo. In farmacologia vengono usate le foglie che, raccolte all’inizio dell’estate e private della rachide, vanno fatte essiccare molto rapidamente all’ombra in modo che non anneriscano. Esse contengono tannino, un olio essenziale, vitamina C e juglone. una sostanza con proprietà purgative. Estratti o infusi di noce, grazie alle loro virtù astringenti, risultano efficaci in persone linfatiche 0 affette da scrofolosi. Lavature o irrigazioni nasali, uretrali, vaginali e del cavo orale combattono eritemi e fenomeni dermopatici di varia natura.

La consolida maggiore (Symphytum officinale), una borraginacea molto frequente nei luoghi erbosi dal mare alla mezza montagna, è pianta il cui impiego officinale risale ai greci e ai romani. La prova è data dal nome di significato pressoché uguale nelle due lingue (symphyton, cioè tengo insieme, consolido) dal quale derivano l’italiano e il francese consolida. In effetti gli antichi attribuivano a questa specie capacità di arrestare gli sputi sanguigni o altri fenomeni legati a malattie bronchiali e polmonari. Tale fama, accompagnata da quella che esaltava la consolida come pianta capace di cicatrizzare ferite e ulcere, di arrestare metrorragie e emorragie, di ridurre emorroidi, ci è confermata da Dioscoride e Galene per quel che riguarda l’antichità e da numerosi botanici erboristi per il medioevo.
La consolida cadde poi nell’oblio e solo recentemente le furono attribuite tutte quelle virtù terapeutiche per cui andava fiera in passato.
I principi attivi, contenuti nel rizoma, sono dati dall’allantoina, presente in quantità inferiore all’I%, da mucillagini e gomma, da tannino, da sostanze resinose e da poco olio essenziale. Le proprietà cicatrizzanti e astringenti tipiche della pianta sono dovute all’effetto combinato dell’allantoina, delle sostanze tanniche e delle mucillagini. Mediante applicazione di cataplasmi a base di radice schiacciata o grattugiata trovano sollievo pazienti afflitti da piaghe, ulcerazioni, ragadi, emorroidi, o colpiti da fratture in via di consolidamento.

Un’attività farmacologica molto complessa è attribuita alla camomilla romana (Anthemis nobilis), una composita originaria dell’Europa occidentale e largamente coltivata anche nelle nostre regioni. Oltre a possedere proprietà amaro-toniche e antispasmodiche, è in grado di favorire il flusso mestruale e di agire come astringente, cicatrizzante e antiflogistico. I capolini e i fiori staccati contengono azulene, una sostanza, anche se non del tutto accertato, che agirebbe in tal senso.

Proprietà del tutto simili si possono ritrovare in Anthemis tinctoria, l’occhio di bue, composita dai capolini gialli che viene talora usata quale succedaneo della camomilla romana.

Betonica Mirto Calendola

Per indicare una persona invadente e che sa tutto di tutti si ricorre talora alla frase: « è come l’erba betonica » o « è come la betonica »,
È assai chiaro il riferimento alla betonica (Stachys officinali*), labiata abbastanza comune, ma non così frequente e tanto appariscente da meritarsi un simile accostamento. La droga è data praticamente dall’intera pianta, anche se generalmente in erboristeria vengono usate le foglie.
Esse contengono alcaloidi, tannino, sostanze amare, gomma, resine, un olio essenziale e altri principi che esercitano azione tonica, aperitiva, carminativa, cioè che promuove l’eliminazione dei gas intestinali, cicatrizzante e astringente. Infusi, polveri e tinture vengono preparate per curare il catarro, la flatulenza, le affezioni dell’apparato urinario. Per uso esterno la betonica viene impiegata per cicatrizzare piaghe ed ulcere varicose.

Il mirto (Myrtus communi*) porta con sé una lunga tradizione. Sicuramente già conosciuto dagli egiziani e utilizzato dagli ebrei in particolari cerimonie, il mirto godette grande notorietà presso greci e romani. Gli eroi, dopo il trionfo, venivano incoronati con serti di mirto e le giovani spose portavano piccole corone di questo arbusto considerato simbolo della bellezza, dell’amore e della verginità. Per quanto miti, tradizioni e letteratura si siano occupati ampiamente del mirto, dal punto di vista farmacologico i suoi principi attivi sono conosciuti da non più di due secoli. La droga è costituita dalle foglie e secondariamente dai frutti: essi contengono un principio amaro, sostanze resinose, una buona quantità di tannino e un olio essenziale tra i cui componenti ricordiamo il mirtolo e il mirtenolo. La presenza del tannino garantisce proprietà astringenti, mentre l’olio essenziale svolge azioni antisettiche e emostatiche oltre che stimolanti la digestione. Decotti e sciroppi a base di mirto vengono impiegati per curare bronchiti e affezioni respiratorie, nonché nei disturbi emorroidali. Per uso esterno viene preparato un decotto la cui efficacia è apprezzabile per curare piaghe e affezioni cutanee.

È chiaramente di origine latina il nome di Calendula officinalis la calendola o fiorrancio, cioè fiore di colore aranciato. L’etimologia ci riconduce al termine calendae con il quale i romani indicavano il primo giorno di ogni mese. Ben azzeccato è il nome di questa pianta, perché tra le numerose proprietà medicinali quella emmenagoga, cioè che promuove le mestruazioni, sembra essere la più rilevante, e ben si sa che il ciclo mestruale ha periodicità pressoché mensile, come del resto quasi mensilmente fiorisce la calendola. Di questa composita, che cresce nei luoghi erbosi coltivati dal mare all’orizzonte submontano, in farmacologia sono impiegate le foglie e i fiori che vengono fatti essiccare al sole. Essi contengono un olio essenziale, una sostanza amara la cui composizione chimica non è stata ancora chiarita, una sostanza colorante, vitamina C, saponine, acido malico e altro. Farmacologicamente la calendola agisce come antispasmodico, colagogo, emmenagogo nei casi di amenorrea e dismenorrea, ed è anche un buon cicatrizzante. L’uso di tintura o dell’estratto di calendola una settimana prima dell’inizio del flusso mestruale risulta assai efficace come regolatore e analgesico.

Bardana Betulla Linaiola

La bardana (Arctium lappa) è una delle piante di più vecchio uso nella medicina popolare, mentre in campo strettamente medico un certo scetticismo ha sempre aleggiato sulle sue effettive proprietà farmacologiche. Di questa composita viene impiegata la radice che va raccolta nell’autunno del primo anno: è carnosa, cilindrica, piuttosto fragile, di sapore dapprima dolciastro e quindi tendente all’amarognolo. Allo stato fresco si è dimostrata più attiva, ciò nonostante si può conservare per un tempo piuttosto limitato dopo averla ben essiccata a 30-35 “C. I principi attivi in essa contenuti fanno della bardana una pianta ad azione depurativa del sangue, con proprietà diuretiche, diaforetiche, colagoghe e ipoglicemizzanti. Dove attualmente Arctium lappa trova maggior credito è nel trattamento della foruncolosi, oltre che per applicazioni esterne per combattere seborrea, eczemi ed acne. Infatti fin dall’inizio del secolo, e poi successivamente confermata, venne messa in risalto un’azioneantibiòtica su alcune specie di stafilococco. I risultati nei casi di foruncolosi, è bene dirlo, si ottengono dopo un uso piuttosto prolungato di prodotti ricavati da radice di bardana, in genere l’estratto fluido, ed in dosi relativamente elevate.

La betulla (Betula alba) appartiene ad un genere, Betula appunto, che comprende una cinquantina di specie diffuse perlopiù nelle regioni fredde e temperate fredde dell’emisfero boreale ed in particolar modo in quella dell’Asia orientale e dell’America boreale. Betula alba ha nella tundra
siberiana e nelle lande nordiche il suo habitat naturale, tuttavia in piccoli popolamenti è possibile incontrarla anche sulle Alpi e sugli Appennini.
Generalmente della betulla si apprezzano le qualità del legno, elastico e di discreta durezza, utilizzato per far ruote, timoni, cerchi per botti e a livello artigianale per costruire cucchiai, forchette, piatti, oggetti leggeri e solidi nello stesso tempo. Ma alla stessa pianta vengono attribuite proprietà farmacologiche i cui principi attivi sono presenti nelle foglie e nella corteccia. Le prime, raccolte in primavera, hanno sapore amarognolo e sono leggermente aromatiche. Esercitano, per mezzo dei loro preparati, un’energica azione diuretica, un’attività coleretica e antisettica su alcuni batteri e vengono impiegate in particolari casi in cui sia necessario ridurre stati edematosi. Invece mediante distillazione secca della corteccia si ricava un catrame, indicato usualmente come “olio di betulla”, il cui impiego è particolarmente efficace per curare affezioni croniche della cute. Ricorderemo ancora che l’uso del carbone, ottenuto dal legno e betulla e finemente polverizzato, può essere proficuo nei casi di dispepsie a livello gastro-intestinale spesso rese manifeste da fenomeni di meteorismo. Il suo potere assorbente è infatti alquanto elevato.

La presenza nelle foglie e nei fiori della linaiola (Linana vulgarìs) di numerosi glucosidi e di alcuni acidi organici offre anche a questa
pianta la possibilità di inserirsi tra quelle i cui preparati sono raccomanda nei disturbi delle vie urinarie. Contemporaneamente con foglie e fiori vengono preparate pomate che pongono rimedio ad alcuni casi di foruncolosi, di fistole e di stati emorroidari.

Fior di stecco Veratro bianco Cicuta

Daphne mezereum è il fior di stecco, una timeleacea a diffusione eurasiatica. Il nome italiano mette in evidenza che sulla pianta sul finire dell’inverno compaiono i fiori prima delle foglie. Più interessante è l’etimologia latina, un miscuglio di greco e di arabo, di mitologia e di presagi funesti: Daphne è la fanciulla che inseguita da Apollo si trasforma in alloro, mezereum è termine arabo che significa “che uccide”, con allusione alla velenosità della pianta. Un tempo essa godeva fama di specie medicinale, e come tale ne parlano Galene, Teofrasto, Dioscoride. Ma già Pier Andrea Mattioli nel XVI secolo mette in guardia i suoi contemporanei sulla tossicità di Daphne, che attualmente non viene più usata per uso interno – come depurativo e antireumatico – mentre esternamente viene usata con molta circospezione e sotto controllo medico. La droga è costituita dalla corteccia raccolta in lunghe strisce in autunno, o secondo alcuni autori in primavera. Essa, contenendo una sostanza resinosa acre e irritante, per uso esterno si comporta da energico vescicatorio, mentre un tempo dalla stessa veniva preparata una polvere che agiva da potente starnutatorio. Ricordiamo infine che i piccoli frutti, drupe scarlatte, per quanto belli e invitanti, vanno esclusivamente ammirati: il loro sapore è bruciante e l’ingestione di una decina di essi provoca un avvelenamento spesso mortale.

Il veratro bianco (Veratrum album), indicato in alcuni testi come elleboro bianco, è una liliacea velenosa dell’Eurasia temperata che non ha niente a che vedere con il vero elleboro, ranuncolacea dell’orizzonte submontano. Veratrum in latino vuoi dire “veramente nero”, con evidente riferimento al rizoma, che è la parte della pianta ricca di principi attivi e che costituisce la droga. Raccolto in autunno, tagliato a pezzi e seccato, il rizoma contiene un buon numero di alcaloidi, tra cui la jervina, la rubijervina, la protoveratrina, un glucoside amaro, zuccheri, grassi, resine.
Il veratro bianco agisce sul sistema cardiovascolare e respiratorio,sull’apparato renale, sulla muscolatura scheletrica e su quella liscia, sul sistema nervoso e sulla regolazione termica. In sede locale – cute, mucose – si comporta come revulsivo, anestetico e buon starnutatorio.

Non ha bisogno di presentazione la cicuta (Conium maculatum), un’ombrellifera del vecchio mondo, se non altro perché è noto che i greci con i suoi frutti preparavano il veleno per i condannati a morte, il più illustre dei quali fu Socrate. Anticamente la cicuta veniva impiegata come antispasmodico, narcotico e antitetanico: numerosi casi di avvelenamento hanno in seguito consigliato di togliere questa pianta dalla farmacopea popolare. La droga è costituita praticamente da tutta la pianta, in particolar modo dalle foglie e dai frutti. Solo con un costante controllo medico possono essere preparati per uso interno infusi, estratti fluidi e tinture per curare tosse asinina, nevralgie, tetano, asma, epilessia e tosse convulsa, nonché il parkinsonismo post-encefalico. Più comune l’uso esterno. dove vengono sfruttate le proprietà anestetiche e vescicatorie delle foglie con le quali si preparano cataplasmi, impiastri e pomate per nevralgie, ingorghi ghiandolari, ulcere scrofolose e per combattere l’herpes zoster.

Pervinca Erba cimicina

Le due piante a fianco raffigurate, e cioè la pervinca e l’erba cimicina, 0 cicuta rossa, un geranio selvatico che strofinato emana un odore disgustoso, appartengono a quel gruppo di vegetali stimati un tempo per le loro virtù terapeutiche e oggi inesorabilmente caduti nell’oblio.
L’etimologia del termine pervinca, o vinca secondo la grafia latina, è senza dubbio connessa con il verbo vincere: gli antichi, infatti, dicevano un gran bene di questa apocinacea capace di aggredire, debellare e quindi vincere le malattie. Accanto a questa versione strettamente terapeutica ve n’è un’altra molto più poetica e legata alla bellezza del fiore che ogni anno, lottando e vincendo gli ultimi rigori invernali, orna con le vivaci corolle i luoghi selvatici ravvivando del caratteristico colore blu un ambiente ancora avaro di vita vegetale in cui prevale la triste impronta dell’inverno appena passato. Non sono però i fiori dalla corolla a preflorazione contorta che interessano, o meglio interessavano, la farmacologia; i principi attivi, invero assai numerosi, la cui efficacia poteva riguardare parecchie parti dell’organismo, sono contenuti nelle foglie dalla forma ellittico-lanceolata, dalla consistenza piuttosto coriacea, dal colore verde scuro, dall’odore erbaceo e dal sapore amaro astringente. Esse sono ricche di un glucoside amaro, astringente, di color giallo, che prende nome di vincina o vincosina, sono fornite di almeno tre alcaloidi – ricordiamo la vinina e la pubescina – e inoltre contengono una saponina e una buona quantità di sostanze pectiche etanniche. I preparati a base di foglie di pervinca hanno trovato impiego sia per uso esterno sia per via interna. Doti di collutorio hanno le decozioni di pervinca nelle infiammazioni della bocca e delle prime vie orali: le virtù terapeutiche di questo liquido si possono osservare curando con impacchi superfici cutanee colpite da « esantemi umidi » (Negri). Ancor più numerose sono le proprierà delle foglie della pervinca tramite preparati da impiegare per via interna. Toniche e diuretiche, depurative e antiscorbutiche, hanno trovato applicazione nella cura di catarri cronici, nelle infiammazioni delle vie gastro-enteriche, nell’ematuria, nell’enterite e nella diarrea, nelle febbri intermittenti e perfino in casi di tisi.
C’è da aggiungere inoltre la convinzione popolare che i prodotti a base di pervinca possano in qualche modo interrompere la portata lattea.
Come si vede questa pianta godeva di una certa fama dovuta ai suoi “mille usi”; oggi non più. Proprietà antimitotichepossiede invece Vinca rosea, la pervinca rosea (vedi).

Accanto alla pervinca possiamo collocare per analogia molte specie del genere Geranìum che contengono press’a poco gli stessi principi attivi. Più di ogni altro forse interessa Geranium robertianum, l’erba cimicina, o cicuta rossa, propria di stazioni ombrose; la pianta fiorita contiene un principio amaro, chiamato geraniina, e inoltre resina, sostanze tanniche, acido ellagico e in buona percentuale un olio etereo. L’estratto fluido o l’infuso è un buon collutorio per stomatiti e per gargarismi nelle angine.
Inoltre con la decozione si possono preparare impacchi assai efficaci nelle contusioni: questo uso è di origine antichissima, dato che l’erba cimicina è stata sempre ritenuta un’ottima vulneraria.

Persicaria Achillea

Le varie entità note sotto il nome italiano di persicaria, o pepe d’acqua (Polygonum hydropiper, Polygonum lapatbifolium e Polygonum persicaria, ritenuta una sua varietà) non godono di uguale credito tra i vari autori. Alcuni infatti escludono espressamente dal novero delle forme utilizzabili Polygonum lapatbifolium e forme affini; per altri, invece, tutte queste specie hanno proprietà analoghe. Si tratta di piante appartenenti alla famiglia delle Poligonacee, ad amplissima diffusione – quasi cosmopolita Polygonum lapathifolium; assai diffuso nelle regioni temperate dei due emisferi Polygonum hydropiper – molto comuni nel nostro paese nei luoghi umidi, scoline, bordi di fossati, greti di fiume e anche negli incolti e nei depositi di macerie. Della persicaria – nome attribuitole per la rassomiglianza della forma delle foglie con quelle del pesco – si usano le parti aeree o le sole foglie.
In particolare Polygonum hydropiper contiene flavonoli – iperina, quercitrina, rutina, quercetina, persicarina e altri ancora – e inoltre glucosidi, acidi organici, tannino, un olio etereo e altre sostanze. Le sue proprietà emostatiche, ad ampio spettro di azione in casi di emottisi, metrorragie, emorragie emorroidarie, erano ben note agli antichi medici per la paracelsiana teoria della segnatura – ma le grosse macchie porporine sono presenti soprattutto su Polygonum lapathifolium – ed è sorprendente rimarcare come la più fantastica e infondata delle teorie abbia avuto di tanto in tanto insospettate conferme alla prova delle più rigorose indagini cliniche. Secondo alcuni autori tali proprietà sono dovute ai contenuti glucosidici, mentre Folio essenziale avrebbe proprietà ipotensive. I preparati di pepe d’acqua sono inoltre dotati di una leggera azione revulsiva, per cui vengono associati ad altri composti per preparare lozioni anticalvizie.

Achillea millefolium, volgarmente detta achillea o millefoglie, è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Composite e diffusa in tutta l’Europa, l’Asia medio-occidentale, la Siberia, l’America settentrionale. Nel nostro paese è comunissima pressoché ad ogni quota, dal mare alla montagna, nei luoghi erbosi, scarpate, argini, incolti, prati. Rifiorisce ripetutamente durante l’anno specialmente se sottoposta a sfalcio. La droga è data dalle foglie caratteristicamente frastagliate e soprattutto dalle sommità fiorite. Contiene olio essenziale composto a sua volta da cineolo, limonene, tujone, borneolo, acidi organici – salicilico, formico, acetico, valerianico – eazuleni. L’achillea è dotata di molteplici proprietà tra le quali la tradizione ci raccomanda quelle cicatrizzanti cutanee e antiemorragiche, alle quali deve il nome scientifico e volgare. La leggenda vuole infatti che il centauro Chitone, già guarito da una ferita ad un piede grazie all’applicazione di foglie di centaurea minore (vedi), curasse con Achillea millefolium le ferite di Achille. Altre proprietà che caratterizzanol’achillea sono quelle coleretiche, tonico-stomachiche, antispasmodiche e, scoperte ultimamente, anche antibatteriche. Attualmente, tuttavia, l’achillea è usata quasi esclusivamente come amaro-aromatico e viene impiegata soprattutto in liquoreria.

Sigillo di Salomone Giglio Arnica

II sigillo di Salomone (Polygonatttm officinale) è una gigliacea perenne diffusa in Europa e in Asia. Nel nostro paese si trova nei boschi collinari e montani ma talvolta – come nella Pianura Padana – anche al piano. È assai simile a Polygonatum multìflorum da noi anche più comune negli stessi ambienti. Possono però essere facilmente distinti considerando che il primo ha fusto angoloso ed il secondo liscio. Sono piante perenni rizomatose e fioriscono in primavera. La droga è data dal rizoma e si ritiene che le due specie abbiano proprietà analoghe. In particolare il rizoma di Polygonatum officinale – attenzione però alle bacche violacee, emetiche, drastiche e velenose – è dotato di proprietà emetiche ed espettoranti, ma può essere più vantaggiosamente impiegato, per uso esterno, mediante l’applicazione di impacchi dell’infuso o semplicemente di rizomi freschi schiacciati per la cura di ecchimosi, contusioni e di dolori di origine artritica e reumatica.
Analoghe proprietà hanno anche i bulbi freschi del giglio, o giglio di Sant’Antonio (Lilìum candidimi), appartenente, ovviamente, alla famiglia delle Liliacee, originario dell’Asia occidentale ma capillarmente coltivato e talora sfuggito alla coltura. Si applicano i bulbi schiacciati – -i caratteristici bulbi squamati – per la cura di ecchimosi ma anche di piaghe, scottature e, in genere, di malattie della pelle. Per uso interno il giglio bianco, sotto forma di decotto, possiede numerose proprietà: diuretiche, antiuricemiche e anche emmenagoghe.

L’arnica (Arnica montana) è una pianta erbacea perenne diffusa sulle montagne europee. Nel nostro paese si trova nei pascoli delle Alpi e qua e là sull’Appennino settentrionale. Appartiene alla famiglia delle Composite. La droga è data dalle foglie, dalle infiorescenze(capolini) e anche dai rizomi con radici. I capolini contengono olio essenziale. acidi organici, gli alcoli terpenici arnisterina e faradiolo, acido caffeico, sostanze coloranti di natura carotinoide come xantofille e zeaxantina. Nei rizomi sono presenti ancora olio essenziale, acido caffeico, acidi organici e inoltre inulina e tannino. Il principale uso della tintura di arnica (anche se l’etimologia del suo nome generico richiama proprietà starnutatorie) è quello esterno come antiecchimotico, vulnerario, revulsivo. L’arnica è pianta velenosa: per questo non viene più usata nella medicina interna, ancorché fossero note alcune interessanti applicazioni come sedativo generale e cardiaco e, nella pratica ostetrica, come antisettico.

Agrimonia Aquilegia Iperico Terebinto

L’agrimonia, o eupatoria (Agrimonia eupatorio), della famiglia delle Rosacee, è una pianta erbacea perenne di modesta taglia assai diffusa in tutto l’emisfero settentrionale. Nel nostro paese è abbastanza comune nei boschi, tra le siepi, ai bordi delle strade, negli incolti erbosi. La droga, generalmente data dall’erba intera fiorita, contiene olio essenziale, vari acidi organici, quercitrina, tannini. Tuttora usata nella medicina popolare di diversi paesi medio-europei, l’agrimonia trova impiego come coleretico e colagogo, nella cura delle gastriti, mentre per uso esterno, nella cura delle ulcere varicose, agisce come collutorio, risolvente, decongestionante e leggero anestetico. Buoni risultati si sono ottenuti pure nella cura di congiuntiviti, asma bronchiale, riniti, faringiti e gengiviti. L’estratto inoltre ha mostrato notevoli proprietà terapeutiche in casi di orticaria e di altre sindromi allergiche.

L’aquilegia (Aquilegia vulgaris), appartenente alla famiglia delle Ranuncolacee, è pianta diffusa in tutto l’emisfero settentrionale. Nel nostro paese è reperibile nei boschi montani e talora anche collinari. È una pianta erbacea perenne, a fiori bluastri, ma nelle forme coltivate anche rosei o bianchi. Poiché è velenosa, il suo uso è soprattutto esterno: così il succo fresco favorisce la cicatrizzazione di ulcere e piaghe, mentre l’infuso di foglie è usato per fare gargarismi e collutori.

L’iperico, o pilatro (Hypericum perforatami, della famiglia delle Ipericacee, è una pianta erbacea perenne diffusa in Europa, Asia, Africa settentrionale e assai comune nel nostro paese nei luoghi aridi e soleggiati come bordi delle vie, macerie, muri, incolti, pascoli. Fiorisce, con fiori di una magnifica tonalità giallo-oro, dal maggio all’estate. La droga è data dalle sommità fiorite, che contengono olio essenziale ricco di terpeni, un olio fisso, i composti flavonici quercetina, quercitrina, iperina e rutina, derivati diantronici e antranolici – ipericina ed altri – saponine, acidi organici, pectine. L’iperico era noto per le sue proprietà medicamentose – oltre che magiche e rituali, donde un altro nome volgare, “cacciadiavoli” – già dall’antichità classica e veniva citato da Dioscoride, Galene, Plinio e poi da Pier Andrea Mattioli. Nella medicina popolare venne usato come balsamico e antiinfiammatorio sia internamente -bronchi, vie genito-urinarie – sia esternamente – emorroidi, ustioni, ulcerazioni, piaghe – e, anche se caduto in disuso, come cicatrizzante e batteriostatico. L’iperico gode di proprietà vasodilatatrici e ipotensive.

Proprietà balsamiche e espettoranti ha il terebinto (Pistacia terebinthus), diffuso nella regione mediterranea e presente nel nostro paese specialmente nell’Italia meridionale e insulare dove forma, insieme al lentis (Pistacia lentiscus), vaste distese di “macchia”. Incidendo la corteccia geme un liquido vischioso di odore balsamico che contiene un olio essenzi; ricco di terpeni e di resine, detto trementina di Chio, usato anche per fare unguenti e impiastri.

Favagello Ranuncoli Gemme di pioppo

II favagello, o celidonia minore (Ranunculus ftcaria, o Vicarìa ranunculoides) è una piccola pianta erbacea perenne, a fioritura primaverile assai precoce, appartenente alla famiglia delle Ranuncolacee. E assai diffuso in Europa, Asia occidentale, Africa settentrionale; nel nostro paese è abbastanza comune specialmente nei campi e negli incolti argillosi di pianura e di collina e, nelle regioni meridionali, anche in montagna.
È dotato di caraneristici tubercoli radicali sotterranei che ne garantiscono, ove è presente, una facile propagazione agamica. Si usa l’erba fresca, compresi i tuberetti. Contiene una saponina, detta ficarina, e acido ficarico ed è adoperata, sotto forma di pomate o supposte, alternandola con ippocastano e cipresso, nella cura di emorroidi e ragadi, delle quali questi preparati favoriscono la riduzione e la cicatrizzazione.

Numerosi altri ranuncoli, spesso assai diffusi nei prati, specialmente se umidi e pingui, e talune specie anche nei boschi, nelle acque, nei seminativi (come Ranunculus sceleratus, comune nei fossi e nei luoghi paludosi; Ranunculus arvensis, dei campi; Ranunculus repens, acer, bulbosus ecc. dei prati e delle prode erbose dei fossati) sono velenosi e nelle loro parti aeree contengono ranunculolo ad azione assai energica e usato in alcune particolari terapie che richiedono un’azione revulsiva molto violenta. La presenza di ranuncoli rende il foraggio velenoso e poco appetito dal bestiame, ma con l’essiccamento si ha una riduzione sia della velenosità che del contenuto in principi acri. Si conoscono casi di avvelenamento a carico dell’uomo dovuti alla ingestione erronea di ranuncoli a scopo alimentare.
Queste forme di avvelenamento si curano con l’induzione del vomito, con lavande gastriche e con la somministrazione di analettici.

Il pioppo nero (Populus nigra), spesso spontaneo nei boschi umidi e lungo il greto dei fiumi e frequentemente coltivato specialmente nella sua varietà cipressina (var. italica) dotata di pregi ornamentali, è un albero di grossa taglia (fino a 20 metri) ma poco longevo. Ancora meno lo sono i vari ibridi euroamericani, derivati appunto dall’ibridazione tra il nostrano nero e gli altri di importazione nordamericana (il canadese, il caroliniano, il monilifera, ecc.), dotati di grande rapidità di crescita e pertanto adatti (ed estesamente coltivati) nelle coltivazioni a rapido accrescimento assai diffuse nei terreni golenali lungo il Po ed in varie località della Pianura Padana, in particolare in Lomellina. Appartengono con i congeneri Populus alba, il pioppo bianco, o gattice, o alberaccio, e Populus tremula, il tremolo, essi pure della nostra flora, alla famiglia delle Salicacee. Per usi terapeutici vengono utilizzate le gemme fogliari sia del pioppo nero che degli ibridi, che vanno raccolte alla fine dell’inverno prima che si schiudano. Le gemme, vischiose per la presenza di una sostanza resinosa gialla o bruniccia, contengono sostanze coloranti (crisina e tectocrisina), i glucosidi salicina e populina, resine, tannino e olio essenziale e costituiscono il principale componente dell’unguento populeo usato nella cura di ragadi e emorroidi. Analogamente al salice bianco (vedi) le gemme e la scorza del pioppo nero hanno azione febbrifuga utile nelle affezioni della vescica e nei reumatismi.

Marrubio Castagno d’India Cipresso

Di origine antichissima è l’uso del marrubio (Marrubium vulgare), una labiata erbacea dei luoghi aridi sabbiosi e sassosi. I sacerdoti egiziani lo usavano largamente nei sacrifici alle divinità, mentre i greci, i romani e successivamente gli arabi ne intuirono le proprietà medicinali, balsamiche e espettoranti. In seguito, alle sue sommità fiorite vennero riconosciute doti amaro-toniche, antispasmodiche, antitermiche, eupeptiche, colagoghe e regolatrici del ritmo cardiaco, e capacità di curare alcune malattie della pelle.

Strade e viali, parchi e giardini godono d’estate della fresca ombra del castagno d’India da almeno duecento anni, anche se in realtà questa pianta, originaria dell’Asia occidentale, era entrata nel continente europeo dalla Persia ad opera dei turchi ancora nel XVI secolo. Francia ed Inghilterra sono state le nazioni che accolsero con maggior entusiasmo l’introduzione di quest’albero, che ben presto s’impose non solo per essere il più grande fra tutti quelli ornamentali da fiore, ma anche dimostrò col passare del tempo un’ottima resistenza e adattabilità climatiche alle quali si aggiungevano doti di rapida crescita su terreni di qualsiasi natura.
I principi attivi del castagno d’India – chiamato anche ippocastano (Aesculus hippocastanurrì) cioè albero che fornisce le castagne del cavallo, perché i suoi semi avrebbero effetti medicamentosi sugli equini afflitti da bolsaggine – sono contenuti nei semi e nella scorza dei giovani rami; agiscono con buoni risultati nei casi di alterazione circolatoria di diversa natura, come tromboflebiti e flebiti, emorroidi e diatesi emorragica, varici e varicocele. I preparari a base di ippocastano, in modo particolare per la presenza di esculina, accelererebbero la circolazione venosa, quando questa fosse rallentata da qualche impedimento, aumentandone il flusso. La droga trova pure impiego nell’ipertrofia e nella congestione prostatica nonché nelle affezioni catarrali interessanti i polmoni e l’intestino, mentre per uso esterno è indicata nella gotta, nelle forme leggere di reumatismo e in alcune dermatiti.

Il cipresso (Cupressus sempervirem) è una delle specie più caratteristiche della regione mediterranea. Antichissima è l’usanza di delimitare con cipressi i cimiteri: spetta sicuramente a questa consuetudine se il cipresso attualmente si trova diffuso come pianta coltivata in particolari zone poste ai margini o ben oltre i confini naturali del suo areale. Il cipresso è tra le piante più longeve, potendo raggiungere anche il limite massimo di tre migliaia di anni. E nello stesso tempo è una delle specie con proprietà medicinali di cui si abbiano notizie da qualche millennio. Era conosciuta per le sue doti presso gli assiri, i greci e i romani, mentre nel medioevo venivano sfruttate le sue capacità emostatiche, ben note anche oggi, nella cura delle emorroidi. La parte della pianta che interessa da vicino la farmacologia è data dai coni, chiamati impropriamente anche “bacche di cipresso”. I principi attivi in essi contenuti agiscono come eccellenti vasocostrittori nelle affezioni del sistema venoso – emorroidi, varici, disturbi della menopausa – e come astringenti intestinali e stomachici.

Colchico Celidonia Pervinca rosea

II colchico (Colchicum autunnale) è una pianta erbacea perenne diffusa nell’Europa centrale e meridionale e nell’Africa settentrionale. Nel nostro paese è abbastanza comune nei luoghi erbosi, nei boschi, tra le siepi di pianura, di collina, di media montagna. Fiorisce in settembre-ottobre, ma i frutti derivanti da questi fiori compaiono solo nell’estate successiva con le foglie di quell’annata. Appartiene alla famiglia delle Liliacee. La droga è data dai tuberi e dai semi. I tuberi vanno raccolti in piena estate; i semi verso la fine di giugno o ai primi di luglio quando la cassula comincia ad aprirsi. I semi, in particolare, contengono J’aJcaJoide colchicina, numerose altre sostanze, lipidi e zuccheri. I bulbi contengono acido chelidonico, asparagina, apigenina, abbondante amido, acido benzoico e acido salicilico. Le proprietà terapeutiche e velenose del colchico sono note da gran tempo. Nell’antichità tuttavia le sue applicazioni rimasero limitate all’uso esterno. Il colchico esplica varie azioni farmacologiche. Localmente, applicato sia sulla cute che sulle mucose è assai irritante; sull’apparato digerente esplica azioni che aumentano le secrezioni salivare, gastrica e intestinale. È anche dotato di proprietà antiallergiche e antibatteriche ma l’interesse maggiore gli deriva dall’attività antimitotica (blocca cioè le divisioni cellulari) scoperta da un italiano, il Pernice, ancora nel lontano 1889. Da un punto di vista terapeutico viene usato nella cura della gotta, delle malattie allergiche e soprattutto come antitumorale.

La celidonia, o chelidonia (Chelidonium majus) è una pianta erbacea perenne diffusa in Europa, Asia, Africa settentrionale e abbastanza comune nel nostro paese in luoghi ombreggiati presso le case, sui vecchi muri, sulle macerie. Appartiene alla famiglia delle Papaveracee. La droga è data dall’erba intera fiorita (comprese le radici) o dal latice che sgorga dai fusti recisi. Contiene alcaloidi – chelidonina, sanguinarina, cheleritrina e altri – acido ascorbico, resine, olio essenziale, una saponina. La celidonia esplica azione batteriostatica, antiblastica e spasmolitica nella cura di malattie del fegato e delle vie biliari. Nella medicina popolare il latice fresco veniva usato come caustico per “bruciare” porri e verruche.

La pervinca rosea, o del Madagascar (Catharanthus roseus, o Vinca rosea} è una pianta originaria appunto del Madagascar ormai diffusa in tutte le regioni tropicali e coltivata talvolta, a scopo ornamentale, anche nel nostro paese. È un piccolo suffrutice sempreverde (da noi però coltivato alla stregua di annuale) a foglie lucide ed ovali.
Appartiene alla famiglia delle Apocinacee, come la pervinca, o Vinca minar (vedi). Contiene svariati alcaloidi, alcuni comuni anche alle varie specie del genere Rauwolfia – come l’ajmalina, la reserpina, la serpentina, la yohimbina – e numerosi altri propri del genere Catharanthus come la catarantina, la vindolina, la perivina, la vincamicina.
Contiene inoltre vari acidi organici, olio essenziale, tannino e molte altre sostanze. Nella moderna sperimentazione viene posta una particolare attenzione ad uno dei suoi principi attivi, la vincaleucoblastina che parrebbe dotata di notevole efficacia nella terapia di numerose forme di neoplasmi.

Piretro Tuja Quassia

Gli insetticidi a base di piretro (Chrysanthemum ànerariaefolium), una composita originaria della Dalmazia, sono innocui per gli animali domestici e per l’uomo, ma non per gli insetti – ditteri e imenotteri perlopiù – che le nostre case …ospitano più o meno numerosi secondo la stagione. Questo perché i principi attivi – contenuti nella droga che si ricava dai capolini di questa pianta – ai quali complessivamente si da il nome di piretrine, sono dotati di un elevato grado di tossicità nei confronti di insetti e vermi, cioè esseri a sangue freddo, mentre risultano pressoché innocui per i mammiferi. La polvere di piretro, tuttavia, non trova largo impiego; di solito si preparano estratti della droga che generalmente vengono disciolti in petrolio e poi venduti sotto forma di insetticidi nebulizzati fino a poco tempo fa con l’additivo del famigerato DDT. Anche per risolvere alcuni problemi di patologia vegetale vengono usati insetticidi a base di piretro. Oltre all’uso esterno le piretrine hanno dato ottimi risultati anche come antielmintici nei confronti di ascaridi e oxiuridi, tenie e tricocefali. I parassiti con il trattamento di sostanze piretriche in un primo tempo sono soggetti a una forma di eccitazione che li porta a staccarsi dalle pareti dell’intestino, in seguito vengono paralizzati fino a morire.

Anche la tuja (Thuya occidentalis), pur non avendo l’importanza della specie precedente, può essere inclusa tra le piante con proprietà antielmintiche e insetticide. Questa bella cupressacea, originaria del Canada e introdotta in Francia durante il regno di Francesco I poco più di quattro secoli fa, è di gran lunga più conosciuta come pianta ornamentale per parchi e giardini.
I principi attivi sono contenuti nei rametti con foglie dai quali si ricava un olio essenziale i cui componenti principali sono il fenone e il tujone, che tra l’altro hanno il potere di stimolare il muscolo cardiaco alla stessa stregua della canfora. Nella tuja inoltre, secondo studi biochimici d’una ventina d’anni fa, sono state rinvenute dosi piuttosto elevate di vitamina C, concorrendo così ad affermare questa cupressacea come una pianta ad elevato potere antiscorbutico.

Con il nome di quassia, o quassie, si è soliti indicare due droghe che si ricavano da due arbusti o piccoli alberi dell’America tropicale, Quassia amara e Picrasma excelsa, appartenenti alla stessa famiglia, quella delle Simarubacee, ma a tribù diverse. La quassia ha alle sue spalle una lunga storia, legata a credenze e leggende addirittura precolombiane, tanto era in voga presso gli indigeni dell’America tropicale. In questa piani essi avevano trovato proprietà febbrifughe, smentite tuttavia quando venne importata in Europa, virtù amaro-toniche e eupeptiche tuttora valide e capaci di accrescere notevolmente le secrezioni gastriche, intestinali, epatiche e renali. La quassina, il principio attivo che si ricava legno della pianta, va comunque somministrata in piccole dosi, altrimenti risulta tossica. Anzi proprio per essere tale per artropodi e vermi, viene utilizzata nei casi di ossiurosi, mediante infuso per mezzo di clistere.
Nello stesso tempo la quassina si è dimostrata assai efficace per combattere i “pidocchi” delle piante.

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