I FUNGHI velenosi


Un subdolo prodotto dei boschi e dei prati

Qui sopra: due esemplari adulti di una specie di Coprinus, un fungo effimero, gracile, che vive su sostanze organiche in decomposizione e che provoca una caratteristica sindrome coprinica dovuta alle sostanze allucinogene contenute nella sua carne. Fortunatamente il suo stesso habitat lo rende poco invitante per i raccoglitori. Nella presentazione: l’Amanita muscaria, uno fra I funghi più e, purtroppo, fra i più velenosi.

L’eterogeneità policroma del numeroso popolo fungine costituisce uno degli elementi più attraenti dei boschi e dei prati giacché è particolarmente in questi due ambienti che i funghi si sviluppano: non mancano però neppure quelli che sbucano nei campi, negli orti, nei giardini o sui mucchi di terriccio concimato.
Poiché in natura nulla è occasionale, anche la presenza dei funghi nell’uno o nell’altro ambiente è una conseguenza delle condizioni fìsiche, chimiche e biologiche dell’ambiente stesso: in una parola, ogni specie fungina possiede delle sue esigenze particolari, quindi una sua ecologia.
Non è il caso, dunque, che pone gli ottimi porcini nei boschi di castagni, querce, faggi e pini e non nei prati.
Per altre ragioni sulle concimaie pullulano i prataioli e i coprini e non nascono assolutamente né i porcini né gli ovoli buoni e neppure — dobbiamo dire — le letali tignose verdognole.
Il fatto è che la maggior parte dei funghi dei boschi sono « simbionti », ossia vivono in stretta amicizia, in società indissolubile uno con una specie arborea, l’altro con un’altra. Questi funghi producono il loro micelio, il ragnateloso insieme di ife, fino a venire a contatto con le giovani radicelle degli alberi da loro prediletti con i quali stabiliscono reciproci scambi di sostanze utili, se non addirittura indispensabili alla loro sopravvivenza.
I prataioli, i coprini e gli altri funghi degli orti, dei giardini e del terriccio ricco di concime organico, invece, non sono simbionti: essi sono non soltanto organismi eterotrofì, ossia incapaci di sintetizzare le sostanze che li compongono partendo dall’acqua e dai sali del terreno, ma hanno bisogno di trovare un substrato in cui siano già presenti sostanze organiche adatte al loro sostentamento: sono perciò fìmicoli, saprobii ecc.
Questi dunque i due modi principali di vivere dei funghi; possiamo aggiungere ancora che ve ne sono di parassiti, ossia di quelli che crescono su piante vive: la famigliola buona o chiodino ne è un esempio; ed altri, essi pure saprofìti o saprobii, che vivono invece su piante morte, e gli esempi non mancano se pensiamo ai numerosi polipori che pullulano sui tronchi cadenti e sulle ceppale.
Aggiungiamo che i funghi si riproducono per spore, ossia per mezzo di microscopici corpiccioli unicellular! portati in modo diverso da gruppo a gruppo, all’esterno o all’interrjo di strutture per lo più unicellulari esse pure: basidi e aschi, che costituiscono quello che i naturalisti chiamano imenio, straterello che riveste le lamelle dei funghi che le posseggono sotto il cappello (esempio: ovolo buono), oppure i tubuli (come nel porcino), o gli aculei (come nello steccherino dorato), oppure particolari superfìci esposte del corpo fungine, come nelle ditole o nelle spugnole. Il corpo fungine, generalmente costituito da un gambo o stipite sorreggente un cappello o pileo, deve paragonarsi ad un vero e proprio corpo fruttifero (carpoforo).
Ma torniamo ora ai boschi ed ai prati ed immaginiamo di percorrerli durante una bella mattinata, appena levato il sole, prima che altri ci abbiano preceduti. Il nostro sguardo, scrutando fra le ceppale, i ciuffì d’erbe e i tappetini freschi di muschi, si sofferma qua e là colpito da macchie di colore. Il bianco, il giallo, l’ocraceo, il bruno, il violaceo e perfino il color di rosa e il verde si alternano, apparentemente senza un ordine, e costituiscono un invito a soffermarci, a scostare le foglie morte e i ciuffì di verde per veder meglio il portamento, le forme, le dimensioni dei funghi policromi.
Raccogliamoli ponendo attenzione a non romperli ed evitiamo di raccogliere sia quelli troppo sviluppati, vecchi, rinsecchiti o marcescenti sia quelli troppo piccoli, i quali si svilupperanno di più e, se non raccolti, disperderanno le loro migliaia di spore, che serviranno a completare il disegno della natura la quale vuole che il popolo fungine non si estingua poiché esso pure è parte di quel ciclo meraviglioso nel quale tutto è collegato in un equilibrio che non bisogna alterare né distruggere.
Osserviamo ora meglio, con molta attenzione, i funghi raccolti e tentiamo di separarli in gruppi aventi in comune uno o l’altro carattere. Possiamo per esempio riunire quelli che posseggono cappello con lamelle sulla faccia inferiore, disposte a raggiera; in un altro gruppo porremo quelli il cui cappello porta inferiormente una massa più o meno compatta, spugnosa, che, sezionata, si mostrerà costituita da un fìtto insieme di tubuli che si aprono all’esterno mediante piccoli pori. Avremo così separato le Agaricali dalle Boletali e Poliporali, per usare dei termini scientifici.

Valutiamo ancora meglio i caratteri dei funghi dell’uno e dell’altro gruppo ..

.. e noteremo, molto facilmente, tanto più se la nostra raccolta sarà stata copiosa e condotta in boschi diversi: di pini, di faggi, di castagni e così via, che tanto fra quelli a lamelle quanto fra quelli a tubuli ve ne sono che presentano un anello, in alto, sul gambo, che manca negli altri.
Un’altra osservazione ci mostrerà che alcuni hanno cappello a superfìcie viscosa, altri secca, altri ancora pulverulenta; su alcuni vi sono verruche e tutto ciò prescindendo dai colori del cappello stesso e del gambo i quali possono essi stessi presentare sfumature.
Proviamo ora a tagliare i funghi raccolti: eccone alcuni a carne bianca, altri a carne giallina o addirittura dorata, oppure altri con carne color viola pallido. Col trascorrere di qualche minuto rimarremo sorpresi nel vedere che mentre in alcuni la carne non muta assolu¬tamente colore, in altri passa rapidamente dal giallo al verdastro o all’azzurrino ora rimanendo tale per un certo tempo, ora tornando pallida o facendosi livida.
E l’odore? D’accordo che predomina il caratteristico profumo di funghi e di bosco, ma vi sono specie caratterizzate dall’emanare un buon odore di anice, di miele, d’aglio, di farina, o di frutta: d’albicocche per esempio, o di rapa o di radice, oppure emanare un pessimo odore che è sufficiente da solo a sconsigliarcene l’impiego in cucina, come avviene, per esempio, per la cosiddetta rossola fetente (Russula foetens). In altri casi l’odore sarà viroso o ammoniacale o di pesci putrescenti e così via.

Un cenno merita spenderlo per il sapore;

possiamo assaggiare un pezzettino di ognuno dei funghi raccolti valutandone II sapore stesso specialmente con la punta della lingua. E non sussista il timore che ci si possa avvelenare per così poco! È condizione sufficiente che noi buttiamo il piccolo frammento dopo l’assaggio, senza trangugiare nulla! Anche qui, le impressioni più disparate: l’una specie sa «di fungo» semplicemente, l’altra di farina ed è più o meno gradevole, un altro esemplare ha un ottimo sapore di nocciole; un boleto può stupirci per il suo sapore amarissimo: è il boleto di fiele (Boletus felleus) e il suo nome già ci dice di questo suo carattere il quale, peraltro, non ne fa un fungo velenoso; esso è comunque non commestibile.
Infine abbondano i funghi acri o pepati i quali rientrano quasi tutti fra le colombine o rossole (specie del genere Russala) e i lattari o lattaroli (specie del genere Lactarius) i quali ultimi devono il loro nome al fatto che, almeno da giovani e da freschi, se spezzati gemono gocciole di latice: un liquido ora acquoso, ora bianco, giallo o arancione o rosso a seconda della specie.
Abbiamo esaminato fin qui, si può dire, i principali caratteri che servono a distinguere l’una dall’altra specie di funghi: la forma, i colori, gli annessi (lamelle, tubuli, anello ecc.), la carne e il suo colore che può oppure no mutare e la varietà dei suoi odori e sapori. Ebbene, sia ben chiaro che nessuno, nessuno dei caratteri presi in esame può da solo dirci della commestibilità o velenosità di un fungo.

La tignosa verdognola o amanita falloide (Amanita phalloides) In due fasi di sviluppo. Nell’individuo giovane il cappello è fortemente convesso e va appiattendosi con il tempo, fino a divenire appena concavo nel fungo vecchi

Sappiamo infatti, per esempio, che quasi tutte le amanite (genere Amanita) — funghi a lamelle — sono provviste di un anello e di un involucro basale detto volva e talvolta di lembi dei suoi residui, ampi od a guisa di verruche, sul cappello; la distinzione fra amanite velenose e amanite eduli può essere fatta soltanto
valutando con molta attenzione la presenza o l’assenza, la forma e i colori di ognuna delle parti che costituiscono il corpo fungine. Da notare che proprio fra le amanite si trovano il fungo più velenoso finora noto, l’amanita falloide o tignosa verdognola (Amanita phalloides), ed una delle specie più buone, il fungo reale od ovolo buono (Amanita caesarea).
Di fronte alle precisazioni testé affermate è opportuno dire che la distinzione fra funghi buoni e funghi cattivi è possibile soltanto attraverso una meticolosa presa in considerazione di tutti i loro caratteri. Naturalmente ciò è possibile soltanto seguendo le indicazioni date da buoni libri oppure grazie all’insegnamento di coloro che i funghi li conoscono per lunga esperienza acquisita: e qui, dobbiamo dire, che non vale tanto un eventuale titolo di studio o titolo accademico quanto l’esperienza intesa come ricerca appassionata. Fra i migliori micologi si annoverano infatti persone che hanno seguito, durante la loro vita, tutt’altri studi che quelli delle scienze della natura: alcuni recano sul palmo delle loro mani i segni del lavoro d’officina, ma la loro mente aperta, il loro spirito di osservazione, la loro passione, la loro pazienza — tanta pazienza — li hanno portati a conoscere i funghi, anche i più problematici, quei funghi per la cui determinazione specifica spesso non basta un giorno intero!
Ovviamente, anche fra coloro che di micologia sanno ben poco, pur ostentando spesso inconsistenti conoscenze, vi sono i « pratici » che dieci o venti specie fungine le discernono di primo acchito. È bene guardarsi però dai conoscitori improvvisati, i quali imperniano le loro affermazioni su empiriche conoscenze di caratteri non validi o comunque non validi in tutti i casi.

La colorazione dell’amanlta falloide può variare dal verde-olivastro pallido ai paglierino ai verde-grigiastro chiaro fino all’ocraceo rendendo talora possibile la confusione tra questo velenosissimo fungo ed altre due amanite, l’Amanita citrina, con verruche sul cappello, e l’Amanita vaginata, senza anello, assai meno nocive, seppur non eduli.

L’empirismo è il peggior mezzo per la distinzione dei funghi velenosi da quelli mangerecci.

Ritorniamo sulle credenze popolari più diffuse e purtroppo diffìcili da sradicare. Le cosiddette « prove » della cottura con una moneta o un cucchiaio d’argento, col prezzemolo, con uno spicchio d’aglio, con la mollica di pane non hanno alcun valore. La « prova del gatto » o « del cane » possono costituire un esperimento valido soltanto fino ad un certo punto in quanto il veleno di alcuni funghi — proprio dei più velenosi — agisce dopo molte ore, per cui la sintomatologia ritardata può indurre a consumare i funghi anzi tempo. E poi, perché rischiare la morte di un povero animale quando vi sono mezzi sicuri per accertare la commestibilità di questi singolari prodotti della natura?
E quanti affermano che i funghi rosicchiati da animali sono eduli! Non hanno mai visto, questi incauti, le amanite falloidi o le «muscarie» tranquillamente rose dalle lumache? Altri temono che i funghi cresciuti vicino a detriti di cuoio o pezzi di ferro risultino velenosi o che lo siano quelli morsi dalle vipere: si badi che le vipere assolutamente non mangiano funghi!
Salvo poi a consumare funghi che, pur di specie ottima, siano troppo vecchi o con incipiente avaria, il che li rende tossici come tossica è la carne guasta: negli uni e nell’altra la putrefazione da luogo alla formazione dei medesimi veleni, tossine note col nome scientifico di ptomaine.
Dunque non c’è via di scampo: i funghi bisogna conoscerli osservandone le caratteristiche botaniche: gli uni sono facili da riconoscere, gli altri difficili. Ne pagine che seguono saranno illustrati soltanto fune velenosi: essi, in confronto a quelli eduli, sono — quanto a numero di specie — relativamente pochi, r alcuni sono letali e diffìcilmente perdonano coloro e incautamente li fanno oggetto dei loro pasti preferiti.

Le amanite cattive

È ovvio che nell’aprire il discorso sulle amanite velenose ci si debba subito intrattenere su quella che esse è la più temibile: l’amanita falloide o tignosa verdognola (Amanita phalloides). È il fungo più veleno finora noto e l’esito letale che il più delle volte è conseguente alla sua ingestione ne fa un qualche cosa veramente preoccupante. Intanto, poiché di amanite velenose non ve n’è una sola, sarà bene descrivere breve i caratteri del genere Amanita.
Si tratta di funghi di piccola o media taglia. Nei primissimi stadi di sviluppo il fungo è chiuso in un involucro, il velo generale, ed ha forma di uovo più o me regolare. Poi, a poco a poco, il corpo fungine cresce, di conseguenza, il velo si rompe, dando luogo a formazione di un involucro, la volva, che a mo’ di cartoccio membranaceo ma molle, bianco, ora intero e in lembi o frammenti, avvolge e contiene oppure aderisce al piede del gambo. Il velo generale da pure luogo, lacerandosi, a frammenti o verruche che caratterizzano il cappello di numerose amanite.
Quando il fungo appare, ancora piccolo, fuori de volva, il suo cappello ha forma globoso-conica e lamelle che lo caratterizzeranno quando avrà completato il suo sviluppo non sono visibili: esse sono coperte protette, da un’altra membrana, il velo parziale, che si staccherà via via dal margine del cappello quando questo si espande, per ricadere, a guisa di gonnellina, sulla parte alta del gambo, formando l’anello, il quale però non è presente in tutte le amanite.
Tutte, come già si è accennato, posseggono sotto il cappello, il quale diventerà piano o un po’ convesso o campanulato, invecchiando anche un po’ avvallato, numerose lamelle disposte a raggiera. Da queste cadranno le spore che in questo genere di funghi appaiono bianche se osservate in massa e ialine al microscopio, di forma globosa o globoso-oblunga, leggermente apicolate.

Esaminiamo ora le specie di Amanita più temibili.

La tignosa di primavera (Amanita verna) è considerata da alcuni autori una varietà dell’Amanita phalloides, da cui differisce praticamente solo per il suo colore bianco uniforme. Non meno velenosa dell’Amanita phalloides e dll’Amanita verna, l’Amanita virosa (sotto) ha il cappello di colore biancastro o appena giallescente leggermente umbonato al centro, e lo stipite bianco lievemente marezzato.

La tignosa di primavera (Amanita verna) è considerata da alcuni autori una varietà dell’Amanita phalloides, da cui differisce praticamente solo per il suo colore bianco uniforme.

La tignosa verdognola – Detta pure tignosa velenosa o amanita falloide (Amanita phalloides= Agaricus bulbosus), è un fungo alto 5-20 centimetri, con gambo centrale, slanciato, biancastro, spesso un po’ marezzato, ingrossato alla base e quivi contenuto in una volva membranosa, a forma di cartoccio globoso, persistente. Il gambo stesso reca, in alto, un anello membranoso ma molle, bianco, striato, ricadente. Il cappello, del diametro di 4-12 centimetri, è regolare, circolare, carnoso, dapprima ovoidale o globoso, poi espanso e infine appianato o un po’ umbonato; il suo colore varia dal verde-olivastro chiaro al giallo-oliva intenso pur riscontrandosene esemplari con cappello quasi bianco, oppure citrino, verde-oliva scuro e perfino oliva-brunastro. La sua superfìcie è dapprima lucente e un po’ viscosa, poi asciutta, striato-fìbrillosa a raggiera; molto raramente presenta ampi lembi del velo generale. Al di sotto presenta lamelle bianche, talvolta con un tenue riflesso giallastro o verdastro. Le spore sono ialine: bianche in massa, subglobose od ovali.
Quando il fungo è giovanissimo, allo stato di uovo, ancora chiuso interamente nella volva, è caratterizzato dall’avere generalmente la parte più appuntita verso l’alto.
La carne è bianca e immutabile; ha odore di fungo che, con lo svilupparsi, però, diventa sgradevole; sapore pressoché nullo, nel fungo molto sviluppato un po’ acre.
La tignosa verdognola si trova, dall’estate a tutto l’autunno, nei boschi di latifoglie e in quelli misti, specialmente nei querceti.
È un fungo velenosissimo, letale nell’80-95 per cento dei casi. I sintomi dell’avvelenamento sono ritardati: generalmente fino 10-30 ore (più di rado 48 ore) dopo l’ingestione. I veleni sono costituiti da falloina, fallacidina, falloidina, amanitine. I sintomi sono molti e complessi e consistono generalmente in un vomito incoercibile, dolori gastrici, coliche diarroiche con sangue. Si ha quindi sudorazione, scarsità di urine per uno stato progressivo di disidratazione, il corpo si raffredda, il viso si fa cianotico e con le orbite incavate. Il paziente dimostra uno stato molto sofferente con pallore e tendenza alla immobilità pur conservando la sensorietà e l’intelligenza. Le crisi si fanno via via più gravi alternate spesso a brevi momenti di benessere. Quindi i battiti del cuore si fanno sempre più deboli ma accelerati; compare un ittero grave e l’avvelenato cade in coma fino al sopravvenire della morte. Anatomicamente si ha un notevole ingrossamento del fegato il quale è l’organo a soffrire di più e più immediatamente dell’avvelenamento di tipo falloidinico: esso mostra infatti soprattutto atrofìa e degenerazione; quest’ultimo fenomeno colpisce pure i reni.
Contro questo avvelenamento, a parte gli interventi sintomatici e quelli per svuotare il tubo digerente, si è consigliata spesso l’ingestione di acqua con cloruro di sodio in soluzione, specialmente per ridurre la disidratazione. Sono in sperimentazione sieri antifallinici i quali sono però spesso essi stessi pericolosi. Si somministra oggi, spesso con buon esito, l’acido tioctico.
La tignosa di primavera – Corrisponde scientificamente all’Amanita verna (= Amanita phalloides var. verna = Agaricus bulbosus vernus), fungo sistematicamente vicino all’amanita falloide dalla quale differisce per il gambo più bianco, meno marezzato e un po’ farinoso, striato al di sopra dell’anello; la volva leggermente più ristretta superiormente; il cappello meno ampio, bianco o appena ocraceo al centro. Le differenze che distinguono questa specie dagli esemplari a cappello biancastro dell’amenità falloide sono dunque ben poco apprezzabili. Essa vive — ma è piuttosto rara — nei boschi di latifoglie specialmente su terreni calcarei. L’appellativo di «tignosa di primavera» non è molto valido in quanto il fungo lo si può incontrare anche in autunno.

Qui sopra: alcuni esemplari giovani e adulti di Amanita muscaria, il ben noto ovulo malefico che troppo spesso attira l’attenzione dei raccoglitori. Il colore del cappello può assumere tutte le tonalità del rosso fino all’arancione ed al giallo dorato in qualche esemplare.

 

Sopra: strettamente imparentata con l’Amanita muscaria, l’Amanita aureola è generalmente ritenuta una varietà della precedente, da cui differisce principalmente per l’assenza di verruche bianche sul cappello.

La sintomatologia dell’avvelenamento è la stessa di quella descritta per la specie precedente e pari è pure la sua tossicità.
La tignosa virosa – È detta scientificamente Amanita virosa (= Agaricus virosus) ed è una specie affine alle due precedenti da cui però è abbastanza ben distinguibile. Il gambo è slanciato, bulboso alla base, bianco, un po’ marezzato-fìoccoso e reca in alto un anello, esso pure fioccoso. La volva è spessa e inguaina bene il piede dello stipite. Il cappello è dapprima conico-campanulato, poi espanso-appianato ma sempre un po’ umbonato, poco carnoso, leggermente vischioso col tempo umido e satinato col secco; il suo margine è liscio ma può anche portare dei resti dell’anello. Le lamelle sono bianche, libere, strette. La carne è bianca, immutabile, molle, con odore sgradevole e sapore viroso.
Vive nei boschi umidi su terreni silicei, dalla primavera all’autunno ed è una specie piuttosto rara. È essa pure letale al pari delle due specie precedenti.
Le tre specie: Amanita phalloides, A. verna e A. virosa vengono talvolta confuse con l’ottimo fungo reale od ovolo buono (Amanita caesarea) specialmente allo stato di « uovo ». È prudente esaminare bene la forma: i’Amanita caesarea presenta l’« uovo » con la parte più attenuata verso il basso mentre le tre letali sono attenuate verso l’alto; si abbia cura di spellare superiormente i giovani esemplari ancora chiusi in modo da accertare la presenza di un cappello ben colorato in giallo-arancione. In sezione inoltre — come del resto nel fungo adulto — sono evidenti le lamelle gialle del fungo buono mentre sono bianche nelle tre specie tossiche.
Le tre amanite bianche letali vengono talvolta pure confuse coi prataioli (Agaricus campester e A, arvensis): si badi che questi due funghi eduli non hanno mai la volva ed inoltre le loro lamelle, almeno ad un certo punto dello sviluppo, sono roseo-lillacine ed infine violaceo-rossastro-brune.
La tignosa grigia o tignosa bruna – Detta pure agarico panierino, corrisponde alla specie Amanita pantherina (= Agaricus pantherinus). Possiede un gambo slanciato, un po’ attenuato verso l’alto e bulboso in basso, bianco, recante in alto un evidente, largo anello ricadente e molle, bianco, striato. La volva è persistente ma non in forma di cartoccio: essa costituisce una specie di rivestimento bianco abbastanza aderente nella parte più bassa e lascia alcuni cercini più in alto, attorno al gambo. Il cappello dapprima è convesso e poi più o meno appianato, di 5-12 cm di diametro, di colore variabile dal grigio-bruno chiaro al bruno scuro; è un po’ viscoso per l’umidità, striato al margine e con numerose piccole verruche biancastre mal distribuite. Le lamelle sono bianche, fitte, arrotondate verso il margine. Le spore sono ialine: bianche in massa. La carne è candida, immutabile; non si arrossa come nella ti¬gnosa vinosa (Amanita rubescens); ha odore presso¬ché nullo e sapore dolciastro, un po’ viroso negli esemplari adulti. Vive dall’estate all’autunno nei boschi frondosi su terreni magri.
È molto velenosa e talvolta si è manifestata letale. I veleni sono: bufotenina, muscaridina, muscarina, e danno luogo alla cosiddetta sindrome panterinica o muscarinica che si manifesta con tachicardia, midriasi, eccitazione, allucinazioni, carenza o assenza di saliva e sudore, delirio, contrazioni muscolari disordinate, vomito.
La tignosa dorata od ovolo malefico – Questo bel fungo (Amanita muscaria = Agaricus muscarius), noto comunemente anche con i nomi di moscario o ovolaccio, raggiunge talvolta fin i 20 centimetri di altezza; ha gambo bianco, solido, liscio, ingrossato alla base; questa non è contenuta in una volva vera e propria ma è rivestita da serie circolari, più o meno regolari, di resti del velo generale, sotto forma di verruche; in alto, sul gambo, è presente un anello molto evidente, molle, bianco, un po’ striato, giallo sul margine inferiore. Il cappello, che esso pure talvolta può avvicinarsi ai 20 centimetri di diametro, è dapprima globoso, poi convesso e infine appianato o leggermente concavo; è di colore che varia dal giallo dorato al rosso scarlatto, è un po’ viscoso, striato al margine ed è cosparso di numerose verruche bianche che soltanto raramente sono molto poche (var. formosa) o mancano. In quest’ultimo caso può trattarsi dell’Amanita aureola, la quale viene considerata da molti autori come varietà della muscaria. Le lamelle sono larghe, bianche o appena slavate di color citrino.
La carne è bianca e immutabile, tinta di arancione sotto la cuticola del cappello; ha odore poco evidente e sapore dolce. Le spore sono ialine, bianche in massa, ellissoidali-apicolate.
Questo fungo è spesso indicato nelle iconografìe a livello olementare come la specie più velenosa, il che non corrisponde affatto a realtà. È comunque tossico: da luogo alla cosiddetta sindrome muscarinica che si manifesta, non molto tardivamente, con scarsa salivazione e mancanza di sudorazione, vomito, battiti cardiaci accelerati, eccitazione, allucinazioni, sonnolenza, contrazioni muscolari. I veleni sono: muscaridina, bufotenina, muscazone, acido ibotenico; la muscarina vi è invece contenuta in piccola quantità.
L’Amanita muscaria viene, in alcune regioni dell’Europa orientale, mangiata previa spellatura del cappello (tale pellicola conterrebbe infatti la maggiore concentrazione dei veleni: la muscarina) e prolungata cottura o conservazione sotto sale o sotto aceto. Tale impiego è comunque assolutamente da sconsigliarsi. Viene confusa con l’ovolo buono da cui si distingue però per la volva non intera e per il colore bianco, e non giallo, del gambo, dell’anello e delle lamelle.

A sinistra: la Clitocybe rivulosa (a sinistra nel disegno) e la Clitocybe dealbata, due specie velenose assai poco appariscenti. Per mole e portamento possono essere facilmente confuse col Clitopilus prunulus edule. A destra: begli esemplari di Russula emetica, o panarola rossa, un fungo velenoso molto facile da distinguersi dalle specie eduli più simili in virtù del sapore acre e disgustoso della sua carne cruda.

Altri funghi a lamelle velenosi

Dobbiamo ammettere che la grande maggioranza di specie velenose si riscontra fra i funghi a lamelle, e per meglio consentirne il loro riconoscimento vengono qui appresso descritti classificandoli secondo i colore delle loro lamelle.
Apriamo il breve repertorio con le specie a lamelle bianche o biancastre e ricordiamo a tale proposito la Clitocybe rivulosa e la Clitocybe dealbata, due piccoli funghi che seppure non comunissimi si possono incontrare dall’estate all’autunno ed essere confusi con l’innocuo prugnolo o prugnolo bastardo (Clitopilus prunulus) il quale però, almeno a completo sviluppo, ha lamelle rosee.
La Clitocybe rivulosa (= Agaricus rivulosus) possiede gambo gracile, generalmente un po’ incurvato nella parte bassa, dall’aspetto un po’ tomentoso, bianco e poi di colore appena rossiccio: è privo di volva e manca di anello. Il cappello, del diametro di 3-5 centimetri soltanto, dapprima convesso, poi appianato e infine avvallato al centro, è ondulato e un po’ solcato; è biancastro, poi color carnicino pallido e un po’ zonato e ricoperto, da giovane, da un caratteristico straterello bianco appena lucente o quasi opaco, a mo’ di « glacé » che, scomparendo per la pioggia o per l’invecchiamento del fungo, lascia scoperti i colori citati poc’anzi. Le lamelle sono fìtte e adnatodecorrenti, ossia partono direttamente dal gambo accompagnando la forma ad imbuto del cappello: sono bianche o biancastre.
La carne è soda, bianca, o tinta di rossastro pallido sotto la cuticola del cappello e lungo il gambo: odore debole, sapore dolce. Spore ialine, bianche in massa.
Questo fungo si trova specialmente nelle zone erbose aperte ove forma colonie a cerchio o in file. L’avvelenamento cui da luogo è del tipo muscarinico.
La consorella Clitocybe dealbata ( = Agaricus dealbatus), nota comunemente come clitocibe color avorio, rassomiglia molto alla precedente; se ne differenzia per il cappello bianco satinato, poi grigiastro col rivestimento di tipo « glacé » più evidente e brillante.
La carne è bianca, dolce, con odore debole di farina: si tenga presente che odore di farina hanno pure il prugnolo già citato e il più voluminoso Tricholoma georgii noto comunemente pure come prugnolo o spi¬narolo, edule. Anche la Clitocybe dealbata si trova nei luoghi erbosi.
Un altro piccolo fungo velenoso a lamelle bianche è la Lepiota helveola o lepiota bruna. Alta 4-8 centimetri al massimo, ha gambo di color incarnato pallido, superficialmente dall’aspetto sericeo, midolloso o cavo all’interno; esso reca da giovane un piccolo anello poco evidente e poi fugace. Il cappello, di 2-6 centimetri di diametro, è dapprima convesso poi appianato e sempre un po’ umbonato, di colore ocraceo chiaro che diviene rosa incarnato se toccato, poi brunastro; la sua pelle si lacera da adulto dando luogo a piccole scaglie fioccose (rimane uniforme l’umbone centrale). Le lamelle sono fìtte, libere rispetto al gambo, bianche o biancastre. Le spore sono bianche, ellissoidali.
La carne è poco consistente, bianca che diviene poi appena rosea, con odore e sapore tenui.
Vive nei prati, nelle radure dei boschi e nei giardini, dall’estate all’autunno, ma è poco comune. L’avvelenamento è di tipo parafalloidinico.
Lamelle bianche immutabili possiede pure la colombina rossa, rossetta o panarola rossa (Russula emetica = Agaricus emeticus). Alta 5-10 centimetri, presenta un gambo irregolarmente cilindrico e relativamente tozzo, glabro, completamente bianco o qua e là tinto di rosa. Il cappello (5-10 centimetri di diametro), dapprima convesso, si fa poi piano e infine avvallato al centro; può essere un po’ viscoso, con cuticola color rosso intenso, rosea o fin biancastra, facilmente asportabile. Le lamelle sono poco fìtte, candide, libere o un po’ adnate rispetto al gambo; l’anello manca assolutamente. Spore ialine: bianche in massa, globuloso-ovoidali.
La carne è bianca (rosea sotto la cuticola del cappel¬lo), dapprima soda, poi midoliosa; odore poco mar¬cato e sapore molto acre. Da luogo ad avvelenamenti di tipo muscarinico.

Ed ecco ora alcuni funghi velenosi…

.. le cui lamelle, bianche nel fungo giovane, mutano il loro colore con lo svilupparsi tendendo specialmente al giallo-ocraceo.
Iniziarne con l’agarico tigrato (Tricholoma pardinum = Agaricus tigrinus = Tricholoma tigrinum). Alto intorno ai 10 centimetri, possiede un gambo tozzo, robusto, bianco nella parte alta e grigio-ocraceo alla base, lievemente peloso-striato: manca di volva e di anello.
Il cappello è carnoso e spesso, convesso e poi quasi appianato (6-15 centimetri di diametro), di color bigio o bistro, finemente fìbrilloso-squamoso specialmente
nella zona centrale; il suo margine è arrotolato verso le lamelle e più pallido. Le lamelle spesse e ampie, abbastanza fìtte, sono sinuato-smarginate rispetto al gambo e da biancastre divenpono ocraceo-pallide. Spore bianche in massa, ovoideo-attenuate. La carne è bianca con odore e sapore discreti.
Vive nei boschi di abeti e pini a livello montano, in estate e in autunno. È velenoso ma non letale e da luogo a sindromi a sfondo gastro-intestinale.
Bianche e poi olivaceo-brunastre sono le lamelle dell’inocyjbe patouillardi: l’inocibe di Patouillard, fungo che può incontrarsi nei parchi e nei boschi di latifoglie dalla primavera a tutta l’estate. Alto da 3 a meno di 10 centimetri, possiede gambo cilindrico spesso un po’ incurvato, leggermente ingrossato alla base, bianco e pruinoso nella porzione alta e pallidamente bigio in basso, che si macchia di rosso: mancano sempre volva e anello. Il cappello (3-7 centimetri di diametro) è dapprima conico-campanulato, poi convesso o appianato e mammellonato, infine fessurato qua e là lungo il contorno; il suo colore varia dal biancastro (specialmente verso il margine) al giallastro e al rossiccio fulvo, bruno-rossiccio da adulto, almeno al centro. Le lamelle sono fìtte, adnato-smarginate o pressoché libere rispetto al gambo, bianche dapprima e poi bruno-olivastre che si macchiano di rosso; osservate con una lente d’ingrandimento mostrano biancastro il loro «taglio». Spore ocraceo-rossastre, a forma di fagiolo. È un fungo molto velenoso che da luogo a sindromi di tipo muscarinico.
Velenosi, appartenenti al genere Inocybe, sono pure l’agarico fastigiato (Inocybe fastigiata) e l’agarico ri-moso (Inocybe asterospora), ambedue di modeste dimensioni, con cappello ocraceo-brunastro, lamelle color cannella e spore dello stesso colore (subgloboso-stellate nella seconda specie). Vivono nei boschi sia di latifoglie sia di conifere dall’estate all’autunno.

a sinistra: il Tricholoma pardinum o agarico tigrato, deve il suo nome alle scaglie fioccose di color bruno che rivestono il suo cappello. A destra e qui stto: il coprino chiomato (Coprinus comatus), un fungo caratteristico per le sue lamelle nere deliquescenti dopo la maturità; sebbene non costituisca certo un piatto prelibato: tuttavia, se ancor molto giovane può essere consumato senza pericolo.

Hypholoma fasciculare, e, a sinistra , l’Hypholoma sublateritium ad esso affine. Si tratta di due funghi velenosi molto simili tra loro, che differiscono principalmente per il colore più tendente al giallo zolfino nel primo, e più prossimo al marrone-rossiccio nel secondo; entrambi vivono su tronchi e ceppaie e sono reperibili durante tutto l’anno.

Anche le specie del genere Psilocybe hanno lamelle che da biancastre si fanno di color bistro o quasi bruno. Si tratta di funghi che possono raggiungere notevoli dimensioni, con cappello generalmente poco carnoso il cui colore tende ai vari toni dal paglierino al bruno più o meno intenso; è presente un anello.
Nell’affine genere Stropharia le lamelle assumono spesso, alla fine, un colore viola-nerastro.
Si tratta di funghi allucinogeni frequenti specialmente nell’America tropicale ove vengono impiegati, appunto per questa loro singolare proprietà, in occasione di riti religiosi.
Lamelle bianche, poi tosto grigio-rosee e infine pressoché nere posseggono i coprini (Coprinus comatus, C. atramentarius ecc.), funghi di breve durata, comuni negli orti e sulle concimaie.
Il primo è noto col nome di agarico chiomato per il suo cappello cilindraceo-oblungo poi campanulato, biancastro in basso e frangiato e striato, squamoso e ocraceo in alto, le cui lamelle, alla fine, si liquefano in un liquido nerastro.
Meno durevole ancora è la seconda specie detta agarico atramentario o fungo dell’inchiostro appunto per il fenomeno di liquefazione delle sue lamelle: anche le spore sono nerastre.
Il gambo è cilindrico, fragile, filaccioso, cavo, e reca un piccolo anello fugace, più evidente nel Coprinus comatus.
Questo fungo è considerato edule soltanto se molto giovane; quando è più sviluppato da luogo alla cosiddetta sindrome coprinica o sindrome nitritoide la quale si accentua se, un po’ dopo l’ingestione del fungo, si assumono bevande alcoljche; il suo veleno, infatti, il tetraetiltiouramdisolfuro, e solubile in alcol. La sindrome si manifesta con stato di ansia ed agitazione, ronzio alle orecchie, tachicardia e con arrossamento del viso e della testa.
Due funghi velenosi molto comuni presso le ceppale degli alberi sono l’agarico amaro o agarico fascicolato (Hypholoma fasciculare = Nematoloma fasciculare) e l’agarico color mattone (Hypholoma subfateritium = Nematoloma sublateritium). Essi formano gruppi e per questo vengono confusi spesso con la famigliola buona o chiodino (Armillarla mellea = Armillariella mellea). Da notare però che mentre quest’ultima possiede lamelle bianche, i due ifolomi le hanno dapprima giallognole e infine livide od olivaceo-brune. Inoltre nella famigliola è presente, in alto sul gambo, un anellino bianco che manca nelle altre due specie citate le quali hanno cappello liscio di sopra, che è invece squamoso nel chiodino.
La loro carne è amara e sgradevole. L’avvelenamento è di tipo gastro-intestinale ossia con vomito e coliche la cui intensità è in relazione sia alla quantità di funghi ingeriti sia alle particolari condizioni del soggetto.
Un fungo che da non molto fa parlare di sé per la sua tossicità è il cortinario orellano (Cortinarius orellanus). Considerato fino a poco meno di vent’anni or sono senza alcuna importanza ed innocuo, ma dalla maggior parte dei raccoglitori trascurato, è ora ritenuto — ed a ragione — un fungo molto velenoso il quale ha avuto, in qualche caso, esito letale.

 

a sinistra: il Cortinarius orellanus può dare luogo ad avvelenamenti di tipo parafalloldinico piuttosto gravi, talora anche con esito letale, che si manifestano anche molto tempo dopo l’ingestione del fungo. A destra: esemplari adulti di Entoloma lividum: malgrado l’odore ed il sapore gradevoli si tratta di un fungo velenoso. Qui sotto: la nota Clitocybe olearia che provoca tortissime coliche gastro-lntestinali accompagnate da vomito che raramente possono avere esito infausto per emorragie.

 

Come tutti i cortinari, reca dal margine del cappello alla parte alta del gambo una «cortina» di sottilissimi filamenti sericeo-ragnatelosi. Il colore del suo cappello si aggira in generale dal bruno-rossiccio al fulvo: la forma è campanulato-ottusa e fino a piano-convessa; le lamelle sono ocraceo-rugginose: spore del medesimo colore, oblunghe. Il gambo, cilindrico un po’ ventricoso, è giallastro, fibrinoso.
La carne è giallina, più rossastra sotto la pelle del cappello, con odore di rapa e un po’ viroso e sapore acidulo. Vive nei boschi sia di conlfere sia di latifoglie ed è più frequente in autunno.
Il suo principio tossico è tuttora poco noto; la sindrome, detta dal nome del fungo « orellanica », è di difficile diagnosi; essa interessa soprattutto i reni.
Ed ora un bel fungo a lamelle decisamente giallo dorate: il cosiddetto fungo dell’olivo o pleuroto oleario (Clitocybe olearia = Pleurotus olearius) il quale però non è detto che viva soltanto ai piedi dell’albero di cui porta il nome; lo si può infatti reperire con frequenza, dall’estate fino all’inverno, anche presso le querce e altre latifoglie.
Forma bei cespi, raggiungendo talvolta l’altezza di 15-25 cm. Ogni individuo presenta un gambo cilindrico-affusolato, attenuato verso il basso, di color giallo fulvo intenso tendente al color ruggine; esso si con¬tinua, in alto nel cappello che, dapprima convesso, si fa poi a bocca di tromba e un po’ eccentrico; in ragione del continuarsi direttamente del gambo nel cappello, le lamelle, che sono fìtte e sottili, sono lungamente decorrenti. Malgrado il loro intenso colore, lasciano cadere spore ialine, appena tendenti al giallo se osservate in massa.
Il suo cappello è un po’ più scuro del resto del fungo. Viene confuso sia col gallinaccio (Cantharellus cibarius), di minor mole e di colore giallo oiù chiaro e con lamelle a guisa di pieghe anastomosate, sia con la famigliola buona: confusione, questa, in verità ancora più diffìcile.
Anche questa specie da luogo ad avvelenamenti di tipo gastro-intestinale.
Infine, fra i velenosi più comuni e importanti, un fungo dalle lamelle color rosa-salmone chiaro: l’entoloma livido o agarico livido (Entoloma lividum = Agaricus lividus). Può raggiungere discrete dimensioni (5-20 cm); possiede gambo robusto, di altezza variabile rispetto al diametro del cappello e talvolta un po’ flessuoso: il colore varia dal biancastro sericeo al giallognolo, striato longitudinalmente: manca di anello. Il cappello, dapprima convesso, si fa poi appianato e ampiamente mammellonato, di solito un po’ irregolare, ondulato al margine di color grigio-ocraceo chiaro o appena cenerino, finemente raggiato. Le lamelle sono dapprima smarginate e poi libere, paglierine nel fungo giovane e poi più tendenti al rosa. Le spore sono rosee e angolose.
La carne è biancastra, insignificante o dolciastra al sapore e con odore sgradevole, di farina.
Vive in gruppi o in cerchi specialmente nei querceti e nelle faggete, dall’estate all’autunno. Esso pure appartiene al gruppo dei funghi a sindrome gastro intestinale. Viene confuso specialmente col prataiolo, che da giovane, ha lamelle rosee; si badi però che quest’ultimo possiede un anello che manca nell’entoloma.
Troppo lungo sarebbe elencare le specie di funghi a lamelle che possono dare disturbi gastro-enterici o di altro tipo. Ci limitiamo a ricordare che sono da evitare i lattari a latice bianco o giallo, acre: i peveracci: Lactarius piperatus, Lactarius vellereus, Lactarius controversus, Lactarius scrobiculatus, Lactarius chrysorheus, Lactarius torminosus detto comunemente peveraccio delle coliche. È ottimo invece il Lactarius deliciosus: lapacendro buono, dal latice color arancione.
Funghi meno acri, ma da negligere per il contenuto in sostanze resinose, sono le clavarie, ditole o manine, gialle: Clavaria flava, Clavaria aurea, Clavaria formosa; si può mangiare, dopo cottura e con prudenza, la Clavaria botrytis, più tozza delle altre, bianca e con le punte dei rami roseo-lillacini. Da negligere pure i prataioli che, se toccati, si tingono di giallo (Psalliota xanthoderma = Agaricus xanthodermus).
Altri funghi a lamelle sono eduli soltanto se cotti mentre possono dare disturbi se impiegati in cucina crudi: tale la tignosa vinosa (Amanita rubescens) e altre specie ancora.

Sopra a destra : l’Agaricus xanthodermus, moderatamente velenoso, può essere confuso con il prataiolo buono, da cui tuttavia si distingue per avere il cappello e la carne del piede che si tingono di giallo al tatto. A sinistra, il Lactarius vellereus;Lactarius torminosus. SI tratta di due peveracci dal sapore acre e piccante, che li rende decisamente immangiabili. Il secondo è conosciuto anche con il nome di peveracclo delle coliche a causa dell’azione irritante che esercita sul tubo digerente.

I boleti velenosi

Passiamo ora ai funghi a tubuli e pori ed in particolare ai boleti. Essi sono caratterizzati da un gambo centrale rispetto al cappello; quest’ultimo è carnoso, spesso, e reca inferiormente innumerevoli piccoli forellini, i pori, ognuno dei quali altro non è che l’orifìzio di un tubulo le cui pareti sono rivestite dall’imenio producente le spore.
Di boleti velenosi nel senso proprio della parola ne possiamo annoverare uno solo: il boleto Satana o porcino malefico (Boletus satanas). È un fungo molto appariscente, con gambo tozzo e un po’ ventricoso, con fondo giallo in alto, su cui si disegna un fine reticolo rosso carminio; verso il basso passa a sfumature rossastre e poi al bigio giallognolo. Il cappello è compatto, globoso, poi convesso un po’ lobato, può rag¬giungere i 25 centimetri di diametro; è di color bianco-grigiastro o grigio-camoscio spesso con sfumature verdi-olivastre. Di sotto, i pori sono dapprima gialli, poi color rosso vivo; i tubuli sono gialli o verdastri. La carne è consistente, poi spugnosa, color bianco-crema, e diviene verdastra se tagliata; ha odore nullo o poco gradevole e sapore dolce e poi viroso.
Secondo alcuni pare che sottoposto a lunga cottura questo bel fungo perda la sua tossicità la quale è certamente notevole da crudo, ma ciò non è provato; l’avvelenamento rientra fra quelli di tipo gastro-intestinale.
Si ricordi che i boleti migliori, quali i porcini, i porcinelli, i pinuzzi, i laricini, il boleto giallo, il boleto subtomentoso, non hanno mai pori rossi; li posseggono invece il boleto lurido (Boletus luridus) e l’affine Boletus miniatoporus o Boletus erythropus, il Boletus queletii e il Boletus purpureus o Boletus rhodoxanthus. Tutti questi bei boleti non possono annoverarsi fra le specie velenose; alcuni autori li definiscono «sospetti», altri li dicono eduli dopo cottura: senza dubbio comunque è da evitarsi il mangiarli crudi. Come il boleto satana, hanno carne che dal giallo vira al blu-verdastro.

Fra spugnole ed elvelle

in alto: il Boletus satanas, la specie più velenosa o forse l’unica veramente velenosa di tutto il genere, incommestìbile anche dopo cottura: In basso: il boleto lurido (Boletus luridus), da alcuni considerato innocuo, da altri sospetto di velenosità, ha pori rossi, gambo brunastro con reticolo grossolano e carne giàllina che diviene blu-verdognola per esposizione all’aria.

Un gruppo di funghi tutto particolare: spugnole ed elvelle. Si tratta di Ascomiceti, ossia di funghi il cui imenio è costituito da aschi che possiamo definire dei microscopici « contenitori » delle spore (ascospore) le quali invece, in quelli illustrati prima, appartenenti ai Basidiomiceti, erano portate all’esterno di altre microscopiche produzioni, i basidi (basidiospore).
Spugnole ed elvelle non si devono mangiare crude poiché contengono un principio attivo velenoso, che secondo alcuni autori corrisponderebbe all’acido elvellico, secondo altri non sarebbe per ora ben noto. Poiché detto veleno è termolabile, ossia lo si distrugge col calore, almeno le specie migliori del genere Morchella (le spugnole) e del genere Helvella possono essere consumate dopo cottura.
Fra tutte ne se distingue però una, lo spongino, spugnola bastarda o spugnola falsa (Gyromitra esculenta), che è prudente non usare. Presenta gambo piuttosto tozzo, irregolare, bianco, sorreggente uno strano cappello irregolare esso pure, globoso-lobato e pieghettato-sinuoso, di color bruno-rossiccio.
Tutto il fungo è cavo, quindi la carne, bianca, non costituisce che un sottile strato. Vive, come la maggior parte delle spugnole, a primavera, nei boschi a terreno piuttosto sabbioso.
La commestibilità di questo fungo — come del resto di altri — è piuttosto controversa, in quanto viene con¬siderato, in alcune regioni, innocuo ed ottimo da cotto, in altre è ritenuto velenoso; senza dubbio è comunque tossico da crudo; il suo veleno (giromitrina) ha azione emolitica e forse più propriamente citolitica e da luogo alla cosiddetta sindrome giromitriana o elvellica, ad incubazione lunga che, sia pure molto meno gravemente, ricorda quella di tipo falloideo.
Agli Ascomiceti appartengono anche i tartufi, i quali non sono altro che funghi sotterranei. Di questi non esistono specie veramente tossiche almeno fra quelle europee. Si può cadere in inganno raccogliendo lo scleroderma (Scleroderma vulgare = Scleroderma aurantium) il quale è però un basidiomicete, non è velenoso ma può dare disturbi gastrici; la sua carne, quando è ben sviluppato, è nero-violacea ed emana un cattivo odore viroso.

 

A sinistra: il Boletus purpureus, abbastanza simile al Boletus satanas da cui si distingue per avere carne decisamente gialla e cappello con toni rosati anziché grigio-olivastri, è tossico da crudo, ma può essere considerato edule dopo lunga cottura. A destra: la Gyromitra esculenta, un fungo che, seppur non velenosissimo, tuttavia può causare 10-12 ore dopo l’ingestione una sindrome elvellica tipica, con vomito, diarrea, ittero e sonnolenza. Il suo veleno può tuttavia attenuarsi in seguito all’essiccamento.

Per evitare gli avvelenamenti da funghi

Un bell’esemplare di Scleroderma vulgare ancora chiuso. Viene talora confuso con i tartufi, sebbene questi ultimi siano sempre ipogei, mentre lo Scleroderma nasce a fior di terra.

Senza voler tornare, seppure con giustificata insistenza, sulla inutilità e spesso anzi pericolosità delle «prove» empiriche per sincerarsi sulla commestibilità dei funghi, possiamo — ora che abbiamo descritto le specie più importanti — trarre qualche conclusione.
Confermando che soltanto i caratteri botanici, quelli dipendenti dalla forma e dal colore, quelli strutturali e quelli organolettici, ossia concernenti l’odore e il sapore, possono servire a identificare i funghi, vediamo di procedere per eliminazione, col proposito di evitare i più pericolosi.
Intanto fra i funghi con lamelle sotto il cappello, con anello sul gambo e con volva alla sua base, non usiamo in cucina che il fungo reale: l’unico del genere Amanita ad avere lamelle, gambo e anello gialli: può anche es¬sere consumato crudo. Quando è giovanissimo, allo stato di uovo, sinceriamoci con un colpo d’unghia sulla volva o asportandone un pezzo con un coltello che sotto di essa compaia il bel colore arancione del cappello. Evitiamo quindi tutte le amanite con lamelle, gambo e anello bianchi: di queste possono essere consumate, ma previa cottura e con prudenza: la tignosa vinosa (Amanita rubescens) badando bene a non confonderla con la tignosa bruna o grigia (Amanita pantherina); il falso farinaccio (Amanita = Amanitopsis vaginata), il quale però è privo di anello ed ha cappello senza verruche e di color ocra-mattone o grigio-piombo.
Si ponga attenzione a non confondere con i prataioli l’entoloma o agarico livido (Entoloma lividum) il quale pur avendo alcuni caratteri che ricordano i primi: cappello grigiastro, lamelle rosee, gambo senza volva, è però privo di anello, il che è invece evidente nei prataioli. Fra questi ultimi si evitino quelli il cui cappello si macchia di giallo se toccato e la cui carne, se tagliata, ingiallisce nella parte bassa del gambo: si tratta del prataiolo giallescente (Agaricus xanthodermus).
Si tenga presente che alcuni funghi crescenti in gruppi, a cespi, al piede delle ceppaie e dei tronchi d’albero, possono confondersi con la famigliola buona 0 chiodino la quale possiede lamelle bianche e un anellino, in alto sul gambo. La confusione può essere indotta dagli ifolomi: l’agarico fascicolato o agarico
amaro (Hypholoma = Nematoloma fasciculare) e l’agarico color mattone (Hypholoma = Nematoloma sublateritium), i quali però hanno lamelle ocraceo-livide,
mancano di anello, presentano cappello liscio (è invece scabro nella famigliola) ed il loro colore presenta toni più gialli sul gambo e più rossicci sul cappello.
Oppure — ma più grossolanamente — la famigliola può essere confusa anche con l’agarico dell’olivo (Pleurotus olearius = Clitocybe olearia) il quale è interamente giallo fulvo, manca di anello, ha lamelle fìtte e cappello incavato ad imbuto. Questo fungo viene talvolta confuso anche con l’ottimo gallinaccio che è più chiaro e presenta lamelle spesse, a mo’ di pieghe.
Fra i boleti si evitino, da crudi, tutti quelli che possiedono pori rossi: sarebbe prudente, anzi, non usarli neppur cotti onde non incappare nel boleto satana che è comunque velenoso. Si tenga inoltre presente che è meglio negligere tutti i piccoli funghi a lamelle bianchi o biancastri per non incappare nelle due clitocibi velenose: Clitocybe rivulosa e Clitocybe dealbata.
Fra quelli, piccoli o grandi, che gemono latice se tagliati, non si usino in cucina quelli a latice bianco o che ingiallisce, ma solo quelli a latice aranciato o rosso.
Sia fra i lattari, sia fra le colombine, non si mangino quelli con sapore pepato, ricordando inoltre che la colombina rossa (Russala emetica) è veramente velenosa.
La prudenza insegni inoltre che sono da evitare tutti i funghi che siano troppo sviluppati o con principi di avarie: vi si formano veleni, le ptomaine, molto dannosi.
Neppure si consumino funghi del tardo autunno che abbiano subito l’azione della pioggia o della nebbia, comunque dell’umidità, seguita dal gelo; divengono tossiche, dopo tali intemperie, in particolare le famigliole che pur sono innocue in condizioni ottimali.
Ognuno, poi, valuti le proprie possibilità gastroenteriche e di sensibilità in rapporto ai funghi, anche a quelli più innocui, i quali, pur costituendo un alimento ricercato e di una certa importanza, possono dar luogo a disturbi della digestione o di tipo allergico specialmente se mangiati crudi e in una certa quantità.
LIBERTO TOSCO