Re Verdicchio Un rosso vestito di bianco

RE VERDICCHIO

Strutturato, minerale, capace di invecchiare: insomma, “un rosso vestito di bianco”. Qui le superstar sono (anche) Passerina, Pecorino e Bianchetto, mentre Conero e Lacrima di Morrò d’Alba conquistano le nicchie

di Fabio Sebastiano Tana   Rivista  MERIDIANI

Il re è lui, il Verdicchio, con 150mila ettolitri e 23 milioni di bottiglie prodotti nel 2018 grazie al lavoro di 586 aziende di viticoltori e 174 di vinificatori. Ma i suoi rivali, primo fra tutti il Rosso Piceno, sono agguerriti. La “corte” dei vini marchigiani, che conta 15 doc e 5 docg, è vivace, scalpitante, non sembra disposta a inchinarsi di fronte al monarca senza affermare il proprio ruolo, la propria individualità.

Sottotraccia corre il sempiterno dissidio tra i bianchi e i rossi, che nelle Marche registra l’inconsueto prevalere dei bianchi, in gran parte prodotti anche nelle tipologie di spumante e passito. Non solo Sua Maestà è di questa specie sebbene -come ama dire Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto marchigiano di tutela vini – il Verdicchio sia «un rosso vestito di bianco», non per nulla è «di grande struttura e mineralità, con una forte capacità di invecchiamento».

Ma sono bianchi anche gli ultimi arrivati a “palazzo”, entrati forse dalla porta di servizio, ma rapidamente divenuti capaci di dire la loro: il Pecorino e la Passerina, due autoctoni delle province di Ascoli Piceno e Fermo, che erano stati a lungo sottovalutati e hanno conosciuto di recente una straordinaria ripresa, tanto da meritarsi la doc con la dicitura di Offida.

E poi come dimenticare il più bianco dei bianchi, quel Bianchello del Metauro che si ottiene dal vitigno Biancame, acini chiarissimi come chiaro, limpido, delicato è il colore del vino? Ha un merito storico difficilmente eguagliabile. I soldati cartaginesi di Asdrubale, giunti qui per dare a Roma il colpo definitivo, non seppero resistere alle lusinghe del progenitore di questo delizioso vinello, ora anch’esso salito al rango doc, e ciò – si dice da queste parti – contribuì al successo delle legioni romane venute a contrastarli. La battaglia del Metauro, del 207 a.C, fu un momento cardine delle guerre puniche e, in prospettiva, dell’intera evoluzione della civiltà occidentale.

I numeri parlano comunque di un sostanziale equilibrio tra rosso e bianco, a riprova del fatto che quella del Verdicchio è in fondo una “monarchia costituzionale”.

La tipologia di produzione nelle Marche è ampia. Molti i vitigni autoctoni, categoria in cui va compreso anche il Verdicchio, che si regionalizzò già nel Quattrocento ma che sembra fosse stato importato da contadini Veneti, fatti venire per ripopolare le terre dopo un’epidemia di peste. Poi ci sono alcuni tra i vitigni più diffusi in Italia come Sangiovese, Montepulciano e Trebbiano di Toscana.

Infine vari vitigni internazionali, spesso usati per meglio rispondere ai gusti dei mercati esteri. Secondo i dati Istat, nel 2018 la produzione totale, con la provincia di Ascoli Piceno al primo posto, è stata di 884mila ettolitri, suddivisa tra 330mila ettolitri di doc/docg, 168mila di Igt e il resto di vino comune, con i bianchi, capitanati dal Verdicchio dei Castelli di Jesi e dal fratello minore, il Verdicchio di Matelica, che prevalgono tra i doc (223mila ettolitri).

I rossi più pregiati, infatti, sono spesso di nicchia. Per esempio solo 200 ettari per il Conero, che vorrebbe fare risalire le sue origini ai Greci se non agli Etruschi e sfrutta le particolarità del promontorio per valorizzare al massimo il vitigno Montepulciano: ben poco rispetto ai 2.345 ettari del Verdicchio. Le vigne di Lacrima di Morrò d’Alba, altro grande rosso della provincia di Ancona, riscoperto solo sul finire degli anni Ottanta, si coltivano su 250 ettari, e ancora meno sono quelli dedicati alla Vernaccia di Serrapetrona, spumante della provincia di Macerata, docg dal 2004.

” Marche certificate

Doc

  • Bianchetto delMetauro
  • Colli Maceratesi • Colli Pesaresi • Esina • Falena • I Terreni di Sanseverino • Lacrima di Morrò o Lacrima di Morrò d’Alba • Pergola • Rosso Conero
  • Rosso Piceno • San Ginesio • Serrapetrona Terre di Offida • Verdicchio dei Castelli di Jesi • Verdicchio di Matelica

Docg

  • Castelli di Jesi Verdicchio Riserva
  • Conero • Offida * Verdicchio dì Matelica Riserva • Vernaccia di Serrapetrona

Info • www.aismarche.it

‘ Ottobre a Cupramontana

Cupramontana: la Sagra dell’uva (Verdicchio); a destra etichette dal 1500 a oggi nei Musei in grotta.

Il primo fine settimana di ottobre (da giovedì a domenica) appuntamento fisso con la più antica sagra dell’uva delle Marche, data di nascita 1928. Cupramontana, 500 metri di altitudine, è uno dei Castelli di Jesi, forse anello che più di ogni altro si identifica con il Verdicchio, La sagra, nel corso della quale si svolgono il Palio della pigiatura del vino e la sfilata di carri allegorici, si svolge sia nelle vie e nelle piazze sia nei Musei in grotta, ricavati nell’ex convento di Santa Caterina.

Qui si trova anche il Museo internazionale dell’etichetta del vino, fondato nel 1987, e qui, nel corso della festa, si assegna il Premio nazionale Etichetta d’oro. La Strada del gusto consente di raggiungere le cantine e le aziende aderenti all’iniziativa. Per tutelare e valorizzare tutte le attività agroalimentari locali offerte al pubblico è stata istituita anche la denominazione Cupramontana.

I numeri rivelano anche che sono altre sia le grandi potenze del vino – Veneto, Piemonte, Toscana – sia le medie potenze. Perfino il vicino Abruzzo, che condivide la tradizione e la predilezione del Montepulciano e del Pecorino, ha una produzione doppia in quantità.

La sagra dell uva

Le Marche, come tutti i “piccoli”, deve usare non la forza ma l’intelligenza. Si stanno sforzando, con successo, di seguire la strada maestra del progresso, che significa puntare sulla qualità e ottimizzare le sinergie. Non basta cioè rallegrarsi per la crescita dell’export (nettamente migliore della media nazionale), che ormai assorbe quasi la metà della produzione, ma occorre anche valorizzare il territorio, il cui fascino discende dalla storia e dalla tradizione.

Gli antichi borghi sparsi in tutta la regione che spesso, da Pergola a Offida, danno il nome ai doc, o i Castelli di Jesi, da Arcevia a Cupramontana a Serra de’ Conti, che non sono solo un’etichetta per nobilitare un vino un tempo poco considerato, ma anche uno straordinario tesoro artistico e paesaggistico.

Le iniziative per dare concretezza alle sinergie tra il vino, i piatti tipici e il turismo sono infinite. Dalla primavera al tardo autunno si susseguono le sagre. Ovunque stand, allegre tavolate, qualche seria conferenza, gare fra le contrade centrate sulla pigiatura dell’uva o sull’allestimento del più spiritoso carro allegorico, concerti e balli, invito a percorrere gli itinerari, debitamente contrassegnati da appositi cartelli, che conducono alle cantine sparse nel contado.

Fra le tante feste: Montecarotto e Matelica a luglio, Staffalo e Offida ad agosto, Arcevia, Montefelcino e Cerreto d’Esi a settembre, Cupramontana e – perché no – Venarotta, “capitale” del vino cotto insieme a Loro Piceno, a ottobre. Anche più di un solo evento, come a Morrò d’Alba, dove da una cinquantina d’anni a maggio si svolge la Sagra della Lacrima e dove il 12 e 13 ottobre di quest’anno, in occasione delle Giornate Fai d’Autunno, si festeggerà con abbondanti libagioni l’ingresso nel club dei “borghi più belli d’Italia”, con replica nel terzo weekend del mese durante la manifestazione che celebra il vino in simbiosi con il tartufo di Acqualagna.

Una festa per il palato e per gli occhi, dato  che è il momento in cui le vigne si vestono di giallo e di rosso.

Nel contempo, anzi prima di tutto, si punta a rendere il vino marchigiano competitivo e riconoscibile. Ormai non ci si ricorda neppure più di quando, ai tempi della imperante mezzadria, la vite veniva maritata all’acero o agli alberi da frutta. Si è chiusa anche la pagina rappresentata dall’iconica bottiglia ad anfora “inventata” nel 1953 per il Verdicchio Fazi Battaglia dall’architetto Antonio Maiocchi.

Si è fatta strada una nuova cultura della qualità, che ha preso le mosse dai primi riconoscimenti doc – il Rosso Cenerò nel 1967, il Verdicchio dei Castelli di lesi nel 1968, il Bianchello nel 1969, O Falerio dei Colli Ascolani nel 1975 – e si è imposta negli anni Novanta, spesso accompagnata da ampie ripiantumazioni, riduzione della produzione, modificazioni profonde nelle pratiche di vinificazione.

Non sono mancati però i problemi, connessi con la fama di vini di facile beva che accompagnava la produzione marchigiana e in particolare proprio il Verdicchio. «Difficile spiegare ai consumatori perché un vino con la stessa denominazione potesse essere immesso sul mercato a prezzi così diversi» dice Giulio Piazzini, enologo della Tenuta di Tavignano, una delle aziende leader per il Verdicchio dei Castelli di lesi.

«All’inizio i produttori non l’avevano capito, ma ora ne sono consapevoli e infatti si sta puntando sulla comunicazione, per esempio far sapere che il Verdicchio è uno dei migliori bianchi d’Italia se non del mondo». C’è da difendere e incrementare un fatturato che vale 150 milioni di euro, che riguarda 14.200 aziende; una rete economico-sociale complessa e diversificata che comprende piccoli produttori, cooperative e grandi aziende come la Moncaro, fondata nel 1964, che copre tutte le principali tipologie della regione e immette sul mercato 13 milioni di bottiglie all’anno.

L’importante è fare squadra al di là degli interessi di bottega, ripetono un po’ tutti. Accrescere la visibilità, in Italia e all’estero, del brand Marche. Se poi vanno di moda vini come Passerina e Pecorino e se questi riescono a conquistare fette di mercato non significa che il trono del Verdicchio sia a rischio. «Non c’è motivo di lamentarsi» conclude Piazzini «perché parlare di Marche va a favore di tutti i vini della regione».

Qui sopra, la Cantina Sanf Amico di Morrò d’Alba, fondata nel 1850 (www. anticacantinasantamico.it). In alto, l’iconica bottiglia della Fazi Battaglia di Castelplanio, a lungo sinonimo di Verdicchio (www.fazibattaglia.com).

In presentazione Nella campagna di Cingoli, la Tenuta di Tavignano (bio dal 2018) ha 230 ettari votati soprattutto al Verdicchio dei Castelli di Jesi doc. Il “Misco Riserva 2015” è stato per il Gambero Rosso il miglior bianco d’Italia 2017(www.tenutaditavignano.it).

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