Da Maria Teresa a Lady D Bardolino regale

Oh, sacri poggi, oh florida riviera Di Bardolin, ridente occhio del lago. Qual fra le sponde mai che guardan sera V’ha più ameno di te sito o più vago?
(Cesare Betteloni, 1808-1858)

Quando la principessa Diana d’Inghilterra arrivò a Bardolino nell’agosto del 1990, la prima cosa che disse, guardandosi in giro con un sorriso d’intesa, fu: «Immagino che faremo un brindisi col Bardolino…!» Cortesia di royals?
Per chi arriva dal lago, Bardolino si presenta come un ventaglio di case colorate, incorniciato da colline scintillanti di olivi e vigne. Questa è la culla del Bardolino, conosciuto nel mondo per essere presente fin dai primi decenni del secolo scorso in quasi tutte le liste dei vini.

E’ un vino antico il Bardolino, ma forse con un futuro più importante del suo passato, e oggi si presenta come il vino moderno, profumato e leggero, dal colore brillante del melograno e dal sapore pieno e armonico con una piacevole venatura di speziato. Le uve da cui nasce, Corvina, Rondinella e Molinara (che ha in comune con la Valpolicella, ma con clima e terreno diversi), affondano le radici in un terreno alluvionale ricco di minerali e soprattutto di magnesio, noto per rendere leggeri anche i piatti più trasgressivi.

Il rosato, che è un’altra grande bandiera del Bardolino, si chiama Chiaretto ed è riconosciuto come uno dei più eleganti e profumati rosé d’Italia. Si produce anche nella versione Spumante e viene apprezzato sempre di più dagli appassionati di bollicine per le sue caratteristiche di immediatezza e grande bouquet.
E la sua storia si perde nei secoli… Troviamo Luvemperto e Lusiverto che nell’853 stipulano un contratto a Gangiaga – località ritenuta in Bardolino – sulla locazione di terreno a olivo e vigna.

Ancora prima, fra l’anno 712 e il 744, durante il regno del longobardo Liutprando, dalla “Gardesana veronese” i monasteri e le abbazie cominciarono a pretendere i canoni d’affitto in anfore di vino e bacede di olio e sono dell’804 le concessioni di Carlo Magno. Indubbiamente la vite era allora soprattutto una pianta sacrale per il sacramento eucaristico. A pellegrini, operai, conversi e monaci che trovavano asilo nei monasteri veniva offerto del vino, con parsimonia secondo la regola benedettina. ” Fecit Ecclesias et plantavit vineas”.

Cominciamo dall’immediato passato. Il Bardolino è stato uno dei primi vini a darsi un assetto disciplinare col Consorzio di Tutela nel 19681 ad avere la DOCG, unico vino rosso del Veneto, nel 2001.
Prima di questo storico evento, che ha dato inizio aliviticoltura e alla vinificazione controllata alla ricerca della tutela e della qualità, il Bardolino ha passato
anni difficili e impegnativi.

La filossera, agli inizi del 1900, cadde come una scure sulla viticoltura europea e milioni di ettolitri di vino vennero perduti.
Poi ci furono le due guerre: durante la Prima guerra mondiale a Bardolino venne situato l’ospedale militare dove furono curati 1.500 soldati e il vino, somministrato ai convalescenti, diventò un ricostituente. Del resto in Francia è noto che il vino in quegli anni – negli ospedali militari – veniva razionato e somministrato in quantità ben definite a seconda della gravita del male.

Durante la Seconda guerra mondiale, a Bardolino ci fu un comando delle SS e il vino venne requisito senza misura, cosicché alcune cantine che preziosamente avevano le loro riserve oltre al vino dell’annata, si trovarono completamente svuotate.
La dominazione dell’Austria portò il nostro vino sulle tavole dell’impero austro-ungarico e si dice che l’imperatrice Maria Teresa, la quale come tutti i germanici amava moltissimo il lago di Garda, se lo faceva mandare a Vienna.

Nei secoli d’oro della Serenissima Marin Sanudo descrisse le rive del Carda come terra pregiata per vini e olio, “vini perfectissimi” di cui la Repubblica si approvvigionava abbondantemente, seppur lamentando la povertà di biade delle nostre rive. Potremmo continuare quasi all’infinito perché la storia del Bardolino è piuttosto antica e oggi sono più di mille anni dalla prima pergamena ritrovata con accenni a queste terre… Oggi, nei sei comuni che rappresentano la DOC Classico della denominazione – Bardolino, Garda, Lazise in riva al lago, Costermano, Affi, Cavaion, sulle colline, così come un po’ in tutto il restante territorio della denominazione – si leggono le vestigia del passato che si fondono armoniosamente con il mondo di oggi… Tutto è illuminato dalla bellezza e questa terra che da tempi immemorabili attrae chiunque passi nei dintorni.

C’è una deliziosa strada del vino che ci accompagna fra le diverse aziende produttrici, fra vigneti e cipressi con panorami spettacolari ad ogni curva: si arriva anche al monastero di S. Giorgio dei frati camaldolesi, a picco sul lago fra Bardolino e Garda … Il vino Bardolino è anche un’espressione immediata di tutto questo: bellezza, cultura, storia, clima e geografia. E’ come un qualche cosa di privilegiato che si ama immediatamente.
Prendo in mano il mio bicchiere e subito quel rosso scintillante mi riporta al sole intenso che rallegra la vita della vigna.
Contessa Maria Cristina Rizzardi

 

Bere Valpolicella dall’antipasto al dolce

Pensare alla Valpolicella in modo obiettivo diventa molto difficile per chi, come me, si trova da quattro generazioni in questo magnifico posto e ne è profondamente innamorato. Sarà forse per quell’energia inesauribile, vero motore propulsivo di questa zona che incarna al meglio la caratteristica tipica degli abitanti di questa regione italiana, che la mia Valpolicella riesce sempre a sorprendermi.

Soprattutto il mondo del nostro vino, che ha saputo nella sua storia più recente trovare la capacità di reagire a uno scenario sempre più aggressivo e competitivo migliorando, lavorando e investendo in ciò che è e sarà sempre più fondamentale per la sopravvivenza: la qualità nel rispetto dell’originalità. Una vera e propria costellazione fatta da una miriade di piccoli e grandi produttori che hanno trovato nell’eterogeneità la ragione del proprio successo. In un mondo dove troppo spesso la globalità diventa anche omologazione e appiattimento, è l’orgoglio di rimanere ancorati alla propria realtà e la consapevolezza di produrre una vera eccellenza che fanno la differenza.

La fortuna di avere avuto e mantenuto l’antica tradizione dell’appassimento abbinata ai vitigni autoctoni offre un risultato non replicabile in nessun’altra parte del mondo. Successo inoltre significa anche benessere, e questo diventa un fenomeno virtuoso quando ricade sul territorio che lo origina. Le nostre valli continuano a riempirsi di nuovi vigneti, regalando stupende geometrie a un paesaggio che altrimenti rischierebbe l’abbandono o, peggio, la cementificazione selvaggia.

Moltissime sono poi le prerogative della Valpolicella, considerata sin dai tempi antichi dai notabili della Provincia di Verona, e non solo, il luogo ideale per porvi le proprie residenze estive costruendo un notevole patrimonio, tuttora esistente, di ville la cui nobiltà traspare integralmente conservata. Corti rurali e cascinali, un tempo abbandonati, sono ritornati oggi incantevoli luoghi dove soggiornare e avere la possibilità di apprezzare non solo vino, piatti tradizionali e prodotti tipici come formaggi, olio e salumi, ma anche itinerari affascinanti, bellezze nascoste da scoprire di un territorio a forte vocazione turistica.

Le capacità imprenditoriali della Valpolicella dovranno infatti a questo punto promuovere in modo adeguato questo territorio così generoso e di cui andare giustamente orgogliosi.
Un piccolo personale rammarico è che la prodigiosa evoluzione e bravura dimostrata nell’esportare i nostri prodotti, non è andata di pari passo con un’adeguata valorizzazione dei luoghi in cui questi nascono.

Sono assolutamente convinto che il vero valore aggiunto per le produzioni provenienti dall’agricoltura sia dato dalla sinergia che esiste tra territorio e prodotto, a maggior ragione quando entrambi possono rivendicare un assoluto primato.

Ad un appassionato dei nostri vini, magari residente dall’altra parte del mondo, bisognerebbe dare la possibilità di capire che esistono davvero questi territori di bellezza incredibile, che la passione delle persone rende quella bottiglia, così esternamente simile a tante altre, scrigno della conoscenza e della dedizione per un mestiere a volte non facile. Ecco allora i nostri muretti a secco, le “marogne”, che presidiano le nostre colline, a testimonianza di quanto molto spesso sia duro il lavoro necessario per mettere letteralmente a frutto i terreni più adatti, che sono spesso anche i più impervi.

Una collocazione fortunata che ci vede abbracciati dalle Prealpi a nord e dal lago di Carda a ovest, crea le condizioni climatiche perfette per la coltivazione delle nostre uve.
La versatilità del nostro uvaggio permette di produrre ben quattro vini caratterialmente molto diversi tra di loro, ecco allora il fruttato Valpolicella, il corposo Ripasso, il nobile e prestigioso Amarene e il dolce ed elegante Recioto.

Le possibilità di accompagnare un pasto a tutto campo, dall’antipasto al dolce, grazie a un’unica e fortunata combinazione di terreno, uve, aria e soprattutto conoscenza dell’uomo, diventano un’esperienza unica.

Forse il segreto dello stare bene qui da noi è racchiuso proprio nella qualità della vita e nell’insieme dei fattori che la permettono. Questo è il vero messaggio da trasmettere. In Valpolicella la mano e la sapienza dell’uomo si incontrano con la storia, la natura e la bellezza di un paesaggio dove l’emozione di uno sguardo sui vigneti, di un panorama mozzafiato o di un tramonto tra mille sfumature di colori si possono facilmente ritrovare in un bicchiere di questo vino, in cui è fortissimo il senso di appartenenza al territorio che lo produce. Alla salute!

Luca Sartori

Presidente Consorzio Tutela Vini Valpolicella
Presidente oggi Andrea Sartori

Forte, rustica, feconda: è la vite del Raboso

Oramai le primavere corrono e anche nell’epoca dell’eterna giovinezza dei giorni nostri dovrei essere correttamente definito un uomo di mezza età.

Mi chiamo Antonio Bonotto e appartengo a una famiglia che, come si usa o si abusa dire, da sempre produce il vino e, in particolare, il Raboso del Piave. Questo mi rimanda quindi comunque ad immagini del secolo scorso, a visite di uomini che attraversavano con mio padre i corridoi delle vecchie cantine sul lato della casa.

Passavano in rassegna le file di botti. In alcuni casi erano amici o parenti giunti in visita, in altri erano i mediatori o i compratori stessi venuti a sentire il “respiro” del Raboso. Per me arrivava l’ordine: “Tonino la 12 ! ” oppure “Tonino la piccola da 35”. lo prendevo la caraffa di ferro smaltato e spillavo il vino richiesto per l’assaggio.

Facevo attenzione ad armeggiare con la spina in osso, non doveva scappare una goccia. E vedevo uscire dalla botte che mi sembrava una grande casa di legno questo vino così vivo, dal colore quasi violaceo, il cui profumo subito portava al naso la marasca e la viola. Sentivo discutere di gente e mercati lontani, dell’annata o del tempo ma la mia mente rimaneva sulla magia di quel gesto, sul mistero che aveva trasformato i carri dell’uva che avevo visto arrivare nei mesi della vendemmia, le fatiche degli uomini nelle vigne e nelle cantine, in quello zampillo limpido, pulito, puro.

Non ne ero intimidito. Percepivo il suo valore, l’austerità e l’autorevolezza, notavo il rispetto che tutti gli dimostravano, ma sentivo anche una quasi familiare vicinanza ed affetto. Era il Raboso che dava sostegno e sicurezza alla mia famiglia e quindi anche a me. Ora sono passati gli anni e guardo al suo mondo con diversa consapevolezza e posso quindi tentare di stenderne una rapida pennellata. Posso parlare della sua vite, di antichissima origine, che accompagna il lungo viaggio degli Heneti, più tardi denominati Paleoveneti, dalle terre d’origine fino alle pianure dell’alto golfo Adriatico.

Ne troviamo i primi accenni nella “Naturalis Historia” in cui Plinio il Vecchio scrive che in quest’area si produceva il Picina omnium nigerrima, un vino il cui colore era più nero della pece, antenato, oltre che del Raboso, anche del Terrano e del Refosco. Posso scrivere di quando, secoli dopo, caduto l’Impero Romano, il Raboso del Piave continua la sua evoluzione negli innumerevoli monasteri ed abbazie sparsi nel territorio fino a ritrovarlo, più tardi, tra i vini più richiesti e graditi nel vasto mercato che ruota attorno alle attività commerciali e alla vita stessa della Serenissima Repubblica di Venezia.

Le reminiscenze della scuola degli ordini monastici sulla coltivazione della vite col tempo si integrano con le nuove filosofie di gestione dei campi, portate dai nobili veneziani con la loro civiltà delle ville. La sapienza religioso-contadina e il sentire aristocratico contribuiscono a creare quella sintesi sublime che ha modellato la campagna della Marca Trevigiana attorno alle alberate delle vigne. Sono anni lontani, in cui il vino si consumava in abbondanza e costituiva un’insostituibile fonte di energia oltre che prodigioso medicamento.

Posso scrivere della sua vite forte, rustica e feconda così ben descritta dall’agronomo Jacopo Agostinetti nel ‘600 e in seguito allevata alla Bellussera: le viti, maritate a gelsi, aceri od olmi, intrecciano i loro tralci, protesi in alto verso il centro del filare quasi a creare una sorta di tetto, richiamo ad un simbolo ancestrale rivolto verso il cielo.

Posso parlare della sua natura irruenta e spavalda che ancor oggi la fa germogliare per prima tra le vigne, quando è ancora concreto il pericolo delle gelate di fine inverno o del suo concedersi per ultima alla raccolta dei grappoli che spesso ci appaiono come tesori appesi tra le foglie ormai dai mille colori.

Sembra quasi che con la sua natura desideri farci compagnia per il maggior tempo possibile aspettando le prime nevi per concedersi il meritato riposo. Sembra non volerci lasciare soli. Posso parlarvi del carattere del Raboso del Piave, che forse racchiude in sé il sentimento forte da cui etimologicamente potrebbe derivare il suo nome e tutto lo scorrere della storia che si è consumata lungo le sponde del suo fiume che a valle non ha portato solo i nutrimenti dalle Dolomiti ma anche le vite di popoli diversi in una continua integrazione di usi e tradizioni tra mare e monte.

Gli spunti briosi ed allegri di questo vino hanno portato Angelo Beolco, detto il Ruzante, a parlare nel ‘500 di “vin sgarboso che el te salta dal bocal”, immaginandolo come dotato di vita e moto proprio mentre passa dalle caraffe alle scodelle per lasciare il segno dei mustaci (baffi) viola sui volti degli ospiti di bàcari e osterie.

Posso scrivere che il Raboso del Piave non ha mai perso la sua unicità di vino maschio, dal colore marcato, dai profumi che emanano per intero i doni del buon Dio, i fiori e i frutti del sottobosco, le violette di campo e più ancora la marasca nel lungo affinamento. Del suo profumo inebriante, davvero ricco e complesso, che si apre via via in un bouquet ampio e pieno, totalmente appagante, capace pure di rivelare il carattere delle sue genti, che si può forse domare ma mai snaturare.

Voglio invece scrivere degli uomini di questa terra senza i quali nessun terreno o grappolo potrebbe avere voce. Le generazioni che sono venute prima di noi, per molte delle quali e non tanti anni addietro la realtà era “primum vivere, deinde philosophari” e che hanno saputo trarre dalle sue uve tutto quello che poteva loro servire. E non è stato per questi solo un’ancora forte di sostegno alimentare ed economico ma ha rappresentato un insostituibile elemento di identità, una sorta di campanile naturale attorno al quale radunarsi per respirare il comune sentire.

Sono arrivati più recenti anni di sviluppo quando anche tra le vigne del Raboso del Piave è cresciuto quel Nord-Est che si poteva illudere di non averne più bisogno. Molte delle sue vigne sono andate perse, molti uomini capaci hanno rivolto altrove lo sguardo ma alcune famiglie hanno saputo custodirne il cuore in attesa di altri tempi e di altri uomini.

E oggi questo suo futuro è arrivato ed è il presente di cui con più orgoglio voglio scrivere. Di questi uomini che portano avanti la sua storia, che ne guidano l’evoluzione con l’impegno, il coraggio e la determinazione di chi è consapevole di non gestire solo un’attività agrìcola ed economica ma di avere anche la responsabilità morale di un patrimonio di millenni che nelle proprie mani, ad ogni vendemmia, sa dimostrare ancora oggi il suo fascino unico, la sua sorprendente e assoluta modernità.

C’è rispetto della tradizione ma anche continua ricerca ed innovazione. Il Raboso del Piave torna a rappresentare l’elemento identitario ma su un gradino più alto con un diverso ruolo e consapevolezza. Cerca un dialogo aperto con tutti i popoli, con gli amici del mondo, come è stato ai tempi della Serenissima perché parla di eccellenza e di qualità rispettata e rispettosa.

Il Raboso del Piave continuerà ad evolversi negli anni ma resterà per noi sempre e prima di tutto un testimone della memoria, un segno di civiltà da condividere con quei bambini di domani che forse non andranno a spillarlo dalla botte ma avranno tanto desiderio di conoscerlo meglio.

Antonio Bonotto
Presidente del Consorzio Tutela vini del Piave

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